I giovani che partono dal Bangladesh lo chiamano così, «the game»: la sfida (diffusa sui social, con video e consigli) è raggiungere la Libia e, via mare, sbarcare in Italia. Evitando truffatori, affrontando qualsiasi rischio e agganciando la Ong giusta. Nel 2021, gli arrivi nel nostro Paese sono passati da 600 a 8 mila.
Dal Bangladesh alla Libia in aereo per poi salire su un’imbarcazione, più o meno fatiscente, nella speranza di raggiungere l’Italia e tentare la fortuna. Un percorso a ostacoli degno di un videogioco che non a caso, tra i giovani migranti bengalesi, viene chiamato «the game» e spopola sulle piattaforme social.
«Fratello, sai qualcosa della “partita” che si è svolta intorno alle 9 di ieri?» chiede su Facebook un utente preoccupato e il riferimento è a un gruppo di «giocatori» imbarcatisi dalla Libia di cui non ha ancora notizia. Trattandosi di un «gioco» illegale, il linguaggio in codice è d’obbligo ma ormai, dato che il meccanismo è noto e rintracciabile online, più che per eludere le misure di contrasto all’immigrazione clandestina pare uno sfoggio di goliardia.
I giocatori del resto sono giovani, 22 anni in media, tutti maschi e pronti a correre i rischi che ogni avventura comporta. Nonostante 1.300 morti nel Mediterraneo anche nel 2021, nonostante il rischio di finire in una prigione libica o nelle mani di qualche truffatore, sui social la pubblicità dei viaggi della speranza è inarrestabile. Centinaia i video su TikTok, Instagram e Facebook, con centinaia di migranti bengalesi sorridenti pronti al «gioco» che li porterà in Italia.
Il pacchetto viaggio, che può costare fino a 7 mila euro, comprende biglietto aereo e un visto, talvolta anche un passaporto falso nel caso di minorenni. I migranti fanno tappa a Dubai o in Turchia prima dell’ultima tratta con destinazione Libia. In aereo, o via terra dopo aver fatto un ulteriore scalo in Tunisia. Il difficile è affidarsi al dalal o broker giusto, a un trafficante di uomini che faccia il suo lavoro «onestamente». Come ogni game che si rispetti infatti, le truffe sono dietro l’angolo.
«Siamo stati ingannati e ora siamo bloccati in Tunisia» dicono alcuni ragazzi in un video pubblicato lo scorso dicembre. Hanno venduto tutte le loro terre e pagato 3 mila euro a un dalal che, dopo averli fatti uscire dal Bangladesh, li ha catturati e chiesto un riscatto. Sperano ancora di arrivare in Italia e intanto si rivolgono ai propri connazionali, non per dissuaderli dal partire, bensì per metterli in guardia dal trafficante che li ha truffati e di cui postano nome e tanto di foto.
Come già accade per i migranti africani, anche per chi parte dal Bangladesh la presenza delle Ong in mare rappresenta una «fiche» in grado di massimizzare le possibilità per vincere la partita. Sulle piattaforme social dedicate all’argomento le foto delle navi umanitarie campeggiano a pieno schermo e le traiettorie sono seguite passo passo. «La Louise Michel è tornata» si legge il 16 gennaio sulla pagina Facebook Bangladeshi Migrants News, 51 mila follower e tra le più aggiornate su quanto accade nel Mediterraneo. L’imbarcazione colorata dallo street artist Banksy, con a bordo personale rigorosamente vegano, è solo l’ultima della lista; c’è anche Mare Jonio, «la nave italiana di soccorso dei profughi» partita da Trapani, la Lifeline e la Geo Barents di Medici senza Frontiere salpata il 13 gennaio. I messaggi di «buona fortuna» e preghiera, che «Allah ci protegga tutti», si alternano alle pubblicità di numeri telefonici e servizi di viaggio, trafficanti di uomini o inesauribili avventori.
Rocky Vhai è uno dei membri più attivi. Le sue comunicazioni variano dai dati meteo, «niente giochi fino al 25 gennaio a causa del brutto tempo», ai messaggi di fundraising a favore della SeaEye4, con tanto di link per inviare le donazioni. Molti utilizzano queste piattaforme per avere aggiornamenti sui propri amici. Un certo Hasan, ormai in Italia, scrive di non avere notizie di un ragazzo imbarcatosi da due mesi. «Se qualcuno lo vede mi avvisi, la sua famiglia non sta bene». Il messaggio scatena un’accesa discussione tra i connazionali. C’è chi suggerisce di «non vergognarsi e contattare la polizia», chi se la prende con quanti scelgono la via dell’illegalità.
E non sono pochi, dato che da un paio di anni i bengalesi sono al terzo posto degli arrivi irregolari in Italia. Da soli 600 nel 2019, il 2021 ha contato 8 mila sbarchi, persino più dei circa 6 mila giunti in aereo con regolare permesso di soggiorno, principalmente per ricongiungimento familiare. Per chi non ha parenti da raggiungere però, ottenere il visto non è semplice. Solo 97, per esempio, i permessi rilasciati nel 2020 per motivi di studio.
«L’ambasciata italiana a Dacca non li concede facilmente, nemmeno ai giovani che avrebbero i titoli» spiega Batchu, il presidente dell’Associazione bengalese di Roma. «Se dunque le vie legali già sono difficili per un giovane che ha delle credenziali, figuriamoci per chi non ne ha». Non solo. Sono proprio le famiglie più povere e meno scolarizzate a puntare sul viaggio all’estero dei propri figli. In pratica, è considerato come una forma d’investimento. I dati sul denaro inviato alle famiglie d’origine parlano chiaro. Sebbene quella bengalese sia l’ottava popolazione straniera in Italia (138 mila i residenti ufficiali principalmente tra Roma e Milano) è la prima per rimesse. Ben 707 i milioni di euro inviati a casa nel 2020, pari a 400 euro a testa al mese, il corrispettivo di un ricco stipendio in Bangladesh.
Un contributo che corrisponde al 6,1 per cento del Pil ed è persino aumentato dello 0,51 per cento durante la pandemia. Che l’emigrazione verso l’Europa giochi un ruolo importante sembra saperlo anche Brac (Bangladesh rural advancement committee), una delle Ong più grandi al mondo che concede ai giovani dei migration loan, cioè dei prestiti in forma di microcredito «per facilitare l’emigrazione all’estero dei lavoratori del Bangladesh e beneficiare le loro famiglie». Tra pressioni legali e illegali a migrare, non stupisce dunque che i giovani bengalesi accettino di affrontare situazioni pericolose come quella della Libia. Tranchant i commenti di alcuni utenti della pagina Facebook «Dalla Libia all’Italia»: «Il nostro governo li chiama “guerrieri di rimessa” ma dovrebbe vergognarsi di incassare soldi guadagnati a costo di tanti rischi e fatica». n
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