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"La nostra vita blindata a Tel Aviv"

C’è un detto, sui ragazzi di Tel Aviv: anche quando suonano le sirene che annunciano il pericolo, loro rimangono impassibili, incollati alle sedie dei caffè sulla spiaggia, a sorseggiare vodka e mojitos.

Era vero fino a ieri. Ci sono voluti prima un razzo e poi ancora una bomba esplosa su un autobus, che ha provocato 23 feriti di cui tre gravi, a gettare nel terrore anche la capitale laica e liberale dello Stato ebraico, da sempre considerata la città leggera, del divertimento e della vita notturna più sfrenata. La spensieratezza se n’è andata anche da qui, lasciando il posto all’angoscia e a un senso devastante di insicurezza. Non accadeva dal 2006, data dell’ultimo attentato - portato a segno da un kamikaze - che ha insanguinato la città con nove morti e decine di feriti.

Non che la movida si sia spenta, a Tel Aviv. I bar e i locali della Tayelet, il lungomare, sono ancora pieni di ragazzi, all’ora dell’aperitivo. Perché la regola, per questa città dalle mille luci e dai profumi di spezie, è una sola: continuare a vivere nonostante tutto. Sempre. Con la consapevolezza che però, da un momento all’altro, potrebbero suonare le sirene. E allora scatta la corsa verso i bunker.

Una decina, quelle che si sono sentite finora dall’inizio del conflitto con Gaza. Con una cadenza quasi quotidiana. Un pericolo costante e concreto che spaventa ma non abbatte i ragazzi di Tel Aviv. Che, seppure in una città blindata, continuano a vivere la propria vita. Possono cambiare la nostre abitudini quotidiane - dicono - ma questa guerra non ci annienterà”.

“Quando ho sentito la sirena la prima volta giorni fa stavo nuotando in mare e non mi è passato nemmeno per la testa di uscire dall’acqua - racconta Eliah Greif, 33 anni, israeliano con radici italiane - poi tutti abbiamo visto la contraerea e un’esplosione di colori: era appena stato lanciato un razzo su Tel Aviv”.

E’ stato proprio quel razzo, intercettato in tempo dal sistema Iron Dome israeliano, e caduto (senza fare vittime) alla periferia sud della città, come non accadeva dalla Guerra del Golfo del 1991, a rappresentare, per la capitale laica, il culmine di una tensione che - finora - l’aveva solo sfiorata.

“La preoccupazione non si addice alla nostra città – racconta Ariel Rosenberg, 34 anni, manager di una multinazionale con doppia cittadinanza israeliana e argentina  - noi cerchiamo di vivere senza cambiare nulla della nostre abitudini, andiamo al lavoro ogni mattina, usciamo a cena la sera, andiamo al cinema, ma con la consapevolezza che siamo tutti a rischio”. Con una precauzione, che è quella più utilizzata: cercare di salire meno possibile sui mezzi pubblici.

Le istruzioni su come comportarsi in questi giorni di alta tensione, del resto, da parte del governo israeliano, sono martellanti: sms su cellulari, spot televisivi, monitor su schermi pubblici e volantini. Gli abitanti di Tel Aviv sono stati ben istruiti su tutto.  Le regole sono poche e veloci: quando suonano le sirene, i cittadini devono raggiungere il rifugio più vicino al luogo in cui si trovano. Hanno novanta secondi di tempo per farlo. Non tutti i palazzi di Tel Aviv, infatti, sono dotati di bunker. Ma solo quelli più moderni. A chi vive negli edifici più vecchi, è stata consegnata una lista di quelli pubblici dove andare. Chi si trova in mezzo alla strada, invece, deve sdraiarsi a terra. Mentre  in città, le camionette dei soldati e della polizia sono state incrementate, così come i controlli.

E la vita quotidiana è cambiata anche per la folta comunità italiana residente a Tel Aviv. Racconta Marco Anticoli, 26 anni, romano, che si è trasferito in Israele 4 anni fa e ora lavora nel settore marketing: “Si respira un’aria di tensione, è strano da spiegarsi, dobbiamo adattarci a questa situazione. E’ una questione di sopravvivenza”. Nonostante il pericolo concreto, però, da Tel Aviv non ha intenzione di andarsene: “Io non lascerò mai la mia casa. Nessuno mi negherà mai il diritto di stare qui”.

La pensa così anche Simone Cabib, 32 anni, di cui gli ultimi 14 vissuti in Israele fra Gerusalemme e Tel Aviv, dipendente di una delle più grandi banche del Paese. “Non ho sentito l’esplosione dell’autobus - racconta - ma dalla quantità di sirene e ambulanze ho capito che era successo qualcosa di grave. E il fatto è che dopo il razzo lanciato su Tel Aviv la scorsa settimana qualcosa in noi è cambiato, e siamo tutti più all’erta”. “Quando vivevo a Gerusalemme - racconta - queste cose erano molto più frequenti. Ma a Tel Aviv no. Non pensavamo che sarebbe successo anche qui. E la nostra preoccupazione è che questo sia soltanto l’inizio di una lunga serie”. Precauzioni? Qualcuna. Ma senza stravolgere la propria vita. “La mia ragazza - racconta - prendeva l’autobus tutti i giorni per andare al lavoro. Ecco: da domani forse prenderà qualche taxi in più”.

Anche per lui, andarsene, non è nei programmi: “Io mi sono trasferito qua a 19 anni per un ideale ben preciso. Sono sempre rimasto qua e sempre ci rimarrò. E posso dire che, come me, la pensa maggior parte degli italiani a Tel Aviv”.

Le sue abitudini, invece, Raffaele Rubin, 33 anni, ebreo romano sposato con una ragazza israeliana che anni fa è stata ferita in un attentato terroristico, le ha cambiate eccome: “Da quando hanno lanciato il razzo su Tel Aviv, abbiamo capito che la situazione stava precipitando. E da allora vado ogni giorno al lavoro in taxi”. Ma le precauzioni non sono finite: “Non chiudiamo mai la porta a chiave, la notte, perché in caso di sirena non dobbiamo perdere nemmeno un secondo di tempo. Quando facciamo la doccia, poi, i vestiti sono sempre a portata di mano. Sempre nell’ottica di una fuga”. Dormire un sonno pieno e sereno, poi, è impossibile: “Più che un sonno, è uno stato di dormiveglia”.

“E’ una situazione frustrante - racconta - e deve finire al più presto. Il nostro governo ce la deve mettere tutta per arrivare a una tregua. Anche e soprattutto per il bene dei palestinesi. Che sono i primi a doversi liberare degli estremisti di Hamas”.

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