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Brusca: "Borsellino non fu ucciso per la trattativa Stato-mafia"

«Paolo Borsellino non fu ucciso per la trattativa ma per il maxiprocesso. Gli attentati del ’93 vennero fatti principalmente per il maxiprocesso. Il 41 bis (carcere duro per i bossndr)era un fatto momentaneo. Tutto (uccisione dei giudici Falcone e Borsellino ndr) venne già deciso nel ’91, ma anche prima». Con queste parole Giovanni Brusca, il collaboratore di giustizia, ha deposto nell’aula bunker a Milano sul processo per la presunta trattativa Stato-mafia di fronte alla corte d’assise in due giorni no-stop di trasferta nella capitale lombarda. Brusca ha parlato delle reali motivazioni della strage di via d’Amelio scartando l’ipotesi di un patto fra istituzioni e mafia, e aggiungendo che «Borsellino era fra i nomi fatti della Cupola già negli anni Ottanta: prima di tutti era Giovanni Falcone, il secondo era il dottor Borsellino».  

Il pentito, ritenuto fondamentale per la procura di Palermo, che sostiene l’accusa sul presunto patto fra Stato e mafia, fornisce un’altra spiegazione più logica e semplice del leggendario papello, «tutte le richieste di Riina non trovavano soddisfazioni», e addebita la fine stragista di Cosa nostra non a patti o accordi con lo Stato, ma a «malumori tra i boss Bagarella e i Graviano, altrimenti sarebbe continuata…».

Tesi tra l’altro già confermata al processo a carico dei due ufficiali dell’Arma, Mario Mori e Mauro Obinu, assolti «perché il fatto non costituisce reato» dall’accusa di avere evitato dolosamente la cattura del boss Bernardo Provenzano nell’ottobre 1995. E Brusca al proposito spiega: «Le stragi terminarono per dissapori tra Bagarella e i fratelli Graviano» perché «i Graviano erano il gruppo militare, quelli che mettevano i soldi».  

Il pentito aggiunge che sul fallito attentato allo stadio Olimpico del 22 gennaio 1994 non ha notizie certe. Infatti ha riferito di aver saputo della fallita strage da Gaspare Spatuzza (all’epoca reggente del mandamento mafioso di Brancaccio, ora anche lui pentito) e «di qualche cosa» da Matteo Messina Denaro, il quale sosteneva la necessità di colpire i carabinieri, guardia di finanza o polizia indistintamente. 

Ma di fronte al pm fiorentino Gabriele Chelazzi, nell’agosto del 1996, il collaboratore di giustizia riferì di avere saputo della tentata strage all’Olimpico dai giornali e di non averla commentata con alcuna persona di Cosa nostra.  Quindi le versioni non collimano. Mentre coincide invece la versione, di quanto il pentito aveva già esposto in udienza preliminare, davanti al gup Morosini, il  1° febbraio  2013, e cioè  che  dopo l’arresto di Totò Riina il boss Leoluca Bagarella prese il comando su Provenzano, che quindi era  «impotente di fermare le sue scelte criminali, che Bagarella ha portato avanti».  Altro che accordi Stato & mafia!

Il boss Provenzano, secondo la ricostruzione fornita da Brusca, non contava nulla in Cosa nostra, a dispetto della tesi accusatoria della procura palermitana, che lo suggella come garante e interlocutore di ipotetici patti con lo Stato.

Brusca infatti ha dichiarato più volte nell’aula bunker a Milano che Provenzano,  (tanto influente dentro la mafia, secondo i pm palermitani, da consegnare Riina alle istituzioni) non era in grado d’imporre la sua linea e di far cessare le stragi, mentre Bagarella, succeduto a Riina, dichiarava ai suoi sodali «finquando c’è l’ultimo corleonese si va avanti» con l’attacco allo Stato. 

Brusca ha concluso: «Se io e Bagarella avessimo avuto la minima percezione che Provenzano vendeva Riina allo Stato, lo avremmo ucciso». Con queste frasi del pentito sembra insomma crollare l’impianto accusatorio della presunta trattativa tra uomini delle istituzioni e capimafia.

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