Cina, l'ideologia surclassa l'economia

La Camera di Commercio dell'Unione Europea in Cina (di seguito denominata “Camera Europea”) ha appena pubblicato lo “European Business in China Position Paper 2022/2023” (di seguito denominato “Position Paper”), il suo rapporto rilasciato su base annua sin dal 2001, anno in cui la Cina ha aderito all'Organizzazione mondiale del commercio (OMC). La prima edizione del Position Paper, pubblicata oltre due decenni fa, ha delineato le sfide che le imprese europee hanno dovuto affrontare durante le proprie operazioni in Cina, fornendo al contempo dei consigli per apportare un miglioramento nel mercato (68 in totale) sia alle autorità cinesi che a quelle europee.

Quest'anno sono stati formulati un totale di 967 consigli che rappresentano le opinioni della Camera di commercio dell'Unione europea e dei suoi numerosi gruppi di lavoro, con più di 1.800 aziende associate a livello nazionale.

Dai dati raccolti è chiaro che le aziende vedono sempre meno prevedibilità, affidabilità ed efficienza nel mercato cinese, e prospettano anche un’incertezza nel futuro, visto l’aumento delle tensioni geopolitiche.

Nel presente articolo faremo dunque una panoramica di alcuni dei risultati principali e valuteremo il percorso da seguire.

Dure misure di controllo COVID che paralizzano l'economia

Nel 2022 i lockdown e le rigide quarantene hanno portato il crollo della crescita dell’ economia cinese. L'Ufficio nazionale di statistica cinese ha registrato una crescita dello 0,4% su base annua per il secondo trimestre, la più bassa dal primo trimestre del 2020 quando la Cina ha chiuso quasi completamente le proprie frontiere e ha visto rallentare il proprio sviluppo economico per la prima volta in quasi tre decenni. Nel luglio 2022, il tasso di disoccupazione ha raggiunto il 19,9% tra i giovani tra i 16 e i 24 anni; e l’indice di occupazione è stato del 48,6% per il settore manifatturiero e del 46,7% per quello servizi, in calo rispettivamente dello 0,1% e dello 0,2% rispetto al mese precedente.

Altre difficoltà interne significative per questo paese sono state la crisi del debito, esacerbata dall'accelerazione dei prestiti a supporto delle aziende in ripresa dalla pandemia COVID-19; il disfacimento del settore immobiliare, con un calo previsto del 30% circa sulle vendite di immobili per l’anno 2022; varie turbolenze sociali e il blocco della crescita dei consumi. Inoltre, le finanze dei governi locali sono state prosciugate dai continui tamponi di massa effettuati sui cittadini nel perseguimento della politica "zero COVID".

Se la Cina persiste in tale approccio, il contesto imprenditoriale non potrà che diventare sempre più insidioso. Infatti, le restrizioni legate al COVID hanno già avuto un effetto negativo sull'attrazione e la fidelizzazione dei talenti sia stranieri che cinesi, con procedure in continuo cambiamento per visti e permessi di lavoro, nonché limitazioni estreme sui voli nazionali ed internazionali, che hanno accelerato ulteriormente l'esodo dei professionisti europei dalla Cina.

Come piu’ volte evidenziato riteniamo che si dovrebbe dare priorità alla vaccinazione completa dell'intera popolazione, prestando particolare attenzione ai soggetti ad alto rischio, in particolare gli anziani ed i malati cronici, consentendo anche l'uso dei mix dei vaccini e richiami vaccinali più efficaci (sebbene i vaccini stranieri non siano stati approvati in Cina continentale almeno per il momento).

La Camera Europea teme che la Cina non sarà in grado di riaprire completamente al resto del mondo almeno fino alla seconda metà del 2023, consegnando un ulteriore vantaggio ad altri mercati in grado di fornire maggiore accesso e prevedibilità agli investitori

La Cina isolata dal mondo

Le operazioni delle imprese internazionali in Cina stanno diventando sempre più decentralizzate in quanto i propri dipendenti (sia stranieri che cinesi) non sono in grado di far ritorno alle proprie sedi aziendali all’estero ed effettuare regolari scambi commerciali, networking, formazione e condivisione di esperienze/competenze. D’altre parte, anche i direttori d’azienda nelle sedi centrali vengono privati dalla possibilità di far visita in prima persona alle proprie filiali in Cina, portando così una minore comprensione e un minor desiderio di impegnarsi in tale paese, in particolare in vista di rischi politici, economici e reputazionali in continuo aumento.

Per giustificare i propri piani d’investimento, le imprese europee hanno quindi bisogno che la Cina dimostri maggiore trasparenza e prevedibilità, per allineare le proprie operazioni in Cina con gli obiettivi aziendali a livello globale e con la legislazione in continua evoluzione.

Nel frattempo, poiché il resto del mondo opera in gran parte ad un livello di apertura pre-pandemico, si sta creando un’opportunità per altri mercati emergenti in grado di fornire ambienti aziendali più prevedibili e affidabili, come India, Vietnam ed Emirati Arabi Uniti, per intervenire ed attirare in maniera aggressiva gli investimenti esteri, inclusi quelli precedentemente vincolati alla Cina.

