Franca Leosini: "Racconto senza pregiudizi le Storie Maledette"

Franca Leosini è la regina delle metafore audaci, delle iperboli dosate con generosità, delle suggestioni ricercate che fanno impazzire i #leosiners e scatenano su Twitter commenti trasognati tendenza camp. “Gioiosamente sporcaccioni”, “Ha una pelle di magnolia”, “Puledra selvaggia”, “Chi era Wanna Marchi: una perfida calcolatrice o un’emerita deficiente?” sono solo alcuni degli esempi più celebri. Regina degli ascolti - sabato Storie Maledette ha incassato il 9,31% di share, due punti in più di Fazio - idolatrata dai gay, bistrattata da certi critici: da vent’anni madame Leosini piace in maniera trasversale e conquista con piglio feroce schiere di pubblico ipnotizzato dai suoi mitologici “glie lo ricordo io”. A Panorama.it racconta i segreti del successo del programma cult di Rai Tre.

I critici non sono morbidi nei suoi confronti. Qualche settimana fa Aldo Grasso ha definito Storie Maledette “un morboso feuilleton”.

Niente di più falso: rispetto Aldo Grasso, ma non concordo. Ci sono anche critici che nel tempo hanno cambiato idea, altri che scrivono bene del programma. Non si può e non si deve piacere a tutti: chi fa questo mestiere lo deve mettere nel conto.

È vero che le arrivano molte autocandidature per partecipare al programma?

Sì. Di recente ho ricevuto la lettera di un carcerato che, per convincermi, ha tracciato un suo profilo nel quale ha inserito anche le misure dei suoi attributi fisici.

Quattordici serie e vent’anni di successi. Le piacerebbe andare in prima serata?

Ci sono stata qualche anno fa con Ombre sul giallo e andò bene. Storie Maledette dura un’ora e non c’è quella pezzatura in prima serata. Ma ricordo che fino a qualche anno fa iniziavamo alle 22 e 30: era la meravigliosa seconda serata, che dava la possibilità di parlare di argomenti scabrosi scollinando dalla fascia protetta. Poi Striscia la notizia cambiò tutto, con quel successo deflagrante. Ho discussioni amabilmente accese con la rete, che amo immensamente, quando non vengono rispettati gli orari di messa in onda: c’è chi non capisce il danno creato a chi viene dopo. Questa cosa mi crea furore.

È vero che lo scorso anno fu contattata da Urbano Cairo per passare a La7?

M’imbarazza commentare certe notizie. Ma se lo scrisse Dagospia, che non dice mai cose false avendo spie molto attendibili, sarà vero.

Torniamo a Storie Maledette. Come sceglie le vicende?

Non prendo in considerazione i professionisti del crimine. Sono attratta dalle storie umane, scelgo i casi per la fascinazione: spesso quelli non conosciuti hanno maggiore successo. Scelgo per tematiche cui deve corrispondere una vicenda umana e processuale forte, in cui la caduta verso la storia maledetta sia intrisa di passione e sentimenti: il gesto estremo che ha come movente il danaro non m’interessa.

Come si prepara?

Studio e soffro molto. Una mia regola insuperabile è non anticipare mai domande: è questa la forza determinante del programma. Io prendo per mano il mio interlocutore, lo invito a fare un viaggio a ritroso. Quando iniziamo a registrare, non so mai dove arriverò e cosa riuscirò a portare a casa. Stefania Albertani, la protagonista della storia delle prime due puntate di questa nuova stagione, al processo non ha detto una parola: ha parlato solo con me. Molte volte il primo passo non lo faccio io ma vengo contattata.

Perché scelgono proprio lei e non un qualsiasi altro programma di cronaca nera?

Forse perché mi ritengono un’interlocutrice credibile. Durante la conversazione c’è un clima di tensione forte, criptico. Non è un’intervista classica: svuotano l’anima, è quasi una catarsi, dicono cose che nemmeno al processo hanno detto. Sanno che non li giudicherò ma che ho dovere di dire come sono andati i fatti. Anche le domande più spietate, e spesso lo sono, servono per mettere le persone di fronte ai loro comportamenti. Dò loro la possibilità di dire il perché di quel gesto, che cosa è scattato, quale guasto nella vita lì ha spinti a cadere negli inferi di una storia maledetta.

Come fa a restare impassibile davanti a storie così dure?

Mantengo lo stesso distacco di un chirurgo al tavolo operatorio, ma al montaggio piango rivivendo le emozioni che trattengo in trasmissione. Io recito quello che ho scritto mentre gli interlocutori vivono uno psicodramma, rivivono l’inferno del loro passato. La loro è una reazione immediata e proprio per mantenere la tensione forte giriamo come se fosse una diretta. Hanno la sensazione di essere soli con me, eppure il set è quasi cinematografico e ci lavorano quindici persone.

