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L'influenza della Cina (a pagamento) sui media

La Cina esercita una potente influenza per promuovere la propria immagine sui media stranieri, arginando al contempo interventi critici nei suoi confronti: è questo il succo di un'analisi, pubblicata venerdì scorso dal sito The Diplomat. I

n particolare, la testata ha riportato come, tra il 2008 e il 2018, gli investimenti di Pechino nel circuito mediatico europeo siano ammontati a circa 2,3 miliardi di dollari. In questo quadro, le strategie portate avanti dal dragone risulterebbero molteplici: si va dall'acquisizione di aziende mediatiche al ricorso a società di pubbliche relazioni, passando per vere e proprie intimidazioni nei confronti di giornalisti considerati ostili.

A tal proposito, The Diplomat ha citato uno studio di Mapinfluence, che ha specificamente preso in esame la Repubblica Ceca. Nel 2015, la società cinese Cefc ha acquisito una partecipazione in Empresa Media, garantendosi l'accesso a una stazione televisiva (TV Barrandov) e a una serie di riviste: un'acquisizione che ha avuto come effetto un forte mutamento di linea editoriale, soprattutto per quanto ovviamente riguarda la copertura della Repubblica popolare. Questi media non soltanto hanno eliminato le prospettive critiche nei confronti di Pechino, ma hanno al contempo assunto delle visioni nettamente positive, interessandosi sempre di più a una serie di argomenti che stanno particolarmente a cuore alla Cina (si pensi soltanto alla Nuova Via della Seta o ad interviste rivolte a esponenti politici cechi di orientamento filocinese).

Ma le acquisizioni di giornali e canali televisivi non costituiscono l'unico strumento di pressione messo in atto dal dragone. The Diplomat ha infatti sottolineato anche l'utilizzo della leva pubblicitaria: minacciando di tagliare gli investimenti in pubblicità, Pechino ha maggiore potere contrattuale soprattutto rispetto alle aziende mediatiche di minori dimensioni, diffuse tra Est e Centro Europa. Lo scorso aprile, il gruppo cinese Citic ha per esempio acquisito una quota di maggioranza nella più grande agenzia media della Repubblica Ceca, Médea: anche in questo caso, Pechino è riuscita ad ottenere una potenziale influenza sull'universo mediatico locale, visto che la società in questione svolge un ruolo di assoluto rilievo nel mercato ceco delle inserzioni pubblicitarie. Secondo alcuni, questo tipo di dinamica risulterebbe ancor più rischiosa, perché metterebbe nelle mani di aziende statali cinesi la possibilità di esercitare un'influenza indiretta sui mass media proprio attraverso uno strumento efficace come la leva pubblicitaria.

E non è finita qui. Come sottolineato da uno studio della Friedrich Naumann Foundation, la Cina ricorre frequentemente anche ai pubbliredazionali per garantire la diffusione di messaggi e narrazioni a sé stessa favorevoli. Esempi in tal senso non mancano. In Slovacchia, l'ambasciata cinese ha acquistato uno spazio pubblicitario sulla rivista economica Trend, dove ha fatto redigere un pubbliredazionale – firmato dall'ambasciatore – sulle proteste di Hong Kong del 2019: nell'articolo, si sosteneva che i manifestanti rappresentassero una minaccia terroristica e si dichiarava che le dimostrazioni di piazza fossero sobillate da potenze straniere. Il pubbliredazionale venne quindi rilanciato dai media cinesi, a scopo di propaganda interna. Un episodio simile, sempre nel 2019 e sullo stesso tema, riguardò anche la Repubblica Ceca, allorché l'ambasciatore cinese scrisse un editoriale sul locale sito Parlamentní listy, esprimendo i medesimi contenuti e dichiarando che la questione Hong Kong fosse un problema interno alla Repubblica popolare. Dinamiche similari – riportò The Diplomat l'anno scorso – si verificarono anche in Polonia ed Estonia: elemento che portò la testata a parlare di uno "sforzo coordinato" da parte di Pechino nel Centro e nell'Est Europa, per diffondere una narrazione gradita al Partito comunista cinese proprio sullo spinoso dossier di Hong Kong.

Esistono poi casi, secondo la Friedrich Naumann Foundation, in cui sono gli stessi media cinesi che finanziano (segretamente) organizzazioni mediatiche all'estero: si pensi, per esempio, a quando nel 2015 la Reuters riportò che 33 stazioni radiofoniche in ben 14 Paesi facessero occultamente parte di una rete con a capo China Radio International (organo di informazione, controllato dal governo cinese). Tutto questo, senza dimenticare infine la questione delle intimidazioni. Nel gennaio del 2019, Reporters whitout borders dichiarò che le autorità cinesi ricorressero a strategie insidiose per mettere sotto pressione i giornalisti, come "intercettazioni telefoniche, pirateria informatica e sorveglianza fisica".

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