Le galline del vicino e il gelato dell'infanzia

Guardavo da piccola il programma televisivo “A pranzo con Mirtha Legrand” (lo fa ancora oggi) e mi sembraba che tutti godessero del cibo e le bevande più di me. Mi piaceva il modo in cui Mirtha masticava, con la bocca dipinta di rosa brillante, e come muoveva le mani mentre parlava. Mi sembrava tutto squisito, gustoso, condito col rumore delle posate sulla porcellana.

Stessa cosa cuando vedevo qualcuno mangiare un gelato alla fragola. E mi succede ancora oggi. Guardo mangiare un gelato alla fragola e nella mia mente, o non so dove, si crea un sapore che mi esplode nelle papille gustative; il freddo, il profumo, la consistenza con i piccoli puntini duri delle fragole, quell’insieme di gelato d’acqua e la crema che lo avvolge e smentisce. Mi si crea un’aspettativa che tutti i gelati alla fragola del mondo sono destinati a deludere. Sarà quello il gusto dei gelati dell’infanzia? Che quel gusto sia diverso a tutti, sarà colpa del gelataio, delle fragole o dell’infanzia?

C’era qualcosa di buono anche in quel momento in cui la maestra apriva il libro, lo girava verso di noi, e lo appoggiava a sé tenendolo da sotto sul palmo di una mano, e segnalando le illustrazioni col dito indice dell’altra. Anche quando segnalava qualcosa sulla lavagna con quel bastone da bigliardo. Tutto era squisito scritto di schiena col gessetto bianco. Le anche delle maestre si scuotevano e le scapole si aprivano come ali, quando scrivevano alla lavagna.

Era un piacere il modo in cui mia madre impugnava la matita quando, su richiesta, ci aiutava con i compiti. “Non mi date matite senza punta”, diceva. O quando meno questo credo, o sarà qualcosa che mi sono inventata e rimasse come un ricordo. La memoria riempie i vuoti come una grande scrittrice.

Sarà perché mia madre è maestra, che scriveva così bello. I fogli sembravano più bianchi sotto la sua mano armata di matita con fine punta, le lettere e i numeri sbucavano come farfalle mentre lei spostava la mano, e nel volo della sua calligrafia allegra ed elegante, tutto sembrava più facile.

Le sigarette accese con i fiammiferi negli anni ’80 avevano un profumo che non ho ritrovato fumando. La sigaretta del dopo cena non è mai così buona come l’idea, della sigaretta del dopo cena. Le luci gialle delle finestre degli altri sono più calde. L’espresso degli altri meno amaro.

Il sapere popolare ha molti proverbi per questa tendenza a sentire che tutto passato fu meglio e che la gallina del vicino fa più uova.

Altre volte, invece, capita di vedere le cose con un disincantato realismo.

Una volta, per esempio, una mia amica mi fece vedere un libro enorme, pieno di foto meravigliose scattate da fotografi professionisti. Il libro si chiamava “Carvern Porn”.

Perché adesso sembra che per dire che una cosa piace, bisogna accoppiarla alla parola porn. E così persone educate, gentili, gente che ha frequentato ambienti colti, artistici, donne che si battono a colpo di foto nude per non essere considerate oggetti, pubblicano piati di agnolotti o di rucula e bresaola con la scritta food porn, forse senza sapere che porn etimologicamente arriva dal greco e significava prostituta. In italiano poi la scritta risulterebbe porno cibo che suona ancora peggio. 

Ma è comprensibile. Annoiati come siamo in mancanza di guerre e pestilenze, ci hanno dato il via libera a tutto ciò che prima, da adolescenti, dovevamo cercare come segugi ovunque: qualche foto, un vecchio film, un racconto erotico della Riders digest. Oggi la pornografia è più che mai sotto mano, creando confusione su cosa sia l’intimità in quelli appena scesi nell’arena dell’amore.

Ma tornando al Cavern Pron. E’ un libro d’invasati di caverne, e non è un’allegoria nemmeno una metafora. Non c’è una tetta, insomma. E’ un libro di fotografie di caverne, capanne e casette sperse nei luoghi più inospiti, in mezzo ai boschi, sulla riva di fiumi e laghi. La mia amica, residente in un appartamento in centro a Milano, mi raccontava con entusiasmo che alcune di queste casette non avevano né luce né acqua, e dovevi caminare ore per arrivare. Mi esortava a immaginare LA PACE che doveva esserci in quel posto.

Immagino. Prima di mettermi in un posto di quelli a cerare la pace, mi siedo a fior di lotto in un letto di chiodi finché non arriva, la pace. Tu hai idea la quantità e la misura dei ragni che ci sono lì dentro? Hai idea di cosa sia la notte in un luogo caldo e umido di fianco a un fiume? Le zanzare ti prendono in braccio e ti cantano la ninna nanna e quando ti addormenti ti affondano i denti nel collo e si prendono tutto il tuo sangue. Poi ti lasciano di ricordo lì, lista per essere imbalsamata e lasciata nella cavern porn con sulla fronte la scritta milf. Ma davvero pensi di essere preparata per stare in un luogo in mezzo al bosco, dove arriverai dopo aver camminato tre ore, con il cellulare al 20 % di carica e senza possibilità di ricaricarlo. Dove, se ti sei dimenticata i fiammiferi, per accendere una candela o cucinare l’orso bruno che avrai cacciato nel cammino con il tuo coltellino svizzero, dovrai sfregare due sassi come hai visto fare solo nei film.


Alcuni la chiamano invidia, ma non è così semplice. L’invidia viene definita come il sentimento di tristezza rabia o astio che una persona ha verso gli altri e verso ciò che reputa il loro pregio o le loro fortune. A me non interessa niente di avere quello che hanno gli altri. Non voglio le loro cose, i loro mariti, i loro viaggi né le loro cavern porn. Non mi emozionano i vestiti né i gioielli. Morirebbero di fame gli influencers se per guadagnare dovessero convincermi di qualcosa. Posso sopravvivere all’idea che le famiglie di Facebook siano sempre più felici e che la vita intima dei vicini sia come il gallinaio del proverbio popolare. Quello che vorrei (oltre a perdere qualche chilo, lo dico nel caso babbo natale mi stia a sentire) è riabilitare  lo stupore ed eliminare le aspettative fino a trovare il sapore del gelato alla fragola dell’infanzia. 

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