C'era una volta Clubhouse

Un successo travolgente che ha fino per travolgere la stessa Clubhouse. Una scossa improvvisa e inattesa che nei primi mesi del 2021 aveva portato alla ribalta l'app per le chat audio, uno spazio in cui ritrovarsi con appuntamenti di gruppo imperniati sulla voce. Niente immagini né video ma solo l'audio a dettare i tempi in un periodo complesso, quando tutto il mondo era tappato in casa per fronteggiare l'incubo Coronavirus. Tanti ritagli di tempo libero durante la giornata e un imprevisto rimedio per riempirli, questo è stata Clubhouse, con un successo momentaneo legato anche all'esclusività della soluzione, disponibile per diversi mesi solo su iOS (quindi per i possessori di iPhone) e solo su invito.

La voglia di essere laddove non sono gli altri ha scatenato un vorticoso passaparola, dominante come sempre su Twitter e molto meno nel mondo reale, con il susseguirsi di esperimenti e con i più temerari a pianificare eventi e presentazioni solo su Clubhouse a spingere in alto le quotazioni della social-app, capace di toccare i 10 milioni di utenti attivi settimanalmente e attirare finanziamenti per complessivi 110 milioni di dollari. La rapida esaltazione decantata dagli utenti ha gonfiato troppo le prospettive dei venture capitalist, facendo impennare la valutazione a circa 4 miliardi di dollari. Numeri dimostratisi poi ampiamente fuori scala, nonostante nel momento d'oro i più illustri nomi della scena americana, da Elon Musk a Oprah Winfrey, passavano da Clubhouse.

L'immediato successo costrinse i big del settore a investire prontamente nel ramo audio: così nacquero in poche settimane Facebook Live Audio Rooms, Twitter Spaces e Spotify Live, con i giganti che combinando il clone di un sistema di successo con una platea incomparabile per le piccole startup, finiscono per limitare, schiacciare ed emarginare (o, in caso contrario, acquisire) chi ha ideato un'idea vincente. Guardando indietro, anche i due fondatori di Clubhouse, Paul Davison and Rohan Seth, hanno diverse colpe, oltre a non aver colto l'occasione per vendere l'app quando era al suo apice. Il ritardato lancio della versione per Android, arrivata a maggio 2021 (anche perché l'inaspettata notorietà è arrivata quando il team era composto da soli 8 dipendenti), ha pesato sulla diffusione dell'app su ampia scala, come anche le incertezze sulle possibilità e sulle modalità per monetizzare il proprio impegno da parte degli utenti più attivi, spinti in questo modo a spostarsi altrove per assicurarsi dei ricavi.

A determinare, però, il repentino crollo di Clubhouse è stata la fine del lockdown e il graduale ritorno alla normalità. Lo stop dell'isolamento forzato ha favorito gli incontri di persona, con la volontà di recuperare il tempo perduto che ha fatto presto dimenticare le conversazioni via smartphone (anche perché per i brevi messaggi, anche audio, c'è sempre WhatsApp a dominare la scena). Dopo i primi obbligati licenziamenti dell'anno scorso, quindi, Clubhouse è stata chiamata a ripensarsi per proporsi sotto un'altra veste. Quale sia non si è ancora capito, perché l'unica certezza è arrivata nella lettera che nei giorni scorsi i due fondatori hanno inviato ai dipendenti, annunciando il taglio del 50% dell'organico.

"Con l'apertura del mondo post Covid, per molte persone è diventato più difficile trovare i propri amici su Clubhouse e programmare lunghe conversazioni nella propria quotidianità. Per trovare il suo ruolo nel mondo, il nostro prodotto deve evolversi e ciò richiede un periodo di cambiamento e un team più snello", hanno scritto Davison e Seth, garantendo ai dipendenti licenziati lo stipendio per i prossimi quattro mesi, l'assistenza sanitaria e il sostegno agli immigrati. Più che puntare il dito sugli errori di Clubhouse, che lo scorso dicembre ha subito una multa da 2 milioni di euro dal Garante della privacy per "scarsa trasparenza sull'uso dei dati degli utenti e dei loro amici", il contemporaneo ridimensionamento di Greenroom lanciato da Spotify e di Reddit Talk dimostra come a esser superata è l'idea di una social-app basata solo ed esclusivamente sull'audio. Una contrapposizione in termini nell'epoca della società delle immagini.

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