Cocaina, eroina, crack? Il passato. Oggi ci sono il Ghb, il captagon, lo yaba, il fentanyl… Sostanze sintetiche dagli effetti devastanti. E le più «richieste» hanno molecole così nuove da non essere neppure classificate come stupefacenti
Vicino ai giardinetti di fronte alla stazione Centrale di Milano, dopo il tramonto si cucina il crack. Basta conoscere la persona giusta e si viene scortati nei meandri di un piccolo mondo (un po’ antico) in cui spacciatori, studenti universitari, prostitute e imprenditori si mescolano. «I prezzi vanno dai 12 ai 25 euro, dipende dal giorno» spiega Marco T., 37 anni, una storia di dipendenza iniziata nell’adolescenza. «La dose, come quella che sto facendo adesso, è di 0,2 grammi. Ma con il crack ne basta pochissimo» dice, mentre avvicina l’accendino alla pipa improvvisata con una bottiglietta di plastica. I cristalli sfrigolano, e subito sprigionano un odore dolciastro, a metà fra plastica bruciata e ammoniaca. Marco si avvicina, respira a pieni polmoni: «Volete provare anche voi?».
È la domanda che sentiremo ripeterci diverse volte, inseguendo il fiume di droga che scorre da Torino a Palermo, passando da Firenze e Napoli. Se in principio fu l’eroina, ora la situazione – come verificato realizzando questa inchiesta – ha smesso di essere semplicemente allarmante e ha acquisito i tratti di un’epidemia che si allarga grazie a droghe sintetiche in continua trasformazione, caratterizzate dal prezzo contenuto e diffusione capillare. Così il crack sembra appartenere a un passato remotissimo, insieme a cocaina, eroina e Mdma. Le nuove generazioni – in linea con i valori di riferimento – vogliono il «tutto e subito». Ovvero prodotti low cost, capaci di dare effetti immediati.
I più gettonati sono i catinoni sintetici, ovvero polveri che riproducono gli effetti della cocaina e spesso vengono prodotti in casa, in «kitchen laboratory» per abbattere rischi e costi. Ma ci sono anche composti ad azione narcotica, analgesica e tranquillizzante, nuove benzodiazepine e oppioidi. «Oggi il mercato delle droghe è molto fluido» afferma Riccardo Gatti, psichiatra e autorità di grande esperienza sulle tossicodipendenze. «Da una parte abbiamo una serie di sostanze classiche che sovente sono accompagnate da “servizi completi” e costosi affinati negli anni della pandemia, come il delivery espresso a domicilio; dall’altra c’è una vasta offerta di droghe a basso prezzo». In sintesi: luogo che vai, droga (e consumatore) che trovi.
L’esempio più eclatante lo fornisce la centralissima stazione Santa Maria Novella di Firenze, nei cui sotterranei ci viene proposto da giovani spacciatori – tutti con il cappellino da baseball in testa, scarpe da ginnastica alla moda ai piedi e una sigaretta fra le labbra, nonostante il divieto di fumo – una vasta scelta fra compresse bianche, gialle e fucsia. Sono le cosiddette «designer drug», una varietà di sostanze calibrate per evitare la classificazione come droga e aggirare le norme sulle sostanze illegali. Prodotte in piccoli laboratori, promettono sballi immediati a pochi euro.
Non molto diverso il dialogo di cui siamo stati protagonisti a Napoli, dove nei pressi di via Toledo si scopre – tanto sono alti i margini di guadagno – che «la terza pasticca è in omaggio»; quando si dice di non essere interessati, lo spacciatore, dal marcato accento locale, indosso t-shirt della squadra di calcio neocampione, sbotta: «E allora che ci fate qua?». Sarebbe possibile scrivere un trattato sui luoghi inscindibili dalla vendita di stupefacenti nella realtà e nella memoria collettiva – da Scampia a Ballarò, dal Pigneto a Rogoredo -, ma sarebbe meno impressionante delle invenzioni continue che la malavita (e i moderni speziali dell’illecito) immaginano per attirare nuovi consumatori e non deludere gli affezionati.
