​Giorgia Meloni
Ansa
Politica

Meloni: obiettivo Europa

Dopo i primi sei mesi a Palazzo Chigi, passati a fronteggiare emergenze, smentire svariate profezie di sventura (auspicate dall’opposizione) e guadagnarsi la fiducia dei mercati, ora Giorgia Meloni punta a cambiare gli equilibri dell’Unione. Perché l’Italia possa contare di più e si possano sciogliere finalmente i nodi su migranti, Pnrr, energia.

Ventidue ottobre 2022: Giorgia Meloni, con malcelata inquietudine, entra a Palazzo Chigi. È l’unica premier donna della storia repubblicana. La più a destra di sempre. Indomiti oppositori sobillano malcontento e pregustano disfatta. Sinistra e media assonanti lanciano allarmi democratici. Le sirene rosse ululano: diritti calpestati, mercati imbizzarriti, spread galoppante, recessione certa. L’eco rimbomba fino a Bruxelles. E Giorgia trema: al di là dell’avversa propaganda, dovrà fronteggiare la contingenza più drammatica di sempre.

Ventidue aprile 2023: i vermigli menagrami scuotono il capo, sconsolati. Antistoriche polemicucce a parte, il primo semestre meloniano è filato via senza sobbalzi. E l’Italia, a dispetto delle angosciose profezie, va: borsa, produzione, occupazione. Mercati e imprenditori non si sono perdutamente invaghiti di Giorgia. Adorano la stabilità, però: hanno capito che questo governo durerà. A proposito: e l’imminente sfacelo del centro destra, profetizzato dagli inconsolabili avversari sei mesi orsono? Matteo Salvini, leader della Lega, era destinato al tormentato ruolo di incorreggibile sfascista. Invece: mai stato tanto conciliante e pacificato. E Silvio Berlusconi sembrava in balia della scalpitante zarina forzista, Licia Ronzulli. Invece: il partito resta in mano al ministro degli Esteri, Antonio Tajani, in splendidi rapporti con la premier. Preconizzavano pure l’implosione di Fratelli d’Italia. Invece: solo isolate paturnie in Lazio, concluse con il commissariamento affidato a Giovanni Donzelli, mister Wolf meloniano e coordinatore nazionale del partito, più monolitico che mai.

Berciavano ancora a sinistra: quale credibilità avrebbero poi questi maldestri destrorsi?L’isolamento internazionale non era un’eventualità, ma un teorema. Invece: superate le prime incomprensioni con il presidente francese, Emmanuel Macron, Meloni raccoglie ampi consensi anche all’estero. Incassa gli encomi della stampa internazionale. L’ultimo arriva dal Washington Post, quello che scoperchiò il «Watergate». Il leggendario quotidiano statunitense elogia dunque la premier, che «ha sfidato i profeti di sventura, soprattutto oltre i confini italiani». E profetizza: «Il suo successo potrebbe essere un modello per altri esponenti di destra in Europa». C’è di più. Le partite decisive adesso passano da Bruxelles: immigrazione, Pnrr, energia. Proprio mentre si avvicinano le elezioni europee, nella primavera 2024. Quelle che, nei piani di Palazzo Chigi, dovrebbero portare l’Italia al centro dei giochi e incoronare Giorgia regina del continente.

I primi sei mesi sono serviti a scongiurare. Il prossimo anno è destinato a consacrare. Sul fronte interno, i buoni intenti sono riassunti nel rigoroso Def: taglio del cuneo fiscale, meno tasse, aiuti alle famiglie. Nel 2023 il Pil dovrebbe arrivare all’1 per cento, quasi il doppio dello 0,6 previsto lo scorso ottobre. Mentre l’anno prossimo si ipotizza di raggiungere l’1,5. Certo, l’inflazione resta considerevole. Ma il caro energia sembra scongiurato, o per lo meno affievolito. Ottenuto il tetto al prezzo del gas, la premier ora annuncia l’ambizioso «Piano Mattei»: trasformare l’Italia nell’hub energetico del Mediterraneo. Ovvero: invertire la rotta dell’approvvigionamento del gas, da sud a nord, grazie alla crescente presenza dell’Eni nei Paesi africani.

