Le luci della città

Ieri si parlava di morti. Ne parla (più del previsto) pure David Cronenberg in Maps to the Stars, in Italia esce giovedì. Ci sono vecchie attrici arse vive, cani stesi da un colpo di roulette russa, bambini annegati, bambini soffocati mentre fanno la pipì, tutti in allegra processione fino alla chiusa incestuoso-suicida. E morti che ritornano: nella vasca da bagno, a bordo piscina, persino mentre si scopa.

Pochi applausi alla proiezione per cinefili notturni, ma nessun fischio, non si può mica fischiare Cronenberg. Anche se l’umore diffuso è mah, insomma, così così, questo film del resto è più del genere Cosmopolis, non riuscitissimo (per i più) ma seducente (per me).

E però al cuore c’è il racconto di Hollywood al suo meglio, un po’ Bolle di sapone (per gli intrigi famigliari da soap: alcuni critici li hanno presi sul serio, sic), un po’ Cuore selvaggio (ma possibilmente ancora più stilizzato). C’è Hollywood ritratta in quella luce bianca che vede solo chi tra quei morti cammina. C’è luce sempre, anche di notte, quando gli amanti Mia Wasikowska e Robert Pattinson si baciano vista Mulholland Drive, sotto i fari della macchina piazzati come riflettori da teatro di posa.

È luce fredda, precisa, da obitorio. È morta, ma ancora non lo sa, Havana Segrand (Julianne Moore, immensa), una specie di Lindsay Lohan appassita ma con alle spalle una dynasty alla Jolie Voight, satira già vista ma puntuale. Ricorda, a proposito di Lohan, The Canyons di Paul Schrader, più sporco e sgangherato, ma il succo – ovviamente organic, previa sessione quotidiana di yoga – non cambia.

Havana che cerca good vibes e sogna il ruolo della vita nel Grande Cinema D’Autore. A ben guardare, è quello che fa in Incompresa di Asia Argento anche Gabriel Garko, «il cane dei cani», come dice il copione.Maps to Cinecittà, ma non suona uguale.

YOU MAY ALSO LIKE