I suoi virtuosismi lessicali sono diventati un cult, i leosiners twittano compulsivi le sue metafore ardire, catalogate di recente da Raffaella Serini su Vanitifair.it. La accusano di usare un linguaggio desueto.

Rifiuto l’idea di virtuosismo, il mio linguaggio è quello di chi studia e legge molto. Uso gli aggettivi giusti, scelgo la costruzione di una frase in maniera puntigliosa. Scrivo tutto da sola. Ho il dovere di usare un linguaggio che non sia becero e scadente. Io scrivo come parlo. L’errore fatto in questi anni è stato portare in video persone che hanno degradato il linguaggio ed è una grave responsabilità della televisione. Noi siamo dei modelli, abbiamo il dovere preciso non di educare ma di non diseducare.

Franca, lei piace in maniera trasversale.

Mi gratifica essere seguita da Matteo Garrone e da altri grandi registi, ma sono felicissima che la mia foto campeggi tra zucchine e peperoni di un verduriere che di recente ha chiesto di avere un mio autografo. Mio marito me lo dice spesso: “Con te so quando entro al supermercato ma non so quando esco”.

Perché è considerata un’icona gay?

Me lo sono chiesta e me lo hanno chiesto spesso. Non saprei rispondere. Ma sono molto gratificata e onorata. Sono da sempre una sostenitrice dei loro diritti, che considero di civiltà. Sono a favore del matrimonio tra persone dello stesso sesso.

Che idea si è fatta della polemica dopo la circolare che il Ministro Alfano ha inviato ai prefetti, per vietare la trascrizione dei matrimoni contratti all’estero tra persone dello stesso sesso?

Alfano è l’esponente di spicco di un partito conservatore: non so cosa pensi interiormente, ma deve mantenere quella linea politica. Non si può dire che non abbia agito secondo la legge. È il Parlamento che sbaglia non dando indicazioni e linee guida definitive sul tema. Il Parlamento si deve esprimere sulla posizione di persone che, come dico io, “sono ancora senza terra”. Siamo vergognosamente buoni ultimi in Italia. 

Ha detto: “Io non baro mai, non invento, non faccio sensazionalismi”. Quanto sensazionalismo c’è nei programmi che si occupano di cronaca nera?

Per quel poco che ho la possibilità di vedere, puntano tutto sul sensazionalismo, ma non giudico la costruzione del prodotto perché ognuno ha il suo stile. Storie Maledette è un unicum. M’invitano spesso ma dicono sempre di no - salvo qualche volta da Vespa - perché ognuno ha il suo ruolo ed io non voglio fare l’opinionista.

In questi venti anni, c’è una storia che non è riuscita a raccontare?

Quella di un magistrato di Cassazione che aveva una relazione con una collega, moglie di un altro magistrato di Cassazione: attirò il marito di lei in un tranello, si fece accompagnare ad Anzio e lo uccise. Lo seppellì e poi partecipò alle ricerche. Avrei voluto raccontare questa storia ma lui si è rifiutato. Altri casi poco interessanti li rifiuto in partenza, altri dopo aver incontrato i protagonisti se li sento poco sinceri o capisco che vogliono strumentalizzare la storia.

Sabato ci sarà uno speciale sulla morte Pasolini.

A 40 anni dalla scomparsa, la verità è ancora un mistero. Nel 2005 parlando con me Pelosi ribaltò la versione dei fatti che aveva mantenuto fedele al processo: in molti si sono riappropriati del merito, ma la riapertura dell’indagine si deve a me. Pelosi ha aggiunto spiccioli di pseudo verità ma quella vera non la dirà mai.

Che fine fanno i mitologici quaderni che sfoglia con fare ipnotico?

Li conservo tutti. Quando avrò tempo magari scriverò un libro: me l’hanno proposto diverse case editrici ma per fare sei puntate ci metto un anno e ogni puntata equivale alla stesura di un libro. La scrittura deve corrispondere alla realtà umana, culturale, e giudiziaria del caso. Il mio testo lo solfeggio come uno spartito musicale: la prosa è musica, se non c’è musicalità manca il ritmo.

Ultima curiosità. Mantiene i contatti con i protagonisti delle puntate?

Ho mantenuto rapporti con quasi tutti gli interlocutori. E’ come se li adottassi: affidano a me il loro destino, il loro animo, mi sento in debito di riconoscenza nei loro confronti. Qualche giorno fa ho parlato con Daniela Werner, la moglie del figlio di Mario Del Monaco, protagonista di una puntata andata in onda qualche sabato fa. “Mi hai cambiato la vita”, mi ha detto, perché dopo la trasmissione le sono stati proposti degli ingaggi (è un soprano, ndr). Racconto la discesa agli inferi di queste persone, ma tolgo quella patina di demonizzazione che è stata data loro. Racconto spaccati di tragica realtà umana, ma non giudico. È questa la mia forza.

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