Laura Muccino si racconta

È il vaso di coccio fra i due di ghisa. Oppure no. Il contrario: è lei la più solida, la più salda, la più "forte" dei tre fratelli Muccino, forse l’unica ad essere in pace con se stessa. Risolta, consapevole, profonda. Si chiama Laura, ha 48 anni, una figlia, è sposata ad un direttore della fotografia ed è una fuoriclasse del casting.

È cioè quella persona che provinando centinaia, migliaia di candidati, estrae dalla poltiglia informe delle battute ascoltate, la perla, l’attore giusto per quel dato ruolo. Ha diretto lei il cast delle due serie fenomeno Romanzo criminale, Suburra e Gomorra (oltre a molti film) consacrando a fama internazionale i prescelti (Gomorra è stata venduta in 190 Paesi); ora sta lavorando a L’amica geniale, attesissima trasposizione per la tv del bestseller di Elena Ferrante, quattro volumi, altrettante stagioni previste (la prima, da noi, a fine autunno), già pre-vendute in mezzo mondo. È in procinto di individuare i volti per ZeroZeroZero, libro inchiesta di Roberto Saviano che Stefano Sollima sta traducendo in immagini per Sky.

Eppure di Laura Muccino pochi conoscono l’esistenza, concentrati come si è sui due fratelli, da tempo sotto i riflettori anche per la loro pubblica lontananza (è da dieci anni che i due non si parlano): il maggiore, Gabriele, regista talentuoso e tormentato; e Silvio, il "piccolino di famiglia", 36 anni, attore, scrittore, regista. E Laura "sempre lì, lì, nel mezzo, a giocare generosi…", come cantava Luciano Ligabue in Una vita da mediano.  

Si è autoesiliata nella trasparenza, da sorella di mezzo?
No, sono semplicemente cresciuta fra due "forti personalità"…Ma gli artisti lo sono tutti. Io non sento nessuna necessità di apparire, né di essere famosa.

Una vita da  mediano a passare la palla ad altri che riceveranno gli applausi
Faccio il lavoro che amo. E mi basta. Il fuoco sta nel processo, non nel risultato. Nel cinema si va di moda per un po’, si sparisce, poi si ritorna. Se ci si attacca alla fama è finita.

La chiamano continuamente, però.
Tutti pensano: "«Ma che ci vuole a trovare la faccia giusta?".

E invece?
Invece contano tanti fattori, non ci si improvvisa.

Lei come ha cominciato?
A 22 anni. Ero amica del figlio di Lilia Trapani, quello che si dice "un nome". Pranzavamo insieme e non facevamo
che parlare di cinema. Mi prese come assistente.

Di solito, il primo lavoro è gratis.
C’è sempre un inizio non pagato. Alla fine, con Lilia ho lavorato quattro anni e non gratis. Una bella scuola.

Poi è arrivato il film con Gabriele, Ecco fatto.
Gli chiesi di fare l’assistente. Mi disse di no, si imbarazzava. Era il suo primo film. Alla fine però si convinse. Eravamo giovani… 28 e 26 anni

E come andò?
C’era un’atmosfera di festa continua. Il venerdì sera l’intera troupe si trovava a casa di qualcuno a mangiare e bere. Eravamo tutti entusiasti, tutti novelli e tutti pieni di energia. Però il lavoro era impegnativo. Arrivavo a casa stanchissima, l’allora mio fidanzato mi imboccava perché mi addormentavo mentre mangiavamo.  

E per un po’ di anni ha alternato casting e assistente alla regia. Altra pellicola con Gabriele: Come te nessuno mai, nel 2000, il film del fratello maggiore che lanciò il fratello minore, giovane attore e sex symbol per ragazzine…
L’unico film che ci ha visti tutti e tre insieme. Da lì in poi ognuno ha seguito la propria strada, altre volte ci siamo incrociati, ma mai tutti e tre.

Cosa le ha lasciato quell’esperienza?
Gabriele è un fantastico direttore di attori, che infatti lo adorano. È un istintivo come me e ha un’energia inesauribile.

Andiamo avanti con la sua carriera.
Quando sono rimasta incinta, ho capito che mi sarei dedicata solo al casting. Un percorso più gestibile.

Cosa l’ha "chiamata" a fare questa scelta, oltre alla pancia prominente?
È il mio primo amore, più vicino a me.

Come ci si prepara?
Non c’è una scuola, si impara facendo esperienza. Ci vuole sensibilità, comprensione e bisogna leggere bene la sceneggiatura, capire l’anima profonda dei personaggi, parlare con il regista, intendersi.

Il primo requisito da avere?
Amare la recitazione, esplorare il mestiere dell’attore.

Quanto conta l’empatia?
Al 99 per cento. Se manca, è finita. Se non capisci, anzi, se non senti cosa c’era dietro quell’esitazione, quel presunto errore di chi hai davanti, puoi tornare a casa. Il mio lavoro è fatto di intuizioni, consce e inconsce. L’attore maneggia le emozioni: devono arrivarti. Certe volte, con la mia socia Sara Casani, ci scambiamo un’occhiata per capire se anche lei ha sentito la stessa onda d’urto.

Dove cercate i nuovi volti?
Nelle compagnie teatrali amatoriali, nelle scuole di recitazione, al cinema. Ovunque. Anche per strada.

