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La lobby del petrolio e la conferenza di Parigi

La notizia è gustosa: dieci tra le maggiori compagnie petrolifere del mondo hanno annunciato che intendono fare la loro parte affinché venga raggiunto un accordo sulla riduzione del riscaldamento globale alla Conferenza di Parigi.

Visto da una certa prospettiva, questo sembra l'annuncio di un piromane che passa dall'altra parte della barricata e si arruola nei  pompieri.

Le compagnie petrolifere e la causa ambientale

Però è così: La Oil and Gas Climate Initiative, il gruppo che include la BP, Shell, Saudi Aramco, la Total e diverse altre importanti società (il 20% della produzione mondiale di petrolio e gas), prima dell'inizio della conferenza ha diffuso una dichiarazione in cui afferma che l'obiettivo è quello di tutti gli altri: due gradi centigradi in meno di riscaldamento globale.

"Spesso si ha l'impressione che i combustibili fossili siano i cattivi ragazzi in questa storia, ma i cattivi ragazzi - ha detto il numero uno della Total Patrick Pouyanne - qualche volta sono parte della soluzione del problema".

Se l'impegno sarà effettivo e non si rivelerà solo un'abile manovra di pubbliche relazioni, lo diranno i lavori della conferenza e il prossimo futuro.

Gli ambientalisti sono scettici. Queste compagnie petrolifere hanno passato gli ultimi anni a sabotare tutti gli sforzi per ridurre l'emissione di gas serra e ora si presentano a Parigi con la vesti dell'agnello.

La lobby del petrolio e il "negazionismo" ambientale

Negli ultimi anni, la lobby del petrolio ha speso decine e decine di milioni di dollari per negare l'esistenza dei cambiamenti climatici.

Sono stati finanziati "scienziati" per dimostrare che non c'è alcun nesso tra l'emissione di gas e il surriscaldamento del pianeta; sono stati dati migliaia e e migliaia di dollari a opinionisti per scrivere che il surriscaldamento globale era una favola degli ambientalisti; negli Usa (per esempio) sono stati foraggiati decine di politici per bloccare ogni legge che prevedesse dei limiti alla diffusione dei gas serra.

Lo hanno fatto le compagnie che ora fanno parte del "gruppo di Parigi" - come la Bp (indicata da un''organizzazione indipendente, la britannica Influence Map, come la più strenua oppositrice a qualsiasi normativa ambientale a livello europeo) - e lo hanno fatto, a maggior ragione, le società petrolifere che non hanno aderito all'iniziativa parigina.

Tra quest'ultime ci sono le americane Exxon e la Chevron. Negli Usa, la lobby del petrolio è molto potente. Lo è sempre stata. E, da anni, lavora per far passare un principio a livello di pubblica opinione: l'effetto serra è una barzelletta.

La lobby negli Usa

Nello scorso luglio, il quotidiano britannico The Guardian pubblicava un articolo che riguardava proprio la ExxonMobil. La compagnia, nonostante molti dei suoi azionisti avessero chiesto otto anni prima di smetterla di finanziare politici e opinionisti per negare i cambiamenti climatici, aveva continuato a farlo.

A diversi membri del Congresso (per lo più repubblicani) erano arrivati un totale di 3 milioni e mezzo di dollari, mentre altri 30 milioni di dollari erano stati dati a ricercatori e attivisti di gruppi anti o pseudo ambientalisti per diffondere falsità sul riscaldamento globale.

Negli Stati Uniti, i Re del "negazionismo" ambientale sono i fratelliKoch, tra i più importanti industriali americani, vicini al Tea Party e finanziatori di tutte le campagne e le lobby conservatrici (in primis, quella delle armi).

Greenpeace ha rivelato che i Koch hanno speso una cifra che si aggira attorno agli 80 milioni di dollari in una quindicina di anni per foraggiare i gruppi che negano l'esistenza del'effetto serra.

La lobby del petrolio continuerà a lavorare a Washington. L'attivismo di Barack Obama sul fronte ambientale è visto come un vero pericolo. Non è un caso che il Congresso (a maggioranza repubblicano) abbia fatto le barricate contro le leggi proposte dalla Casa Bianca in questo campo. E c'è già chi dice che Capitol Hill potrebbe rigettare l'accordo che uscirà dalla Conferenza di Parigi.

Quella sarebbe la più grande vittoria dei "negazionisti per interesse (economico)" dei cambiamenti climatici.




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