ANSA/ VALERIA ABIS
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Renzi, più innovatore di Tony Blair

Ma che succede nel Pd? Se lo chiede, smarrita, innanzitutto l’opinione pubblica democratica, che in queste ore vede intensificarsi  i segnali di nervosismo, dopo che appena quattro giorni fa la Direzione aveva autorizzato Pier Luigi Bersani a tentare un accordo di governo con il Movimento 5 stelle.

Prima le punzecchiature di Matteo Renzi: «Beppe Grillo va sfidato, non inseguito». Poi i mugugni della vecchia guardia, a cominciare da Massimo D’Alema e Walter Veltroni: «Se Bersani fallisce, prepararsi a un piano B». E infine gli ultimatum dei “giovani turchi” Matteo Orfini e Stefano Fassina: «O con Grillo o elezioni». L’unica cosa sulla quale al momento i democratici sembrano tutti d’accordo, è nel concedere un giro di giostra a Bersani. E poi?

Intanto, tutti danno per scontato che il presidente della Repubblica darà l’incarico al segretario del Pd: è altamente probabile, ma non automatico. Comunque, se sarà  lui il prescelto, l’ostacolo che dovrà affrontare, com’è noto, è al Senato. Dove non ha i numeri, sulla carta: pensa davvero, Bersani, di ottenere la fiducia sulla base di un programma limitato e di un appello al senso di responsabilità? Visti i no a ripetizione che arrivano da Grillo, è difficile crederlo. A meno che il segretario del Pd non punti su diserzioni di massa dalle file grilline (e magari anche del Pdl). Teoricamente possibile, ma politicamente un azzardo che esporrebbe al rischio di un ulteriore logoramento il già fragilissimo quadro politico-istituzionale. Allora, le vere domande riguardano il dopo: cioè che cosa potrebbe accadere una volta che il premier in pectore avrà verificato l’impossibilità di formare un governo.

Premesso che il pressing forsennato sul Movimento 5 stelle non ha altro scopo che quello di dimostrare agli elettori di centro-sinistra in fuga verso di lui che è proprio Grillo a non volere il cambiamento, nel Pd danno un po’ tutti per scontato un nuovo ricorso anticipato alle urne. Anche perchè nessuno, nel partito, ritiene che sia proponibile un’alleanza con il centro-destra guidato da un Silvio Berlusconi alle prese con i suoi guai giudiziari: non lo permetterebbero innazitutto gli elettori del Pd che, stando ai sondaggi, insorgerebbero in massa.

Data la situazione, quindi, l’unica, vera domanda è: quando e come i democratici vorrebero tornare alle urne?  Ed è su questo punto che il partito potrebbe spaccarsi.

Renzi scalpita. Dopo aver perso le primarie contro Bersani, nel novembre-dicembre scorso, non immaginava che il suo turno sarebbe arrivato così presto. E il sindaco di Firenze ha tutta l’intenzione di bruciare le tappe.

Una volta fallito il tentativo di Bersani, chiederà che la parola torni subito agli italiani senza ulteriori indugi, e che il centro-sinistra si prepari al voto con le primarie sul candidato premier. Primarie che, stando ai sondaggi, il sindaco di Firenze stravincerebbe, perchè al momento nessun altro candidato sembra avere la sua stessa forza propulsiva e la sua capacità di attrazione oltre i confini tradizionali del centro-sinistra, sia a destra che tra gli stessi grillini. Lo hanno capito anche in Europa e in America, dove gli ambienti che contano si stanno pronunciando con sempre più nettezza in suo favore. Renzi, dunque, potrebbe essere la soluzione del rebus italiano, la risposta all’ingovernabilità. Purchè giocata rapidamente.

Ma gli esponenti della vecchia guardia, i D’Alema, i Veltroni, le Rosi Bindi, i Fioroni e via elencando, cioè tutti quelli che Renzi vorrebbe “rottamare”, difficilmente si farebbero da parte. Per molti di loro, la probabilità di restare sulla scena sono legate esclusivamente alla continuità della legislatura: quanto più il gioco politico si complica, tanto più si moltiplicano le varianti e, di conseguenza, le possibilità di aspirare a un qualche ruolo politico-istituzionale di primo piano.
La vera partita che si preannuncia dentro il Pd, dunque, è questa: siamo all’ultimo atto di uno scontro generazionale che, con la disintegrazione di vecchi gruppi dirigenti, può far nascere anche una nuova concezione del partito e una nuova cultura politica. Con effetti a catena sull’intero sistema.

Non è un caso che i giornali stranieri si stiano spendendo così tanto per Matteo Renzi, giungendo a definirlo «un innovatore ancora più radicale del primo Tony Blair».

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