Il caso più eclatante lo abbiamo trovato nel cuore di Japigia, a Bari, dove Alex T., 21 anni, che si definisce un «imprenditore del settore», racconta la sua intuizione: «Sono attivo 24 ore su 24, e l’ordine si fa via WhatsApp o su Instagram. La prima pasticca costa un euro, per far provare che la roba è buona. Da qualche mese la più gettonata è lo yaba, se non hai i soldi per pagare accetto anche i buoni pasto o i ticket restaurant». La sostanza – che spopola da qualche anno e arriva dal Bangladesh – è chiamata «droga della pazzia» per i suoi effetti che comportano allucinazioni visive e acustiche, come rumorosi insetti sotto la pelle. Ma nelle «piazze giovani» ci sono anche il krokodil, il cobret e lo shabu. Il krokodil, che arriva dalla Russia, è un derivato della codeina spesso tagliato con detersivi o benzina. Il cobret ha cominciato a diffondersi negli anni Duemila nel Napoletano ed è l’eroina di scarto mischiata con anfetamine, inalata dopo essere stata sciolta con succo di limone: costa pochi euro, tanto che porta il soprannome di «eroina dei poveri».
Lo shabu invece ha origine in Oriente e natura sintetica; ha cominciato la sua scalata in Italia a partire dalla comunità filippina, e deve il suo successo alla capacità di indurre effetti euforici immediati, con una durata fino a dieci volte superiori a quella della cocaina. In tutti i casi citati le conseguenze dopo una prolungata assunzione sono disastrose, dalle convulsioni alla caduta dei denti, dalla pelle desquamata ai tessuti in cancrena. «I consumatori più ambiti sono i giovanissimi perché, pur avendo possibilità di spesa ridotte, hanno altissime probabilità di diventare clienti regolari. Però non esiste un profilo unico di consumatore» riflette Andrea Fagiolini dell’Università di Siena. «I giovani sperimentatori che si avvicinano allo sballo lo fanno per vivere nuove emozioni» prosegue Icro Maremmani, fondatore della Società italiana tossicodipendenze e da sempre in prima linea su questa emergenza. «Utilizzano sostanze che non danno dipendenza e il cui grado di tolleranza non varia nel tempo. L’uso è saltuario e ricreativo. Ma attenzione: non vuol dire che non si verifichino complicazioni. Siamo davanti a una nuova realtà di tossicomani. Minori che si mimetizzano tra le maglie del sistema e che così non vengono monitorati, portando a una sottovalutazione nelle stime».
Nonostante questo, i dati raccolti dal dipartimento delle Politiche antidroga – oggi guidato dal sottosegretario Alfredo Mantovano – risultano allarmanti: tra gli studenti fra 15-19 anni, circa 460 mila (18 per cento) hanno assunto una sostanza psicoattiva illegale nel corso dell’ultimo anno, il 10 per cento ha fatto uso di sostanze nell’ultimo mese e il 2,8 per cento ne consuma più volte a settimana. Proprio come Clara S., che conosciamo a Modena durante le giornate di novembre di una rave party. «Io non sono una tossica! Sfido chiunque a dimostrare che tutto quello che consumo, e produco in casa, sia indicato come droga» ironizza da dentro il suo piccolo stand, strategicamente posizionato fra due venditori del «vecchio mondo»: uno di cocaina (una dose a 20 euro) e l’altro di marijuana (da 10 euro).
Nello studio attento della legislazione – e nel talento di posizionarsi leggermente al di sotto delle soglie d’allarme – sta esattamente la capacità di chi decide di aprire un laboratorio domestico. Anche in tal caso i dati sono eloquenti : la trasformazione delle sostanze è così rapida da farsi inseguire (spesso in modo fallimentare) dagli organi di vigilanza. Secondo le ultime rivelazioni disponibili e che risalgono al 2021, sono state riconosciute ulteriori 93 nuove sostanze, sconosciute fino all’anno precedente. A questo proposito, basti sapere che il monitoraggio del ministero della Salute prevede quattro tabelle differenti, una per ciascuna tipologia. Nella prima compaiono oppiacei (come la morfina), cocaina, amfetamine e derivati (eroina e designer drugs), allucinogeni; nella seconda cannabis; nella terza barbiturici; nella quarta benzodiazepine.
