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Fine opera: mai

Fine opera: mai

In Italia siamo riusciti a collezionare 410 infrastrutture incompiute, costate (finora) oltre 2,5 miliardi di euro. Un catalogo sconfortante di ponti, dighe, tratte ferroviarie, scuole, residenze per anziani, impianti sportivi…


Era il 1986. In Basilicata già se ne parlava da tempo, ma è solo in quell’anno che si decide di realizzare un tratto ferroviario per collegare Ferrandina a Matera. Un lavoro, in apparenza, poco impegnativo, trattandosi di soli 22 chilometri. Da allora sono trascorsi 35 anni e quell’infrastruttura è una delle più incredibili «opere incompiute» italiane: errori progettuali, burocrazia e interruzioni varie hanno fatto lievitare i costi.

Oggi si parla di una nuova scadenza: è stato annunciato che nel 2026 saranno ultimati i lavori. Peccato solo che, come denuncia Pietro Simonetti del Cseres (Centro studi e ricerche economiche e sociali), l’opera arriverà a costare oltre 576 milioni per 22 chilometri. In pratica, se così fosse, 26 milioni di euro per ogni chilometro.

Mentre si parla di Recovery Fund e fioccano le nomine di commissari per utilizzare i fondi sul fronte delle infrastrutture, quasi fosse un enorme Piano Marshall, un’idea potrebbe essere proprio quella di indirizzare parte dei finanziamenti per ultimare le tante incompiute italiane. Perché di opere come la Ferrandina-Matera il nostro Paese è pieno. Non c’è regione che sfugga all’itinerario dello spreco: secondo l’ultimo aggiornamento pubblicato dal dicastero guidato oggi da Enrico Giovannini, si contano 410 incompiute costate finora oltre 2,5 miliardi di euro. E per ultimare dighe, residenze per anziani, palazzetti dello sport, ponti rimasti a metà e scuole mai inaugurate occorrerebbero ancora 2,1 miliardi.

Una valanga di soldi che nella maggior parte dei casi derivano da costi lievitati a causa di varianti, stop burocratici e malagestione all’italiana. All’interno dei documenti che ogni Regione è tenuta a consegnare al ministero delle Infrastrutture in effetti c’è di tutto. A Biella (in totale il Piemonte conta 7 ecomostri) pare non ci sia più esigenza di terminare il laboratorio di sanità pubblica, pensato e ideato negli anni Ottanta. Spesa, 6 milioni di euro. Peccato che, una volta avviati i lavori, ci si accorse di un traliccio dell’alta tensione. Risultato: lavori bloccati definitivamente. Oggi resta uno scheletro di cemento, utile rifugio per coppiette in cerca di intimità.

La Lombardia, invece, conta 24 incompiute (209 milioni spesi in totale e 102 necessari per ultimare i lavori), come l’edificio polifunzionale in piazza Ferrara a Milano che sarebbe dovuto diventare «mercato comunale e residenza universitaria»; i lavori risultano interrotti al 13 per cento del complessivo per «sopravvenute nuove norme tecniche o disposizioni di legge» (nonostante i 13,8 milioni messi a progetto per l’opera). Discorso simile per la palazzina da adibire a uffici del Policlinico San Matteo di Pavia: i documenti della Regione parlano di lavori fermi per «mancato interesse al completamento», sebbene siano già stati spesi oltre 7 milioni.

A stupire, però, è soprattutto il Lazio. La regione guidata da Nicola Zingaretti, nel giro di un anno, è passata da 8 a ben 21 opere sospese. Tra queste ritroviamo anche quello che è considerato il tempio dell’inefficienza italiana: la Città dello Sport dell’ateneo di Roma (600 ettari di estensione) con la sua copertura reticolare di ferro, la cosiddetta «vela di Calatrava», dal nome dell’archistar spagnolo che l’ha progettata. Stando all’ultimo quadro economico aggiornato, l’importo per i lavori a oggi supera i 600 milioni di euro, ma per ultimare l’opera ormai da anni sarebbero necessari altri 200 milioni. Tutto fermo perché, secondo i documenti visionati da Panorama, i lavori, pur essendo stati avviati, «risultano interrotti entro il termine contrattualmente previsto per l’ultimazione, non sussistendo, allo stato, le condizioni di riavvio degli stessi».

Uno dei casi più curiosi, però, arriva dal piccolo Molise oggi governato da Donato Toma che in questo campo, per così dire, giganteggia: per finire le 10 opere in elenco occorrerebbero ancora 118 milioni. Un balzo in avanti inquietante, considerando che solo un anno prima il completamento delle identiche dieci opere costava 74 milioni. Un esempio su tutti? L’ospedale di Agnone, in provincia di Isernia: i lavori, si legge nel report ministeriale, risultano «interrotti oltre il termine contrattualmente previsto per l’ultimazione». Fa niente per i 50 milioni dell’ultimo quadro economico; la realizzazione è ferma al 9 per cento e ne servirebbero 42 per dotare il Molise di un’altra struttura sanitaria.

E che dire della vicina Campania? Per le sue 19 incompiute occorrerebbero altrettanti milioni, 19 appunto. Uno dei casi più emblematici è quello del piccolo comune di Laviano, provincia di Salerno. Dopo il terremoto del 1980 che distrusse la zona (a Laviano non ci fu una sola famiglia rimasta senza vittime) si attende ancora la «riqualificazione del centro abitato» per cui sono stati messi a progetto circa 860 mila euro. Avanzamento dei lavori? «Zero».

A mancare stranamente all’appello è il ponte di San Giacomo dei Capri, a Napoli: un cavalcavia rimasto a metà, sospeso tra cielo e terra senza che sia mai stato completato. Il progetto risale agli anni Ottanta: non sono bastati gli 800 milioni (di lire) spesi.

La maglia nera però spetta senza dubbio alla Sicilia. Il divario è clamoroso: l’isola oggi guidata da Nello Musumeci conta 133 opere «abortite» (segue la Sardegna con 53). Nel catalogo dell’inefficienza siciliana c’è di tutto. Dai bagni di cura saunistica a Pantelleria, costati mezzo milione e completati al 20 per cento, fino all’ormai tristemente celebre impianto sportivo di Giarre (provincia di Catania) mai ultimato, nonostante i lavori siano iniziati oltre dieci anni fa.

Un epilogo che il palazzetto condivide con la piscina e il parco pubblico, altri lavori mai terminati nella località siciliana di 27 mila abitanti, che si candida a capitale del «non finito» italico. Proprio in questi giorni, a suggellare il disastro della gestione italiana ci ha pensato una relazione della Corte dei conti sui cosiddetti «grandi progetti» che il nostro Paese voleva finanziare con i soldi comunitari (tra i lavori: autostrade, acquedotti, tramvie e ferrovie).

Anche in questo caso i risultati sono deludenti: nell’ambito della programmazione europea 2007-2013, dei 56 grandi progetti approvati, per un valore complessivo di 7,634 miliardi di euro, solo 34 risultano ultimati, mentre 11 interventi sono ancora in corso di realizzazione (nonostante la scadenza fissata al 2015) ed altri 11 sono stati abbandonati.

Andando ad alimentare, semmai ce ne fosse ancora bisogno, il mare magnum dell’incompiuto nazionale.

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