Lei ha trasformato dei Signor Nessuno in divi. Le sono grati?
Rimane quasi sempre l’affetto. Perché li ha saputi vedere.

È la fatina buona di decine di attrici e attori. A partire dal cast di Suburra.
È stata una fortuna: Sollima, il regista, non voleva volti noti. Abbiamo avuto una grande libertà, il che ha permesso l’emerge di nuovi attori. Gomorra è andata un po’ allo stesso modo.

In che senso?
Non avremmo mai potuto scegliere un artista di una serie sulla camorra che sarebbe andata in onda poco prima di noi. Avevamo una sorta di black list: vi figurava anche Salvatore Esposito, per un piccolo ruolo.

Che invece è diventato "Jenny la carogna", uno dei portagonisti. Cosa ha trovato in lui tanto da rompere il diktat?
Salvatore era perfetto per il ruolo. Lo abbiamo capito subito. Bravo, serio, con il fisico giusto. Però c’era il veto. Lui si propose allora come spalla ai provini.

Cosa significa?
L’attore che si presta a recitare in scene a due. Un lavoro che si fa gratis.  

E Jenny come si è comportato?
Imparando tutto a memoria, per tre mesi. Perfetto. Era bravo a dare le battute. Noi cercavamo un attore in grado di sostenere le due facce del personaggio: il "bamboccio" che poi si trasforma in duro. A un certo punto ci siamo "rassegnati": lo abbiamo preso. È successa un’altra cosa buffa...

Racconti.
Un attore delal serie "tabù" si è fatto truccare da un professionista, ha messo le lenti a contatto colorate e ha fatto il provino. Ci ha fregati, non lo abbiamo riconosciuto.

Alla fine lo avete scritturato?
No.

E con Marco D’Amore, Ciro, come è andata?
Un colpo di fulmine. È stato fra i primi a presentarsi. Noi però ne abbiamo visti altri cento, ma nessuno era Ciro come lui.

E per il capoclan, Salvatore Savastano?
"Dove stavi?", mi sono chiesta vedendo Fortunato Cerlino che poi ha avuto il ruolo. A Napoli era rappresentato da un’agenzia minore. È uno di mestiere.

Cristiana Dell’Anna?
Lì è stata lunga, lunghissima perché a noi è piaciuta da subito, ma era troppo "bambolina". Abbiamo dovuto farle fare almeno otto provini per decidere.

Non possiamo non chiederle di Scianel, alias Cristina Donadio?
Non ce ne erano altre possibili oltre a lei.

Scusi, ma quanto è durato il casting di Gomorra?
Quasi un anno. Stefano Sollima, il regista, è uno che non si accontenta. Abbiamo visto 800 artisti per la prima stagione, 500 circa per la seconda. Niente rispetto all’Amica geniale.

Già perché lei ha per le mani l’altro gioiello della fiction italiana.
Abbiamo provinato novemila bambini. In ufficio ho 11 scatoloni con le liberatorie.

La serie è prodotta da Rai e HBO. Non deve essere stato facile individuare le due bambine della storia.
Non abbiamo avuto pressioni. Abbiamo lavorato tanto, in 15 sguinzagliati per tutta Napoli: scuole, concerti, strade, laboratori teatrali, piccole compagnie, oltre ai  casting aperti. Abbiamo battuto tutti i quartieri. Cercavamo esordienti.

Avete già scritturato le due protagoniste da bambine e da adolescenti. Cominciamo da Elena, l’amica scrittrice.
È stato il caso: abbiamo visto Elisa Del Genio perché accompagnava il fratello a fare un provino.  

Per Lila invece?
Ludovica Nasti era semplicemente quella giusta per la parte.

Sia sincera, aveva letto i quattro tomi dell’Amica geniale o lo ha fatto solo per lavoro?
Mia nonna era napoletana, mia madre ha lo stesso anno di nascita delle due protagoniste: è pittrice, è stata costumista. Sono cresciuta con i loro racconti. Quando ho letto i romanzi, vi sono entrata subito, perché era un mondo che conoscevo e sentivo vicino. E quando il produttore Domenico Procacci mi ha proposto di fare il casting, ho fatto letteralmente i salti di gioia nel suo ufficio.

Lo ammetta, lei ha spesso già in mente le facce?
È quasi automatico leggendo una sceneggiatura, immaginarsi i volti. Però è importante farsi sorprendere, al provino come sul set. I personaggi evolvono.

Domanda d’obbligo: come se la passa fra i due fratelli litigiosi?
Li amo incondizionatamente tutti e due. Non ci sono preferiti. Nella vita, i rapporti profondi sono spesso complicati. Abbiamo genitori dolcissimi: due persone semplici e naturali. La verità è che nella mia famiglia scorre tanta energia e tanta dolcezza. Con dei momenti bellissimi, vissuti insieme. Questa è la foto della mia famiglia: con tanta vita.

Mai affaticata? Mai piegata dal dispiacere?
È una domanda retorica. È così, ma lo tengo dentro di me.    

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Questo articolo è stato pubblicato sul numero 18/2018 di Panorama in edicola da giovedi 19 aprile con il titolo originale di "La Muccino Femmina"

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