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Giuseppe Conte (Ansa).
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Politica

La Rai e il gioco dei quattro cantoni

L'editoriale del direttore

Giuseppe Conte ora si lamenta per il mancato coinvolgimento del Movimento 5 stelle sulle nomine della televisione di Stato. È l'ultimo atto della trasformazione di un movimento che dalla rivoluzione è passato alle poltrone.


Credo che la battuta sia di Enzo Biagi, uno che con gli equilibri di viale Mazzini ha dovuto fare i conti: «Alla Rai hanno assunto sette giornalisti: tre democristiani, due socialisti, un comunista e uno bravo». Così il giornalista riconosceva che nella televisione pubblica la lottizzazione era applicata con un rigoroso manuale Cencelli. Luciano Cirri, che nel 1964, decimo anniversario delle prime trasmissioni, all'emittente di Stato dedicò un libro (Tv nuda, dizionario degli eroi televisivi, edizioni il Borghese), scrisse che la Rai era diventata un «grandioso strumento di corruzione» della vita politica, in cui «un buon impiego non si nega a nessun parente, a nessun amico ma, soprattutto, a nessun avversario che sia disposto a fare il buono».

Questo spiega, sosteneva Cirri quasi sessant'anni fa, perché le spese amministrative e generali del cosiddetto servizio pubblico sono le più alte del mondo e tendano ad aumentare a un ritmo vertiginoso. Seguiva un confronto con il bilancio della Bbc, da cui risultava che il servizio pubblico italiano riusciva, senza avere l'autorevolezza di quello inglese, a spendere il doppio. Coprendo «le prebende dei capi e gli omaggi ai loro fidi».

Se pesco dall'archivio dei ricordi è perché la scorsa settimana più che le nomine dei vertici dei tg Rai mi ha stupito la reazione di Giuseppe Conte, il quale si è lamentato delle scelte minacciando addirittura un Aventino televisivo. Non so se davvero i grillini spariranno dalla tv pubblica per protesta (temo di no, perché una volta imparato ad amarle, nessuno rinuncia a mettersi davanti alle telecamere), sta di fatto che l'uscita dell'ex presidente del Consiglio, così come la decisione sui nuovi direttori confermano ciò che dicevano Biagi e Cirri.

Passano gli anni, cambiano i governi, la prima Repubblica non c'è più e non sappiamo se siamo nella seconda, nella terza o nella quarta, ma la Rai resta sempre saldamente nelle mani dei partiti e del governo, che ne fanno il loro strumento di propaganda politica, di potere e, ahinoi, spesso anche di disinformazione. Di servizio pubblico c'è poco o nulla, semmai c'è il conto che il pubblico, cioè gli italiani, devono pagare. Con l'ultimo bilancio sono diminuiti i ricavi e aumentati i debiti, ma soprattutto, nonostante il canone sia entrato in bolletta e la Rai incassi 1,7 miliardi, viale Mazzini continua a essere in perdita.

Al punto che, dopo aver visto i conti, l'istituto per l'industria culturale, centro di ricerca indipendente, ha definito i risultati dell'anno 2020 preoccupanti, «sia per quanto riguarda la parte economica, sia per quanto riguarda il cosiddetto bilancio sociale». Con i suoi 12.835 dipendenti, 313 dirigenti, 1.605 quadri, 2.039 giornalisti, 7.896 impiegati, 860 operai e 122 orchestrali, la Rai è non solo la più grande azienda culturale del Paese, ma anche uno straordinario centro di potere, oltre che uno stipendificio, dove un funzionario o un giornalista può rimanere parcheggiato per anni senza fare nulla, con un incarico «ad personam». L'importante è che il manuale Cencelli sia rispettato.

Quando Matteo Renzi si affacciò sulla scena, prima annunciò che non avrebbe messo piede in Rai e anzi assicurò che l'avrebbe tolta dalle mani dei partiti, poi ci entrò con gli scarponi, acchiappando tutto ciò che poteva acchiappare e tappando la bocca a chiunque non si adeguasse al nuovo sistema. Chi è venuto dopo, pur garantendo la stessa cosa e cioè di volerne restar fuori, alla fine si è comportato come l'allora segretario del Pd, rottamando i nemici e sistemando gli amici, i quali hanno conquistato perfino i programmi di «infotainment», cioè di informazione e intrattenimento come si dice in gergo televisivo. Conte ora si lamenta perché con il nuovo corso il Movimento 5 stelle non ha ottenuto neppure una fetta della torta? È l'ultimo atto di una trasformazione di un movimento che dalla rivoluzione è passato senza soluzione di continuità alle poltrone.

Tuttavia, più della constatazione che la Rai era e resta nelle mani dei partiti e di chi governa, ciò che mi colpisce è il gioco dei quattro cantoni cui si assiste a Saxa Rubra, ovvero il fatto che i direttori cambino ma in pratica restino sempre gli stessi. Monica Maggioni, che ha un curriculum ai vertici di Rainews 24 e di Televideo, con un passato da presidente della Rai (ai tempi di Renzi) e di amministratore delegato di Rai.com, diventa direttore del Tg1. Mario Orfeo, già direttore di Tg1, Tg2, Tg3, oltre che direttore generale (anch'egli in epoca renziana) e presidente di Rai Way, è messo a capo dell'approfondimento generale. Andrea Vianello, con trascorsi da conduttore di Radio Anch'io, di Mi manda Rai 3 e Agorà, dopo aver guidato Rai 3 e Rainews 24 passa al Gr Rai.

Insomma, sono sempre loro da dieci o quindici anni. Cambiano scrivania, probabilmente anche sponsor, ma nella tv pubblica sono loro a comandare. Nei giornali, ma in qualsiasi altra azienda, se un direttore è rimosso se ne va. A Viale Mazzini, invece, resta e aspetta il prossimo giro per acchiappare un'altra poltrona. E, come si vede, non è neppure necessario aspettare molto, perché la ruota gira e li premia sempre. Gli unici a non essere premiati sono gli italiani che pagano il canone.

Ps. Vi chiedete come evitare ciò che Biagi e Cirri raccontavano tanti anni fa e che ancora oggi è valido? C'è un solo modo, vendere la Rai. È il solo modo per salvarla.

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