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Usa-Cina, la posta è Kiev

Usa-Cina, la posta è Kiev

Oltre le cronache della guerra ci sono le manovre delle due superpotenze per mettere un’ipoteca sul futuro del Paese. In gioco ci sono risorse, interessi, influenza. E il nostro continente, pur pagando un prezzo molto alto, rischia ancora una volta di essere tagliato fuori.


Alla fine resteranno loro due: lo zio Sam e il Dragone. È un gigantesco risiko per il controllo del mondo quello che si gioca a Kiev; la difesa dei valori democratici e la sovranità di un Paese c’entrano fino a un certo punto. Gli Stati Uniti prestarono ministri al governo di Petro Poroshenko – poi fatto fuori e minacciato di arresto da Volodymyr Zelensky – facendo scegliere ai cacciatori di teste della Fondazione Renaissance di George Soros i profili più giusti. Mentre Xi Jinping in Ucraina comanda molto più di Vladimir Putin: ha comprato la Borsa di Kiev, possiede la Banca d’investimenti ucraini ed è il primo partner economico. Lo scrive l’ambasciata italiana a Kiev: «La Cina si colloca in cima alla classifica dei partner commerciali singoli del Paese, con una crescita delle esportazioni ucraine verso Pechino del 98 per cento nel 2020 rispetto all’anno precedente». La nostra rappresentanza diplomatica dice anche altro – e sarebbe il caso di tenerlo a mente quando si sente chiedere l’ingresso di Kiev con una corsia preferenziale nella Ue.

Nel descrivere l’economia ucraina, con un Pil di 155 miliardi di euro, la nostra ambasciata mette in evidenza che: «Vi è poi l’incertezza rappresentata dalla decisione del Fondo monetario internazionale di sospendere lo Stand by Arrangement del valore di circa 5 miliardi fino a quando non otterrà rassicurazioni da Kiev sulle riforme, in particolare nei settori della giustizia ed energetico, nonché nella lotta alla corruzione». Ecco forse l’Europa – che ha bisogno di grano, olio di girasole, carbone nonostante la retorica del green deal, dei metalli rari del Donbass – vuole mettere piede a Kiev prima che la sbattano fuori. Perché lo zio Sam e il Dragone in Ucraina tentano il doppio gioco: spingere ai margini Bruxelles (l’Italia ne pagherà le conseguenze più pesanti) e ridurre la Russia a miniera del mondo.

Xi Jinping lo ha detto a Putin più o meno in questi termini: «Tu hai le risorse naturali, noi abbiamo la trasformazione e la finanza, perché non unirci?». La posta in gioco è un ruolo di enorme rilevanza nell’economia globalizzata. All’Onu, Cina e India (da sole assommano il 40 per cento degli abitanti del pianeta) si sono astenute sulla risoluzione di condanna dell’invasione russa, e a molti sfugge che esiste l’Aibb, banca d’investimenti di cui sono partner paritari India, Cina e Russia, e che mentre si stanno celebrando, con faccia di circostanza e voce grave, i successi delle sanzioni decise dall’Ue con l’esclusione parziale delle banche russe dal sistema Swift, russi e cinesi stanno già andando nel credito assieme. Pechino ha aperto sportelli a raffica e i russi stanno commerciando in moneta cinese; senza contare che Mosca possiede obbligazioni e partecipazioni del gigante asiatico per 140 miliardi di dollari, che può convertire in yuan dando ancor più fiato allo sviluppo del sistema Cips, che è alternativo a quello occidentale Swift, e consente a Xi di scommettere sulla possibilità di affrancarsi dal dollaro nelle transazioni internazionali.

Su questo fronte attivissima è la partnership sino-russa nella banca d’affari Citic-Securities (con sede a Shenzhen) che Pechino usa per regolare i rapporti di partenariato internazionale sfruttando la Bri (la nuova Via della seta) e che tra l’altro sta anche lanciando lo yuan virtuale, vera sfida al bitcoin. Inoltre, Xi sta già comprando azioni di Gazprom (il colosso energetico russo), delle fabbriche e dei giacimenti di alluminio, e ha in corso una partnership agricola che lo porta a incamerare il 70 per cento del grano russo. Con il Power of Siberia Uno disponde di 38 miliardi di metri cubi di gas assicurati per 30 anni a 400 miliardi di dollari; con il costruendo Power of Siberia 2 si passa a 80 miliardi di metri cubi, senza contare la prelazione su petrolio e carbone russo.