Solo nella prima tabella ci sono 555 voci differenti. E delle 93 riconosciute nel 2021, 88 sono state inserite proprio in questa categoria. «Fotografie che raccontano comunque il passato» puntualizza Icro Maremmani. «In circolazione ci sono una marea di altre sostanze non riconosciute perché magari è stata modificata una sola molecola. Spesso non hanno neppure un nome, vengono definite in modo generico, e sono inquadrate solo dalla legge in base ai loro complessi composti chimici. Oggi non cambiano solo le droghe, ma anche il modo in cui vengono assunte e i loro effetti mitigati o amplificati. Un esempio sono è le benzodiazepine: se prese in modeste quantità hanno effetti disinibenti, spesso sfruttati in associazione ad alcolici».
Gli psicofarmaci – usati secondo l’Aifa da 17 milioni di italiani – sono facilmente reperibili, e si prestano per la loro duttilità a svariati utilizzi. «In questo campo da non sottovalutare è l’uso nel “chemsex”, la pratica che ha avuto origine nel Regno Unito e consiste nell’amplificare, modificare la prestazione sessuale grazie a mix di sostanze creati ad hoc» commenta ancora Riccardo Gatti. Ha risvolti sessuali anche il Ghb o acido gamma-idrossibutirrato, comunemente conosciuto come «ecstasy liquida» o «droga dello stupro», richiestissimo in discoteca o nei cosiddetti «party drugs» per la sua natura inodore, incolore e insapore. Solo nel 2021 sono state denunciate 123 persone e sequestrati 13 kg e quasi 90 litri di sostanza. Il record negli ultimi 10 anni. Un fenomeno la cui portata lo chiarisce un ulteriore dato: negli ospedali milanesi oltre 70 donne hanno denunciato abusi di cui non ricordavano nulla. Nonostante la pericolosità, il Ghb è facilmente reperibile. Il kit per fabbricarla è disponibile su internet. Il web è una fonte inesauribile per chi cerca lo sballo, e permette di arrivare anche a sostanze come il captagon, la cosiddetta «droga siriana» a cui si dice ricorressero i miliziani dell’Isis prima della battaglia. «È uno stimolante sintetico che nasce come farmaco per curare deficit d’attenzione, depressione e narcolessia. Ben presto ci si è accorti che può dare dipendenza, con effetti allucinogeni, e ha iniziato a circolare in clandestinità a scopo d’abuso. Fino a provocare, come accade adesso, una autentica epidemia» evidenzia Gatti.
È simile la situazione emergenziale prodotta dal fentanyl, in origine messo a punto per i dolori dei malati oncologici. A San Francisco è oramai «allarme sociale» visto che i decessi correlati all’uso di stupefacenti – a partire dal fentanyl – sono aumentati del 41 per cento; e in tutti gli Stati Uniti le morti per overdose sono state oltre 110 mila nel 2022 (nel 2008 erano 36 mila). In Italia i decessi sono circa 400 ogni anno, e con una semplice proporzione si arriva a evidenziare come le morti in oltreoceano siano circa 50 volte superiori rispetto al nostro Paese. Un divario che però non deve fare abbassare la guardia, poiché da Nord a Sud il consumo di stupefacenti si rivela trasversale. A dimostrarlo sono le analisi delle sostanze presenti nelle acque reflue. L’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri di Milano ha svelato come, nel nostro Paese, la cocaina sia la seconda sostanza più consumata dopo la cannabis. Se la metanfetamina va forte nelle metropoli da Roma a Bologna, l’ecstasy è la preferita dai triestini.
Ma il dato più allarmante è un altro, e viene da uno studio europeo su 104 città di 21 Paesi. Che cosa dice? Che Milano è quarta per il consumo di ketamina. Per il momento.
