Alexis Babeau: scusate se non andiamo mai in crisi

La crisi? «Non mi preoccupa, in tutto il mondo i ricchi aumentano e vogliono gratificarsi, se trovano il prodotto giusto non badano a spese». L’economia cinese rallenta? «Sarà, ma non ce ne siamo accorti». La disoccupazione? «Noi continuiamo ad assumere e a crescere». Sembra di stare su un altro pianeta ascoltando Alexis Babeau, da un anno braccio destro del re del lusso François-Henri Pinault, presidente e amministratore delegato del colosso francese Ppr, che vale in borsa oltre 14 miliardi di euro ed è proprietario, fra gli altri marchi, della Gucci.

Certo non è tutto così facile come sembra dalle parole di questo 46enne dai modi garbati. Ma è un fatto che il mondo degli abiti e delle borse griffate rimane anche in questi anni difficili un’isola felice. Non a caso è sul lusso che Pinault ha deciso di puntare le sue carte, uscendo da business come la catena di mobili Conforama o le librerie Fnac, in attesa di compratori.

Smantellato il vecchio Gucci Group e riorganizzata un anno fa la holding di famiglia Ppr in due divisioni di cui ha assunto in prima persona il controllo operativo, Pinault ha scelto di chiamare alla guida di quella su cui conta di più, il lusso, un copilota, Babeau, che lo assiste nella gestione dei quattro marchi più «pesanti» (Gucci, Bottega Veneta, Yves Saint Laurent e Balenciaga), ma che è del tutto indipendente per gli altri otto.

Ora lo attende una sfida importante, perché il piano al 2020 prevede che dei 24 miliardi di fatturato della holding (il doppio di oggi) il 60 per cento arrivi proprio dal lusso. E di lusso e delle sue prospettive Babeau ha accettato per la prima volta di parlare con Panorama.

Partendo da 4,9 miliardi di ricavi del 2011, in meno di 10 anni dovrà raggiungere 14,4 miliardi. È più occupato o preoccupato?
Direi ottimista, ed entusiasta della sfida. Che è importante, visto che il fatturato del polo del lusso dovrà triplicare in meno di 10 anni.

Ci sono previsioni secondo cui il mercato del lusso supererà i 200 miliardi di euro nel 2012, per toccare i 240 miliardi nel 2014. Ma c’è chi come Tiffany vede i primi segnali di rallentamento, dalla Cina agli Usa. I suoi numeri reali quali sono?
Non vedo il motivo per cui il settore non dovrebbe continuare a crescere. I ricchi nel mondo aumentano e aumenteranno sempre più, quindi saranno sempre più numerose le persone desiderose di gratificarsi con abiti e oggetti esclusivi.

Davvero il cartellino del prezzo non è un problema?

Nel lusso contano la creatività, la desiderabilità, la qualità. E quanto a qualità nel campo della moda e del lusso l’Italia resta il numero uno. Non c’è crisi che tenga.

Non a caso è in Italia che la Ppr ha fatto shopping. L’ultimo acquisto è stato Brioni, a gennaio scorso. Pensate di continuare?

Non smettiamo mai di studiare dossier, nella moda, ma anche nei gioielli e negli orologi. Ci interessano aziende piccole o medie, con una identità, un brand e una reputazione forte, che possano crescere rapidamente, non creino sovrapposizioni, ma abbiano possibilità di sinergie con gli altri marchi del portafoglio.

E di cui sia possibile acquisire il 51 per cento...

È evidente che è più facile fare crescere e integrare nel gruppo un’azienda quando si ha la maggioranza. Non abbiamo problemi di soldi, siamo in grado di finanziare le operazioni senza ricorrere alle banche. E comunque per crescere le acquisizioni vengono al secondo posto, la leva numero uno è sfruttare gli enormi potenziali dei nostri marchi.

I negozi diretti sono costosi, come gruppo siete già a oltre 800 nel mondo. Non rallentate?

Nei paesi sviluppati spesso si tratta di rinnovare e fare rendere meglio le boutique che già abbiamo, per esempio in città come Milano, Parigi, New York. Ma per le nuove aperture i maggiori sforzi sono concentrati sui paesi emergenti. In Asia entro il 2020 puntiamo a 10 miliardi di euro di vendite, guardando certo alla Cina, ma anche ad altri paesi come il Vietnam. Poi c’è il Sud America. E spero possa arrivare presto l’Africa, dove finora, dal Marocco al Sud Africa, contiamo appena sette franchising con Gucci, Ysl e Sergio Rossi.

E l’e-commerce?

Siamo stati i primi con Gucci, nel 2002 negli Stati Uniti e nel 2003 in Gran Bretagna, ad aprire un negozio virtuale. E oggi quasi tutti i nostri brand sono venduti online. Nel primo trimestre 2012 le vendite della divisione lusso sono cresciute del 18 per cento, quelle su internet molto di più. Ma vogliamo accelerare, per arrivare nel 2020 a 1 miliardo di euro di fatturato. Ecco perché con Yoox, l’azienda che si occupa del lusso in rete, abbiamo appena stretto un accordo.

Yoox gestisce le vendite anche di marchi concorrenti, da Armani a Zegna. State pensando di fare una società a parte Ppr-Yoox?

È possibile. Per ora siamo alla fase della lettera di intenti. Si tratta di definire bene il tutto.

Aumentano le vendite, salgono gli utili, ma i dipendenti?

Nella divisione lusso di Ppr nel 2010 lavoravano 11.803 persone, nel 2011 eravamo cresciuti poco meno del 15 per cento a 13.542. E stiamo assumendo ancora.

Quindi consiglierebbe a un giovane in cerca di lavoro di guardare al mondo delle griffe?

Assolutamente sì. Con due precisazioni: non pensare subito a un posto alla scrivania, ma accettare di partire dal negozio, perché ci sono più opportunità e si impara a capire il cliente. E poi essere pronti a girare il mondo. Nulla come il lusso ormai è davvero globale.

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