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Houston, abbiamo un problema (tra Usa e Cina)

Houston abbiamo un problema: è tornata alle stelle la tensione tra Washington e Pechino. Il Dipartimento di Stato americano ha confermato mercoledì di aver ordinato la chiusura – entro 72 ore – del consolato cinese della città texana. La portavoce di Foggy Bottom, Morgan Ortagus, ha dichiarato che la struttura diplomatica sarà chiusa "al fine di proteggere la proprietà intellettuale americana e le informazioni private degli americani". Il Dipartimento di Stato ha inoltre aggiunto che Pechino "si è impegnata per anni in enormi operazioni di spionaggio e influenza illegali" e che "queste attività sono aumentate notevolmente in termini di dimensioni e portata negli ultimi anni". Su una linea agguerrita si è collocato anche il senatore repubblicano della Florida, Marco Rubio, che su Twitter ha dichiarato: "Il consolato cinese a Houston non è una struttura diplomatica. È lo snodo centrale della vasta rete di spie e operazioni di influenza del Partito comunista negli Stati Uniti. Ora quell'edificio deve chiudere e le spie hanno 72 ore per partire o essere arrestate". Molto più cauto si è invece mostrato il senatore indipendente del Maine (affiliato al Partito Democratico), Angus King, secondo cui la mossa non farebbe che inasprire le tensioni e risulterebbe dettata da calcoli di natura elettorale.

Durissima la reazione della Repubblica Popolare, con il ministero degli Esteri cinese che ha parlato di "provocazione politica lanciata unilateralmente da parte americana, che viola gravemente il diritto internazionale, le norme di base che regolano le relazioni internazionali e l'accordo consolare bilaterale tra Cina e Stati Uniti". Pechino ha inoltre intimato a Washington di ritornare sui propri passi, minacciando ritorsioni e aggiungendo che "la Cina è impegnata nel principio di non interferenza. L'infiltrazione e l'interferenza non sono mai nei geni e nella tradizione della politica estera cinese". Come riportato dai siti di Cnbc e di Cnn, secondo alcuni media locali, i funzionari del consolato – martedì sera – avrebbero dato fuoco a dei documenti nel cortile dell'edifico. Una situazione in parte analoga si era verificata nell'agosto del 2017, quando il Dipartimento di Stato aveva ordinato la chiusura del consolato russo di San Francisco, dopo che Mosca aveva preteso che gli Stati Uniti riducessero il proprio personale diplomatico in Russia. Il consolato di Houston copre otto Stati del Sud degli Stati Uniti, tra cui il Texas e la Florida: fu, tra l'altro, il primo ad essere istituito nel 1979, dopo la stabilizzazione delle relazioni diplomatiche tra Washington e Pechino. Non è escludibile che la Repubblica Popolare possa adesso chiudere una struttura diplomatica statunitense sul proprio territorio. Secondo Cnn, oltre all'ambasciata a Pechino, Washington dispone di cinque consolati in Cina a Chengdu, Guangzhou, Shanghai, Shenyang e Wuhan.

Va da sé che, con questa mossa, le fibrillazioni tra Stati Uniti e Repubblica Popolare sono destinate rapidamente ad aumentare. Anche perché quest'ordine di chiusura si inserisce all'interno di un contesto già abbastanza teso. Pochi giorni fa, il governo americano ha accusato due hacker cinesi di una "vasta campagna di intrusioni informatiche", che sarebbe stata appoggiata da Pechino con l'obiettivo di puntare alla ricerca sul vaccino per il coronavirus. Inoltre, negli ultimi tempi, la tensione è salita anche sul piano militare, quando gli Stati Uniti hanno definito "illegali" le pretese che la Repubblica Popolare accampa su gran parte del Mar cinese meridionale. Senza poi dimenticare l'aspra battaglia contro Huawei. Nel suo ultimo viaggio nel Regno Unito, Mike Pompeo ha spinto Londra a rafforzare la propria contrarietà ai cinesi sul fronte del 5G, mentre – nelle ultime ore – il segretario di Stato americano è tornato ad attaccare il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, definendolo "comprato" da Pechino. Non dimentichiamo che Donald Trump avesse in passato bollato l'agenzia specializzata Onu come troppo "incentrata sulla Cina" e che – nelle scorse settimane – abbia formalmente avviato il processo per abbandonarla definitivamente. In tutto questo, aleggia da più parti il sospetto che la Repubblica Popolare possa tentare di interferire nelle elezioni presidenziali americane di novembre. Trump ha talvolta ventilato questa ipotesi, mentre – lunedì scorso – il candidato democratico in pectore, Joe Biden, ha reso noto di aver ricevuto briefing che andavano in tale direzione. Se ad aprile Pechino negò di voler intromettersi nelle presidenziali americane, poche settimane fa il direttore dell'Fbi, Christopher Wray, ha tuttavia parlato di una "influenza maligna" della Cina, volta a "distorcere" il dibattito pubblico americano.

Insomma, lo stato delle relazioni tra Washington e Pechino si fa sempre più problematico. E, a questo punto, è lecito domandarsi dove questa situazione possa portare. Quello che non è infatti ancora del tutto chiaro è se tali fibrillazioni siano frutto di esigenze legate a dinamiche di natura interna oppure se si tratti di un orientamento strutturale che la politica estera statunitense sta avviando nei confronti del Dragone cinese. Il tema interno ha sicuramente una sua rilevanza, anche perché – ormai da mesi – Trump e Biden si stanno reciprocamente accusando di eccessiva arrendevolezza verso Pechino, soprattutto alla luce del fatto che – a causa della pandemia – una larga fetta di elettori americani nutre al momento sentimenti di ostilità nei confronti della Repubblica Popolare. Finora, il contrappeso che ha nei fatti evitato una escalation irreparabile è stato in buona sostanza rappresentato dalla questione commerciale, dal momento che né Washington né Pechino sembrerebbero avere intenzione di affrontare una recrudescenza del conflitto tariffario. Certo è che l'accavallarsi dei fronti di scontro rischia, ogni giorno di più, di peggiorare l'ormai perenne guerra di nervi tra i due giganti.

Trump si sta quindi probabilmente muovendo su più piani. Sul fronte internazionale, il presidente americano vuole colpire la Cina, per comprometterne l'ascesa geopolitica e commerciale. Sul fronte interno, l'intento è invece quello di "stanare" Biden e i democratici: quei democratici che, nonostante una retorica spesso roboante contro Pechino sui diritti umani, alla prova dei fatti non è che abbiano spalleggiato poi granché l'inquilino della Casa Bianca nel suo confronto con il Dragone: lo hanno aspramente criticato sull'Oms e hanno battezzato il Covid-19 "Trump virus". Tutto questo, mentre lo stesso Biden ha una storia pregressa (soprattutto da senatore del Delaware) non particolarmente battagliera nei confronti della Repubblica Popolare.

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