Giuseppe Lami/Ansa
Economia

Articolo 18 e Jobs Act, i problemi ancora aperti

C'è l'accordo quasi su tutto, tranne che su un punto: le possibili modifiche all'articolo 18, che regola i licenziamenti individuali nelle aziende con più di 15 addetti. E' per questa ragione che la riforma del Lavoro del governo Renzi (il Jobs Act di cui si parla da mesi) resta ancora sulla carta e fatica a fare progressi in Parlamento. Si tratta, è bene ricordarlo, di una riforma molto articolata che si basa su una legge-delega, attualmente in fase di approvazione nella Commissione Lavoro del Senato. Una volta ottenuto il via libera a Palazzo Madama, con il voto dell'aula, il Jobs Act dovrebbe passare alla Camera e ripetere lo stesso iter. Infine, come ultima tappa, la riforma dovrebbe ritornare al Senato, nel caso in cui a Montecitorio ci fossero modifiche al testo. Una volta terminati questi passaggi, il percorso del Jobs Act non sarà però completato del tutto. Trattandosi di una legge-delega, infatti, la riforma delinea soltanto una cornice di norme e regole che spetterà poi al governo completare più nel dettaglio, attraverso una serie di decreti attuativi.


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Già di per sé, il ping-pong tra i due rami del Parlamento rischia di allungare i tempi per il varo definitivo del Jobs Act. A complicare le cose, però, ci sono da tempo anche le fibrillazioni all'interno della maggioranza, che oggi è divisa soprattutto su tema: l'articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori (ancora lui), cioè la disciplina dei licenziamenti individuali. A dire il vero, l'articolo 18 è già stato modificato dall'ultima riforma del Lavoro del 2012, quella che porta la firma dell'ex-ministro Fornero, la quale ha allentato le tutele a favore del dipendente che viene lasciato a casa da un'impresa con più di 15 addetti e vince poi la causa in tribunale. Quando il licenziamento viene dichiarato illegittimo dal giudice ma era dovuto a ragioni economiche, il lavoratore non ha più diritto a essere reintegrato nell'organico (com'era fino al 2012) ma può ottenere (in linea di massima) soltanto un indennizzo in denaro. L'obbligo di reintegro resta solo nel caso dei licenziamenti discriminatori (per esempio dovuti a motivi politici o a pregiudizi razziali). Per i licenziamenti disciplinari (legati a ragioni di rendimento o presunta insubordinazione del dipendente) viene invece lasciata una certa discrezionalità al giudice, che può decidere se obbligare o meno l'azienda a riassumere il dipendente lasciato a casa in maniera illegittima.


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Ora, nonostante le modifiche già effettuate con la riforma Fornero, nella maggioranza c'è chi vuole spingersi oltre. Il Nuovo Centrodestra (Ncd) di Angelino Alfano, tramite l'iniziativa di Maurizio Sacconi, presidente della Commissione Lavoro del Senato, vuole abolire quasi del tutto l'obbligo di reintegro, anche per i licenziamenti disciplinari e lasciarlo solo per quelli dichiarati discriminatori dal giudice. Sulle stesse posizione di Sacconi e Alfano sono anche i centristi della maggioranza, dai Popolari a Scelta Civica fino all'Udc. Sul fronte opposto, invece, c'è la sinistra del Partito Democratico (che fa opposizione interna al segretario Renzi), la quale insiste per introdurre soltanto il nuovo contratto a tutele crescenti, com'era nei progetti originari del Jobs Act. Si tratta di una nuova forma di assunzione a tempo indeterminato in cui, per i primi tre anni di permanenza nell'azienda, il lavoratore non gode del diritto al reintegro, nel caso di un licenziamento illegittimo. Per 36 mesi, chi viene lasciato a casa ingiustamente avrebbe infatti diritto soltanto a un indennizzo in denaro (per un importo ancora da stabilire). Dal quarto anno in poi, invece, scatterebbero tutte le tutele già previste dall'articolo 18 (compreso dunque anche l''obbligo di reintegro, nei casi in cui è rimasto in vigore).


Tra questi due fronti contrapposti, il premier Renzi e il ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, cercano di trovare una possibile mediazione e, per adesso, evitano di esporsi troppo e assumere una posizione netta. Conciliare gli schieramenti in campo, però, non sarà certamente facile. Dopo il varo al Senato, infatti, il Jobs Act è atteso alla Camera dove la Commissione Lavoro è presieduta dal deputato del Pd, Cesare Damiano, esponente della sinistra del partito che ha già fatto sapere più volte come la pensa. Il presidente della Commissione Lavoro a Montecitorio, infatti, ha definito i progetti di abolizione dell'articolo 18 “una bandierina elettorale e una pretesa ideologica della destra. Noi siamo un partito della sinistra europea”, ha rincarato la dose Damiano, “e rendere liberi i licenziamenti, nel momento più acuto della crisi, sarebbe un clamoroso autogol” . E' un chiaro messaggio al premier che non lascia spazio a interpretazioni.


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