Se i prezzi dell’abitare salgono, c’è un’altra faccia negativa della medaglia: gli inquilini morosi sono in aumento. Così chi ha un appartamento e decide, magari come minimo investimento familiare, di darlo in locazione rischia sempre più spesso di trovarsi qualcuno che non paga e si rifiuta di lasciare libero l’immobile. Situazioni in cui la risposta della legge è lenta e dagli esiti incerti.
C’è un lato nascosto nel mondo degli affitti. L’altra faccia della medaglia. Quella non raccontata dai canali mainstream che hanno preferito soffermarsi sulla (legittima) protesta degli studenti in tenda, trascurando che se da una parte assistiamo all’aumento dei prezzi, dall’altra sono più frequenti di quanto si possa immaginare i casi in cui i proprietari di immobili si trovano a fare i conti con inquilini morosi. Situazioni in cui riuscire a far valere le proprie ragioni, tra sfratti impossibili e vie legali farraginose, tortuose e soprattutto economicamente dispendiose, è praticamente impossibile.
Tutto è nato da una segnalazione arrivata in redazione. Matteo è un professionista di lungo corso nato e cresciuto a Milano. Fa parte di quella fetta di italiani che, dopo aver ricevuto in eredità un piccolo appartamento di famiglia, ha deciso di metterlo in affitto. D’altronde 1.300 euro al mese – al netto dei costi di mantenimento e delle tasse da pagare – sono un discreto aiuto per i bilanci familiari. O, perlomeno, lo sarebbero se tutto andasse per il verso giusto. Ma così per Matteo non è stato.
«Si dice che c’è la caparra» racconta «ma in realtà quella serve per coprire eventuali danni all’immobile. A mie spese ho capito che se si accumulano mensilità non pagate da parte di inquilini morosi, i proprietari di casa hanno le mani legate. Ho provato a chiedere uno sfratto immediato, ma siccome nel mio appartamento c’era una famiglia con minori, l’avvocato mi ha detto chiaramente che non sarebbe mai stato esercitato. Il punto è che non conviene andare in causa per recuperare questi soldi: sono arrivato a un buco di più di 10 mila euro tra mensilità che non mi sono state pagate, prima che il giudice di pace mi desse ragione. Ma tra i costi legali e di gestione della pratica, praticamente ci sono andato a perdere». Il risultato? «Alla fine metti in conto che qualche mensilità non ti venga pagata. Non avendo alcuna forma di tutela, non puoi fare altro. Oggi quello stesso appartamento è nuovamente occupato da poco più di un anno e miei inquilini, super referenziati, sono in ritardo già di tre mensilità».
Un paradosso che tuttavia, come testimonia Giorgio Spaziani Testa, presidente di Confedilizia, storica associazione dei proprietari di casa, è più frequente di quel che si possa credere. Tanto più che «fare una stima è difficile, considerando le diverse situazioni che si possono verificare in concreto». Già, perché proprio come nel caso di Matteo, «gran parte delle cause non arriva neppure in giudizio, vista la disponibilità del proprietario a non richiedere all’inquilino moroso quanto dovuto pur di ottenere in cambio il rilascio dell’immobile in tempi decenti».
Non sempre, però, questo si verifica rapidamente con la conseguenza, ancora una volta, che a rimetterci è sempre e solo il proprietario. I dati parlano chiaro: per lo sfratto occorrono come minimo 18 mesi e una spesa base di 4 mila euro che con niente può lievitare. Senza contare che se l’inquilino risulta nullatenente, non potrà risarcire i mancati pagamenti dei canoni. Risultato? Attualmente sono in esecuzione 150 mila sfratti, di cui il 90 per cento proprio per morosità. Ma cosa vuol dire «in esecuzione»? Semplice: sono stati decretati, senza che si siano ancora effettivamente verificati.
A vivere le conseguenze di tutto questo anche Luana S., che vive a Bologna e che nella stessa città ha messo in affitto un piccolo appartamento alle porte del centro storico. «Dopo quattro mesi di morosità ho deciso di prendere delle misure. Come prevede la legge ho prima inviato una lettera di diffida chiedendo al mio inquilino di liberare la casa, dunque ho avviato la procedura di sfratto. Inizialmente ero molto speranzosa: nel giro di poche settimane è stato notificato l’atto di intimidazione per sfratto con la citazione in tribunale per l’udienza. Quando però alcuni mesi dopo c’è stata l’udienza, non si è raggiunto un accordo. Il mio avvocato mi ha spiegato che a quel punto lo sfratto era stato convalidato e che il mio inquilino avrebbe avuto un mese di tempo per andarsene. Oggi sono trascorsi altri tre mesi, ma lui è ancora dentro gratis».
La domanda, inevitabile, è come si sia arrivati a questo punto. «La locazione» spiega Spaziani Testa «viene da molti vista non come un normale rapporto contrattuale, con due parti sullo stesso piano, ma come una contrapposizione fra una parte debole (l’inquilino) e una forte (il proprietario). Partendo da questo assunto sbagliato, tutto il resto viene di conseguenza». In pratica non un rapporto contrattuale alla pari, ma una sorta di distinzione manichea tra buoni e malvagi. Un vulnus culturale, dunque, che negli anni è stato avallato dalla politica che, continua Spaziani Testa, «teme, proprio per l’assunto sbagliato da cui si parte, di passare per “cattiva”».
La politica sulla casa, vanto soprattutto dei governi di sinistra, è stata dunque negli anni tutta squilibrata a vantaggio degli inquilini, pure se morosi o abusivi. Nella retorica il proprietario è passato come il «ricco», colui che non ha problemi e dunque – non si sa bene per quale ragione – ha di partenza meno tutele e diritti. Anzi, è giusto che abbia meno diritti. Un’impostazione ideologica che ha partorito un meccanismo talmente tortuoso da privare il proprietario della gestione del proprio bene. Con la conseguenza che non ha alcun peso se vive grazie a quella rendita che gli verrebbe garantita dall’affitto.
Ci viene segnalato un altro caso emblematico a riguardo. Marco, per anni negli uffici dell’amministrazione pubblica, abita in Molise e oggi è in pensione. Tempo fa decide di comprare un piccolo appartamento ai Monti Tiburtini, Roma. Idea vincente avendo due figli all’Università. Così i due, invece di pagare canoni mensili in affitto, vivono nell’appartamento di proprietà, affittando anche una terza camera a un altro studente. Il ragazzo, però, è in ritardo di svariati mesi con i pagamenti. «Stiamo vivendo un dramma, specie oggi che io non lavoro più: quell’affitto era un contributo fondamentale per mantenere i miei ragazzi». Problemi di tutti i giorni che però pare non interessino a nessuno.
Eppure ci sarebbe modo e spazio per intervenire. «Fermo restando che occorre cambiare una mentalità diffusa, alcune modifiche legislative» conclude Spaziani Testa. «Per esempio l’affidamento delle esecuzioni di rilascio anche a soggetti diversi dagli ufficiali giudiziari e la possibilità di avvalersi dell’assistenza di operatori differenti da quelli della forza pubblica, potrebbero agevolare il raggiungimento dell’obiettivo, con effetti benefici in termini di allargamento dell’offerta abitativa».
E magari, sentendosi i proprietari più tutelati, anche i costi probabilemnte potrebbero scendere. n
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