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L'Isis sconfitto, i foreign fighters tornano in Europa

La caduta di Raqqa, capitale eletta dello Stato Islamico, e in precedenza di Mosul (fra le sconfitte più recenti anche Marawi nelle Filippine) sono gli ultimi pesanti fallimenti che hanno affossato l'Isis.

Il Pentagono ha stimato la morte di circa 120 leader e di oltre 60 mila miliziani dal 2011, cifre presentate come certificato di vittoria ma che non considerano la pericolosità di altri dati, quelli sui combattenti europei che si sono prestati alla guerra jihadista. Dal 2011 ad oggi si stima infatti che più di 40 mila persone provenienti da oltre 100 paesi abbiano aderito alla lotta di Daesh, l'acronimo arabo di Isis.

Questi foreign fighters sono ora pronti a far ritorno nei paesi d'origine, un'allarme lanciato dal gruppo Soufan e dalla Global Strategy Network che riporta come il 20/30% dei combattenti stranieri sia già tornato in patria. Cellule jihadiste che in Europa provengono al 50% da Gran Bretagna, Danimarca e Svezia. Tra gli aderenti alla guerra del Califfato ci sono anche degli americani: secondo The New Yorker tra i 200 e i 250 si sarebbero uniti alle battaglie in Iraq e Siria.

In Russia, Vladimir Putin ha lanciato lo stesso allarme tramite il rapporto intitolato "Oltre il califfato: i combattenti stranieri e la minaccia dei rimpatriati" che spiega come il 10% dei novemila russi che hanno aiutato il Califfato siano già tornati a casa.

Le sconfitte nelle principali città di riferimento fanno si che l'Isis debba riorganizzare la sua rete.

Il Califfato territoriale si riduce e la sua leadership punterà sui sostenitori all'estero, inclusi i rimpatriati, per mantenere vivo il terrore.

Tutto questo sta già accadendo: gli attentati terroristici a Bruxelles del maggio 2014 al Museo ebraico, del marzo 2016 all'aeroporto e quelli multipli a Parigi nel novembre del 2015 ne sono un esempio lampante.

A Parigi almeno sei degli attentatori erano da poco tornati dalla Siria, mentre tre dei cinque terroristi di Bruxelles erano rimpatriati. Le comunicazioni partono dalle zone dove lo Stato Islamico resiste: nell'Asia sudorientale, come nelle Filippine, e nel Nord Africa, soprattutto in Libia. 

Le vittorie a Raqqa e Marawi non hanno spazzato ancora via la minaccia dello Stato Islamico che cercherà di ricostruire una rete di comunicazione per coordinarsi. La nuova battaglia di questa guerra si combatterà sul campo ma anche sulla rete: una ricerca capillare per scovare i combattenti sopravvissuti, in fuga e rientrati in Europa. Le intelligences temono che la maggior parte di loro sia pronta ad attaccare: chi vuole continuare la lotta jihadista troverà un modo per farlo.

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