Un ambiente imprenditoriale sempre più politicizzato

Per dimostrare trasparenza nelle proprie operazioni in Cina, le aziende straniere sono sottoposte a una maggiore pressione, sia da parte dei consumatori che dalla nuova legislazione. Ad esempio, l'Unione Europea (UE) sta pianificando di applicare la Direttiva sulla rendicontazione di sostenibilità aziendale (CSRD), la quale introdurrà rigorosi requisiti di rendicontazione e obbligherà le grandi aziende ad effettuare report in materia di sostenibilità, in particolare sui criteri ambientali, sociali e di governance (ESG) e sulla protezione dei diritti umani.

Per poter allineare la realtà delle proprie filiali in Cina ai loro obiettivi di gruppo, le aziende straniere hanno bisogno di un ambiente imprenditoriale trasparente e prevedibile, ovvero che la Cina consenta loro di condurre controlli ad opera di terze parti affidabili per poter essere certificate come pienamente conformi alla legislazione globale, nonché la presenza di partner cinesi disposti a collaborare per ottenere una sostenibilità aziendale in maniera simile. Fino a quando ciò non sarà possibile, le imprese estere dovranno affrontare una crescente pressione con conseguente trasferimento delle proprie operazioni fuori dalle regioni sensibili.

Cambiare le strategie di supply chain

La posizione della Cina come fulcro delle catene di approvvigionamento globali sembra essere messa in discussione e, pur non essendo previsto un completo abbandono della Cina da parte delle aziende straniere dati la dimensione e il potenziale che questo mercato possiede, saranno tuttavia implementate da quest’ultime delle strategie più variegate.

Prima delle epidemie di Omicron che hanno portato a lockdown totali o parziali in almeno 45 città della Cina, diverse aziende europee hanno notevolmente decentralizzato le proprie catene di approvvigionamento all’interno del paese per servire meglio il mercato interno e isolarsi da potenziali shock globali. Tuttavia, questa strategia non è stata priva di inconvenienti significativi: i costi iniziali sono stati elevati e i flussi di comunicazione e dati tra le sedi centrali e le filiali in Cina hanno subito vari impedimenti. Inoltre, il 31% dei produttori europei è ancora costretta ad importare componentistica fondamentale non reperibile in Cina, rendendo dunque impossibile la costituzione di una catena di approvvigionamento limitata ai confini del paese.

Inoltre, diverse aziende europee hanno iniziato (o stavano già esplorando la possibilità) di creare catene di approvvigionamento separate, una esclusiva per la Cina e una per servire il resto del mondo, vista la richiesta di prodotti “non-americani” da parte della clientela cinese e quella di merce “non-cinese” da parte di alcuni consumatori statunitensi, con domanda sia nel settore statale che quello privato. Sebbene la produzione di due prodotti distinti in base al mercato di destinazione può consentire alle aziende di evitare restrizioni all'importazione e all'esportazione, non si può comunque ignorare la presenza di rischi considerevoli come l’aumento dei costi operativi, la diminuzione dell’efficienza ed eventuali cambiamenti delle normative che potrebbero far risultare questa soluzione superflua.

Mentre la strategia aziendale denominata “China +1”, ovvero evitare di investire in Cina e diversificare le attività in paesi limitrofi, sembra destinata a continuare per rafforzare ulteriormente il controllo del rischio e ridurre la possibilità di interruzioni nella catena di approvvigionamento, sono in molti a prendere sempre più in considerazione la strategia "China + 1 + 2 + 3", con imprese europee che cercano di mantenere una forte presenza in questo importante mercato identificando al contempo altre opzioni di riserva valide.

Conclusioni

L'obiettivo della Cina di conseguire una crescita economica pari al 5,5% nel 2022 ha subito un duro colpo quando il valore totalizzato nel secondo trimestre è risultato solo dello 0,4%. Tale sconfitta è stata attribuita principalmente all'impatto dei lockdown dovuti alla “Zero Covid policy“ e, non essendoci ancora una strategia di uscita in vista, è difficile prevedere se vi saranno cambiamenti nel prossimo futuro.

Nonostante le crescenti difficoltà che le imprese europee stanno affrontando in Cina, esse si sono impegnate a mantenere e provare a migliorare il contesto imprenditoriale del Paese, come illustrato nei 967 consigli nella Position Paper di quest’anno. La Camera Europea ritiene che il metodo più efficace per la Cina per restaurare il proprio potenziale economico e ricostruire rapidamente la fiducia degli investitori sia quella di implementare riforme di mercato esaustive.

Con il 20° Congresso Nazionale del Partito Comunista che si terrà il 16 ottobre 2022, la Cina ha la possibilità di sfruttare tale occasione per delineare il proprio percorso da seguire e la Camera europea ritiene che, mantenendo aperti i canali di comunicazione con le imprese e prendendo spunto dai suoi 967 consigli, la Cina sarà in grado di ristabilire un mercato prevedibile, affidabile ed efficiente, avviandosi verso nuovi orizzonti ed il raggiungimento del suo pieno potenziale economico.

A cura di: Avv. Carlo D’Andrea, Vice Presidente della Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina

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