Dalle misure sbagliate e tardive per fermare l’inflazione, ai distinguo tra Paesi forti (Germania e Francia) e più deboli (Italia). Dagli interessati diktat «verdi» alle sospette aperture alla Cina. La Ue, nonostante il nuovo ingresso nell’euro della Croazia, appare sempre più disunita.
Succede, il giorno di Capodanno, nelle sale della Scottish National Gallery, di essere colpiti da un mirabile dipinto di Giambattista Tiepolo: Il Ratto d’Europa. Col 2023 si entra nel terzo anno della Brexit e viene da chiedersi se gli scozzesi abbiano davvero afflato europeo. Non pare, stando a ciò che si vede a Edimburgo, semmai vogliono starsene per i fatti loro, lontano soprattutto da Londra. Nelle stesse ore Ursula von der Leyen celebra l’adesione della Croazia al trattato di Schengen e l’adozione della moneta unica. L’Europa, rapita dal «bue bianco» del politicamente ed ecologicamente corretto, punta verso Oriente con le auto cinesi e gli scandali del Qatar; va tanto a est che dopo la nuova ondata di Covid da Pechino raccomanda mano leggera con le restrizioni, perché il credo del Vecchio continente è fatto di moneta, confini aperti e ciò che conviene a chi comanda: Germania e Francia.
L’Occidente fa altro. Il presidente Joe Biden cerca di attrarre quante più aziende può negli Stati Uniti: ci impegna quasi 800 miliardi di dollari. Bruxelles risponde aumentando i vincoli. La Federal reserve alza i tassi per raffreddare un’economia americana sempre ipertrofica, la Banca centrale europea alza i tassi e deprime un’economia bloccata. Energia, patto di stabilità, produzioni agroalimentari con la tartufesca dilazione sul «Nutri-score» – l’etichetta a semaforo – sempre per non dispiacere a Francia-Germania-Olanda, difesa del made in Europe, sfida di una forse nuova emergenza Covid: questo aspetta l’«Europa Rapita».
Invece, al confine tra Slovenia e Croazia, Ursula von der Leyen dice solo: «Da oggi i croati hanno come loro moneta l’euro, la seconda valuta mondiale che rende noi europei più forti nel mondo, l’euro è uno dei nostri più grandi successi». Non si è capito se parlasse da presidente della Commissione o da cittadina tedesca.
Si è dimenticata che l’euro non è – tanto per fare un esempio – riferimento per nessuna commodity; è semmai la moneta del primo mercato di consumo. O non ricorda che le prospettive di crescita del’Eurozona sono pari allo 0,3 per cento quest’anno con un’inflazione che, se va bene, sarà al 4,2, nonostante la Bce stia soffocando Stati, imprese e cittadini con i tassi d’interesse. Non ha raccontato Von der Leyen che la Croazia ha un Pil – dati del 2021- pari a 63,5 miliardi di euro (circa 16.300 euro pro capite, quasi il 46 per cento di quello italiano) sei volte inferiore a quello della Lombardia. Per Zagabria è il tentativo di emanciparsi dall’economia balcanica, per la Germania è acquisire un’industria e un mercato satellite, per la Francia un nuovo mercato finanziario. E per l’Italia? Significa avere un concorrente che nei settori di turismo e agroalimentare farà ancora più «dumping».
La storia della Ue è fatta di accordi economici travestiti da alti intenti. Tanto per stare dalla parte dei valori, la presidente della Commissione in Croazia non è andata al confine con la Serbia, dove i migranti – argomento tabù a Bruxelles – vengono massacrati e dove sta per riesplodere la bomba Kosovo. L’Alto rappresentante per la politica estera Josep Borrell incoraggia «progressi urgenti nel dialogo». È lecito nutrire dubbi: Bruxelles ha un approccio molto meditato alle urgenze. Lo sta facendo di nuovo col Covid. Il presidente cinese Xi Jinping è passato dalla politica del terrore a quella della valvola: siccome la pentola a pressione del suo Paese rischiava di esplodere, ha aperto i confini. L’Italia intanto ha detto stop agli ingressi incontrollati; l’Europa ha subito rimbrottato Roma perché non si possono erigere barriere. La commissaria alla Salute Stella Kyriakides ha fatto sapere che stanno sviluppando alcuni messaggi ad hoc da fornire alla popolazione.