Del resto, il legame tra la premier e Claudio Descalzi, l’amministratore delegato del cane a sei zampe, è granitico.Nell’ultima tornata di nomine, la sua è stata l’unica riconferma scontata. Per guidare l’Enel, invece, la scelta è caduta sul manager Flavio Cattaneo, nominato assieme all’inossidabile Paolo Scaroni, diventato presidente. E proprio dalle due partecipate statali dovrebbe ora passare parte del mitologico Pnrr, progettato dal precedente governo, guidato da Mario Draghi. Il progetto prevede di dirottare finanziamenti sul Repower Ue, che per l’Italia vale nove miliardi. A cui sommare il dieci per cento dei fondi di coesione. Ipotetico totale: quasi 17 miliardi. Comunque vada, l’Italia potrà aggiungere al Pnrr un corposo capitolo energetico, rinunciando magari a inutili e pletorici progetti. Insomma: causa forza maggiore, ossia la guerra tra Russia e Ucraina, il testo sacro del Next generation potrà essere modificato. Un aggiornamento provvidenziale, visti i nostri atavici problemi di approvvigionamento combinati a decenni di inerzia. Infausto combinato disposto scardinato solo dall’intraprendenza dell’Eni. Che ha puntato pure sui biocarburanti, per scongiurare la dittatura dell’elettrico: il G7 s’è già detto favorevole e l’ostile Commissione europea potrebbe accodarsi.

Le salvifiche rinnovabili sostituiranno gli insulsi campi da padel?Il match decisivo è appena iniziato. Ed è nelle mani di Raffaele Fitto, già alfiere di Giorgia a Bruxelles e ora ministro degli Affari europei. Già prima della nascita del governo, in un’intervista a Panorama, spiegava: «Dobbiamo adeguare il Pnrr al nuovo scenario. Bisogna pensare a un piano energetico adeguato al momento: rigassificatori, gasdotti, impianti fotovoltaici. Si progettano invece asili nido in paesini a natalità zero». Chiamato a capo dello strategico dicastero, Fitto continua a negoziare. Spera nel colpo vincente: unire i fondi di coesione con quelli del Pnrr, per spostare le scadenze dal 2026 al 2029.

Il destino dell’Italia passa da Bruxelles. E dalle alleanze internazionali. Per questo, Meloni è concentrata soprattutto sulla politica estera. Quella che in Italia manca, più o meno, dal vertice di Pratica di Mare: voluto dall’allora primo ministro, Silvio Berlusconi, riavvicinò la Russia all’occidente. Un accordo poi sepolto dalla guerra in Ucraina. Alla tormentata era politica del Cavaliere è seguito il periodico pellegrinaggio dei premier che si sono succeduti a Palazzo Chigi. È vero: Mario Draghi ha goduto di indubitabile prestigio. Già a capo della Bce, era però considerato più vicino a Bruxelles che a Roma. E il suo era un governo tecnico, di larghissime intese, multiforme per natura. Adesso, invece, le urgenze meloniane sono chiarissime: ferreo atlantismo, interesse patrio, difesa dei confini.

Già, i destini nazionali dipendono spesso da quelli internazionali. Vedi, appunto, l’esodo biblico verso le coste italiane. Mette a dura prova il governo, minando un caposaldo elettorale. Certo, si potrebbero bloccare le navi, come già accaduto. Plauso certo. Ma il problema rimarrebbe. Bisogna invece accordarsi con le nazioni di passaggio, trovare una soluzione diplomatica, sollecitare la latitante Unione. Serve tempo. Sola contro il mondo, la premier intanto ottiene ubiqua solidarietà. Papa Francesco, dopo la tragedia di Cutro, sollecita: «I trafficanti di esseri umani siano fermati, non continuino a disporre della vita di tanti innocenti». Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, invita l’Ue a superare «norme preistoriche» e chiede «una nuova politica d’asilo». Perfino la guardinga presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, è costretta a sostenere il governo italiano ed evoca una sollecita risposta degli altri Paesi. La guardavano con torvo sospetto. È diventata EuroGiorgia. I giornaloni annaspano, cercando anacronistici appigli antifascisti. L’opposizione arranca. Il Terzo polo si esercita sulla scissione dell’atomo. L’egotico siparietto tra Matteo Renzi e Carlo Calenda riporta all’eterno anatema morettiano: «Con questo tipo di dirigenti non vinceremo mai!». I Cinque stelle di Giuseppe Conte, ridimensionati dal nuovo Pd massimalista, tentano l’ennesima capriola: il disperato approdo su lidi più moderati. Gli sgangherati grillini sono offuscati dalla nuova stella del Pd: Elly Schlein, la Ocasio-Cortez del Ticino. Inesperta. Lunare. Supercazzolara. Eppure, di sinistra. Anzi, di sinistrissima. Complice il tripudio dei media antimeloniani, la segretaria dem ha già sepolto le velleità di ipotetici alleati. Dopo anni alla ricerca del centro di gravità permanente, torna il bipolarismo. Con una considerevole novità: due donne, l’una contro l’altra armata.

