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Chi è il popolo dei Rave party

Chi è il popolo dei Rave party

Dopo la «cinque giorni» di musica techno, droghe ed eccessi assortiti che si è svolta in provincia di Viterbo a metà agosto, ecco chi sono e che cosa cercano i partecipanti a questi riti collettivi che in Italia si ripetono al di fuori di ogni norma. E mentre si discute sul bisogno di evasione estrema in tempo di pandemia loro si preparano al prossimo appuntamento.


Rave come stile di vita. Un’esistenza nomade come ambizione in nome della musica e di una comunità liquida. E, in alcuni casi, di droga a basso costo e sesso facile. C’è un po’ di tutto in quello che è stato etichettato come «popolo dei rave», balzato alla cronaca per le manifestazioni selvagge che sono state organizzate in tutta Italia lungo questa estate di pandemia (nonostante i divieti di assembramento). Prima a fine giugno a Maleo, nel Lodigiano. Dunque a Giove, nel Ternano, ma anche a Botticino (Brescia), Monte Moro (Genova), Tavolaia di Santa Maria a Monte (Pisa). E poi Pesaro, Varese, Porto Cesareo, Trapani.

Al centro di tutto (soprattutto della polemica) l’evento più grande, il Teknival Space Travel n.2, organizzato in modo abusivo a metà agosto a Valentano, vicino a Viterbo, e capace di catalizzare oltre 10 mila persone per cinque giorni.

C’erano italiani, tanti, ma anche cechi, spagnoli e francesi. E non solo giovanissimi. Come gli organizzatori, capaci di richiamare forze da tutta Europa dopo essere stati fermati prima a Nizza (l’iniziale meta prescelta), poi vicino a Brescia.

«Erano anni» racconta Marta, 32enne, vestale della techno fin dall’adolescenza «che non partecipavo a qualcosa durato così tanti giorni. Durante la pandemia ero stata a Berlino da mio fratello per due eventi privati, uno in un bosco vicino a Lipsia, e uno invece in un bunker nei pressi di Dresda. Non c’era niente, bisognava persino portarsi l’acqua da bere, eravamo poche centinaia di persone. Qui il mood era diverso: campeggio libero in un posto splendido, stand gastronomici di tutti i tipi e soprattutto tanta gente».

E, naturalmente, anche tanta droga. Come spiega Claudio, 37 anni: «L’atmosfera nei rave è quella di una festa continua, è innegabile che circoli anche molta roba. Spesso a basso costo. Dai 5 ai 15 euro per Lsd e chetamina, sui 20 per qualcosa di più pesante. A Valentano tutto però era analizzato per evitare che fosse tagliata in modo rischioso». Una sorta di tutela per i consumatori, e per gli organizzatori.

«Drogarsi o meno» precisa Arturo, 32 anni, studente fuori corso di Scienze politiche e «raver» convinto, «è una scelta personale. C’è chi li frequenta, come me, per il senso di comunità che qui si respira, chi invece lo fa per sballarsi e passa metà del tempo a stordirsi fra pasticche e alcol. La cosa incredibile è che, sotto le casse, nessuno ti giudica». I partecipanti condividono infatti la medesima filosofia: si considerano parte di un villaggio tribale indirizzato a sovvertire le regole della società, sono convinti che «la rivoluzione sia l’unica soluzione», credono secondo un manifesto onnipresente sul web «all’amore come unico nutrimento, e alla musica come unica religione».

Anche la segretezza è fondamentale. I luoghi di ritrovo sono tenuti nascosti fino a poche ore prima dell’evento per evitare che le forze dell’ordine intervengano. Le coordinate degli appuntamenti clandestini arrivano solo su gruppi riservati del social network Telegram, forum criptati, siti internet continuamente cancellati o linguaggi in codice. «Si tratta sempre» prosegue Arturo «di una caccia al tesoro. Per Valentano, prima ho saputo da un amico che l’evento si sarebbe tenuto in Italia, poi mi ha detto Centro Italia, dunque ho avuto la posizione esatta. O, meglio, l’appuntamento di notte al casello di Chiusi».