La Borsa merci cinese Bohai Commodity Exchange, che controlla anche la piazza finanziaria di Kiev, in questi giorni è assai euforica per gli scambi su palladio, alluminio e nichel che arrivano dalla Russia, mentre allo Shanghai Stock Exchange stanno salendo le quotazioni delle società russe legate ai minerali, che vengono acquistate a man bassa dai tycoon cinesi. Il che incrementa la capacità competitiva di Pechino. La cosa curiosa è che gli stessi Stati Uniti invocano i cinesi come mediatori del conflitto. Xi Jinping ha già fatto sapere che sta dalla parte di Putin. Joe Biden vuole evitare che la Cina conquisti del tutto Kiev. La prima ragione sta in un gas: il neon. A Odessa lo produce la Cryon, che lo spedisce per il 95 per cento proprio in America. A cosa serve questo gas che noi associamo alle insegne pubblicitarie? A produrre i laser indispensabili per realizzare i semiconduttori: i famosi chip con cui si fabbricano dalle auto ai computer.

Sui chip infuria una battaglia feroce tra Usa e Cina (che pure per questo vuole Taiwan) e Washington non può perdere l’influenza su Kiev, anche perché l’Ucraina ha grandi riserve di uranio (meglio che non cadano in mano russa) e possiede il 5 per cento delle risorse minerali mondiali. Legare i cinesi a un patto internazionale consente agli Stati Uniti di evitare che Pechino, se dovesse vincere Putin, abbia la porta spalancata a Kiev senza più alcun controllo. Gli americani dalla guerra hanno molto altro da guadagnare. Vengono subito in mente le armi. Ma è la cosa più ovvia anche se le azioni della Lockheed Martin in una settimana hanno segnato il più 15 per cento e la corsa al riarmo della Germania (100 miliardi per irrobustire l’esercito: anomalia di cui poco si discute), apre un nuovo mercato agli americani. Che però hanno un ulteriore obiettivo: sostituire la Russia nelle forniture d’energia all’Europa.

È un disegno a cui ha cominciato a lavorare Barack Obama, che nel giugno 2014 spedì a Kiev il suo allora vice Biden. Si erano create condizioni favorevoli perché come ministro delle Finanze del governo Poroshenko fosse nominata Natalie Jaresko, nata a Chicago, ma di origine ucraina. Fatta cittadina di Kiev tre ore prima della nomina a ministro ed emanazione diretta del dipartimento di Stato americano. Ora sta a Porto Rico a curare gli affari Usa.

In quell’occasione il figlio di Biden, Hunter, fu assunto con uno stipendio mensile da 50 mila dollari nel board della Burisma Holdings, che è la società energetica del governo di Kiev. Panorama ha raccontato la vicenda nello scorso numero. Donald Trump peraltro aveva affidato al segretario per l’energia Rick Perry una trattativa per rendere competitivo col gas russo quello americano liquefatto (trasportato in nave), cioè quello che anche l’Italia deve comprare. I polacchi hanno stretto con la loro Pgnig un contratto ventennale con American Venture Global Lng per 2 milioni di tonnellate di gas liquefatto all’anno, Angela Merkel ha finanziato con 500 milioni di euro un rigassificatore nel nord della Germania per incrementare del 50 per cento l’arrivo di gas dall’America. Ovvio che gli Usa abbiano lavorato a boicottare il Nord Stream 2, il gasdotto che doveva portare il gas direttamente dal Baltico russo a Berlino. E non è un caso che l’annuncio della dismissione di questo tubo finanziato da Gazprom sia stato fatto dal dipartimento americano dopo un colloquio Biden-Scholz.

Nel boicottaggio del Nord Stream 2 c’è anche la mano dell’Ucraina, che ha il suo gas da vendere e non vuole perdere il controllo sul Nord Stream 1, il gasdotto che dalla Russia porta il metano in Europa e anche in Italia attraversando sia Ucraina sia Polonia, e su cui Kiev e Varsavia incassano cospicui diritti di passaggio (il Paese di Zelensky da questo dazio ricava 1,5 miliardi l’anno). Dal 2018 a Washington, la Ukranian Federation of Employers of the Oil & Gas Industries – anche con i soldi di Victor Pinchuk, l’uomo più ricco di Ucraina e di fatto il grande elettore del suo presidente – si è legata al lobbista Daniel Vajdich, già braccio destro del potente senatore Ted Cruz molto amico dei petrolieri americani, per il boicottaggio del Nord Stream 2. Operazione evidentemente riuscita. Perciò Biden insiste sul boicottaggio del petrolio e del gas russo.

Agli americani non costa nulla e porta solo benefici, anche se Arabia Saudita ed Emirati hanno fatto sapere a Washington che non hanno intenzione di aumentare la produzione per calmierare i prezzi, anzi intendono approfittare del momento. È evidente che a rimetterci è l’Europa, dipendente da gas, grano, materie prime tanto russe quanto ucraine. Ma la signora Ursula von der Leyen pensa solo a invocare sanzioni mentre in Italia la crisi morde.

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