Elly sfida Giorgia. Nella sede romana di Fratelli d’Italia, in via della Scrofa, si fanno il segno della croce volgendo lo sguardo al cielo: che Iddio ci conservi Schlein. Nonostante una timida ripresa nei sondaggi, le iperuraniche priorità del nuovo Pd, anticlericale e libertario, diritti arcobaleno e sanatoria dei clandestini, sembrano il viatico per l’eternità. Tanto che Meloni, con i suoi, parla già apertamente del secondo mandato. Quello che servirebbe, assicura, «per cambiare veramente il Paese». Nell’attesa, che si ami o che si odi, lei ha cambiato la politica italiana. E si appresta a fare altrettanto in Europa. Tra maggio e giugno 2024, ci saranno le elezioni per il nuovo parlamento di Bruxelles. Manca poco più di un anno, dunque. E il ruolo del nostro governo sarà decisivo. «Meloni, al di là della sua volontà, rappresenta ora il paradigma di cui in Europa parlano tutti, sia in negativo che il positivo» spiega a Panorama Nicola Procaccini, capogruppo dell’Ecr, il gruppo dei Conservatori presieduto proprio da Meloni. «Il centrodestra all’italiana è un laboratorio unico: riunisce i popolari, conservatori e sovranisti. Diventa quindi un modello per gli altri Paesi e la stessa Unione». Sarebbe la fine dei socialdemocratici al potere. Quell’epocale momento sembra arrivato: sondaggi alla mano, la storica alleanza con i popolari pare destinata a venire soppiantata da un patto con i conservatori e i la destra di Identità e democrazia, a cui aderisce il Carroccio.

Manfred Weber, presidente e capogruppo del Ppe, da mesi si batte per sostenere il governo Meloni. A partire dall’immigrazione. Chiede un dibattito in aula e «misure concrete di solidarietà verso l’Italia da parte degli altri Paesi dell’Ue». Compresi muri e soldi alla Tunisia. Weber, intanto, continua a costruire la nuova coalizione. E dopo le elezioni di primavera, bisognerà rieleggere la Commissione. Ursula von der Leyen punta al secondo mandato. Ma la vittoria del nuovo centrodestra europeo potrebbe sancire il suo atteso ritorno nella fattoria di famiglia, tra gli amatissimi pony. Se i socialdemocratici venissero sconfitti alle urne, al posto della baronessa teutonica potrebbe venir chiamata la maltese Roberta Metsola, presidente del Parlamento europeo, eletta proprio con i voti dei conservatori. Non a caso, la più fedele alleata di Meloni tra gli eurogovernanti. Certo, per Giorgia non sarà una passeggiata. Verdi e sinistra sono pronti a tutto pur di perpetrare il loro potere. Lei è il nemico perfetto. La macchina dell’avversa e pretestuosa propaganda rossa è pronta: i diritti negati alle famiglie omogenitoriali, le leggi ungheresi anti Lgbt, la deriva autoritaria, il trapassato che ritorna. Solito armamentario ideologico, già sperimentato con scarsa fortuna delle opposizioni in Italia. Poco importa. Pure l’antitetica Elly, in assenza di migliori spunti, sarà costretta a sventolare consunte bandiere e vetusti slogan. Insomma, le sue specialità. La Parolaia arcobaleno già freme.

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Antonio Rossitto