Non di rado le indicazioni sono «mixed»: una parte affidata alla tecnologia, una parte a metodi rudimentali come murales o a messaggi criptati stampati su biglietti o locandine. «Se la polizia arriva ancora prima della partenza, o se si è in troppo pochi, la festa finisce. La regola aurea è cercare di mantenere un profilo basso e fare squadra» conclude Arturo.

Ma cosa accade durante i rave? Tutto ruota intorno alla «crew», ovvero la comunità, che si occupa di organizzare attraverso il soundsystem – letteralmente il «muro di casse» che può essere rapidamente spostato da un rave all’altro, per diffondere a livelli esponenziali la musica – quelli che in gergo vengono definiti come free party, ovvero feste libere, aperte a chiunque e gratuite. Eventi all’insegna dalla free tekno, musica posizionata all’estremo dello spettro della techno e caratterizzata da una struttura anarchica, coerente con il tipo di evento ed esempio dello stile di vita adottato dai partecipanti.

Non si tratta di un fenomeno recente, come spiega Vanni Santoni, scrittore e autore sul tema di Muro di casse (Laterza, 2015). «Prima dell’avvento della free tekno» racconta «esistevano già rave e proto-rave, che da metà anni Novanta hanno preso le caratteristiche che conosciamo. Dopo una prima epoca d’oro, che potremmo collocare tra il 1998 e metà anni Zero, con un culmine con il famoso teknival di Pinerolo del 2007, c’è stato un riflusso tra 2008 e 2015».

E, ancora: «La scena era troppo nota al grande pubblico, alle feste arrivava anche gente che con quella cultura non aveva nulla a che fare, cominciarono a fare la loro comparsa droghe pesanti invece dei classici psichedelici ed entactogeni, e la musica si fece piuttosto monotona… Poi, dal 2015, una rinascita: grosse feste come i vari Borderless o il teknival Labirinz Decade del 2016, e tanti eventi minori su e giù per l’Italia, fino a questa estate che, tra il Bordel23 di Tavolaia e il Teknival Space Travel, ha visto un vero ritorno trionfale della free tekno».

Un ritorno che ha scatenato polemiche tuonanti e recriminazioni trasversali, a cominciare dalla mancanza in Italia di leggi adeguate a normalizzare gli eventi. «In controluce» commenta Donatella Marazziti, psichiatra dell’Università di Pisa «emerge poi una cultura dello sballo che ha resistito alla pandemia. Un bisogno di evadere, di fare cose che gli adulti rifiutano, di stare con altre persone che condividono il medesimo obiettivo: il niente assoluto, l’assunzione di droghe, l’uscita da se stessi. Il cuore della riflessione è il perché si arrivi ad agire così. Forse questo è lo specchio della nostra società che non offre niente ai ragazzi. Ecco giustificato il trionfo dello sballo».

Sballo che, almeno per ora, pare aver abbandonato il nostro Paese. «Adesso la cosa si fermerà» riflette sconsolata Marta. «Per un po’ di tempo sono certa che non verrà organizzato più niente, perché bisogna far calare l’attenzione». Uscire dal mirino è un po’ il mantra che in tanti ripetono, spiegando che la demonizzazione in corso potrà fermare i rave, ma non annullarli per sempre. «Stiamo parlando» aggiunge Marta «di eventi che si sviluppano dal basso, e sono esempio di sperimentazioni anarchiche e provocatorie. Sono incontrollabili perché non hanno grandi regie e non sono governate dal business. Anche per questo danno così fastidio».

La parte economica, di cui non è possibile fare stime, non va però sottovalutata. E ora che la macchina italiana è stata fermata, sui forum criptati e in chat private è partito un nuovo tam tam per il prossimo incontro. Il luogo esatto verrà tenuto nascosto fino all’ultimo minuto. Ma molti «raver», con camper e roulotte, sono già in viaggio verso l’Albania.

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