Mario Draghi, al contrario, prima da presidente dell’Eurotower e poi da presidente del Consiglio italiano ha spiegato che se c’è da agire bisogna farlo presto e con decisione. Fin da febbraio scorso aveva chiesto il «price cap» sul gas. Dopo un anno è stato partorito un «nonsenso economico». Il «tetto» sarà operativo dal 15 febbraio. Il metano oggi costa meno di 80 euro; la tagliola scatta a 180 e solo in quel caso ci saranno anche gli acquisti comuni. Eppure si sostiene che sia bastato l’annuncio del price cap per far precipitare il prezzo. Non è così. È solo crollata la domanda, in parte grazie al cambiamento climatico. Da settembre a oggi si è consumato un -20 per cento di gas, con un picco del -25 a novembre. Cattivo segno: vuol dire che l’industria si ferma. A ciò va aggiunto che il consumo di carbone è salito del 14 per cento nel 2021, e di un ulteriore 7 per cento al novembre 2022. Ma «l’Europa è verde!» si sostiene ancora. Inoltre la Cina va a scartamento ridotto: il gas ora ha «poco» mercato. Ma Ursula von der Leyen sulle scelte green non demorde. L’ultimo dato è impressionante: a novembre Pechino ha venduto auto in Europa per 3,2 miliardi di euro. La maggior parte, anche se prodotta da costruttori cinesi, porta il marchio Volkswagen o Tesla. Il fronte favorevole alle auto a batteria costruito da Germania e Olanda «via Von der Leyen» inizia però a cedere: Danimarca, Norvegia e Svizzera (non è Europa ma ci assomiglia) hanno deciso di tassarle e di revocare le agevolazioni. In questo diffuso clima di disunione, in vista del 2024 si comincia a riscrivere il Patto di stabilità. Le misure le hanno prese col Mes – il Meccanismo europeo di stabilità – che l’Italia non vuole ratificare. Così ci sono 100 miliardi di euro bloccati che la Bce e le banche non vedono l’ora di piazzare. Il gioco è scoperto e il fatto che il commissario all’economia Paolo Gentiloni, più Pd che italiano, spinga per il Mes lo rende palese. Lo schema è questo: l’Italia ratifica, il patto di stabilità costringe Roma ad attivarlo e Giorgia Meloni viene «sterilizzata». Il nuovo Meccanismo ha le vecchie regole: rapporto deficit/Pil al 3 per cento e debito/Pil al 60 per cento.
Guai a discuterle: è materia esclusiva della Germania. I francesi – ormai i finanzieri d’Europa anche se hanno il rapporto debito/Pil oltre il 100 per cento – hanno convenienza a stare attaccati al carro tedesco, lucrano sui tassi bancari che si gonfiano grazie alla fallace e tardiva politica della Bce. Sanno bene, alla Bundesbank, che la presidente della Banca centrale Christine Lagarde è rimasta ancorata al modello Fmi, da cui proviene. Hanno affidato a Isabel Schnabel il ruolo di «rottweiler» finanziario.
La teutonica ragioniera si è scagliata contro l’Italia perché critica i rialzi dei tassi. Sostiene: lo faremo fino a quando l’inflazione tornerà al 2 per cento. A Francoforte non prendono atto che c’è differenza tra Europa e America. Del resto, sostiene sempre Von der Leyen, abbiamo la seconda moneta del mondo! Dopo quattro rialzi dei tassi, la decelerazione dei prezzi è di appena mezzo punto. In Usa l’inflazione e da domanda (l’economia va) da noi è da offerta: energia, green deal, materie prime, logistica. La Bce copia la Fed, ma sta curando una gastrite con l’aspirina. Così, sempre davanti al Tiepolo, viene il dubbio: e se invece del «Ratto» d’Europa, ne fosse lo Scippo?
