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Il debito italiano messo a rischio da quei crediti malati

Il Tesoro ha preso in carico sofferenze ex bancarie per 120 miliardi di euro. Ma la gestione è molto più complicata del previsto. E può rivelarsi una bomba per i conti.


Anche il Covid, come Benito Mussolini, ha fatto cose buone. O se non proprio buone, almeno decisamente utili. E Dio solo sa quanto le banche italiane, quelle che per il governatore Vincenzo Visco erano tra le più solide del mondo, avevano bisogno di smaltire in qualche modo una montagna di crediti «marci», senza svenare i loro azionisti privati con costosi aumenti di capitale.

Con due strumenti geniali, Amco (Asset management company) e Gacs (Garanzia cartolarizzazioni sofferenze), sigle ignote al grande pubblico come le migliori armi segrete, il Tesoro si è caricato sulle spalle oltre 120 miliardi di queste «sofferenze», utilizzando perfino le norme per fronteggiare la pandemia cinese. Il rischio di credito, tra un «sostegno» ai bar e una moratoria delle cartelle fiscali, è passato senza colpo ferire dalle banche ai contribuenti. A occhio, un delitto perfetto.

Ma nel silenzio generale, il mercato di queste nuove cartolarizzazioni sta rallentando da mesi. I rendimenti dei portafogli comprati sono in calo, molte operazioni di recupero sono bloccate, le svalutazioni sono continue e la gestione pubblica delle sofferenze ex bancarie preferisce ingolfare i tribunali anziché cercare le transazioni migliori nei tempi più rapidi.

Già a inizio del prossimo anno, se la Bce dovesse cominciare a escutere un bel po' di garanzie della Repubblica italiana su crediti ormai invendibili, si capirà che siamo seduti su una bomba a orologeria che rischia di farci sfondare il muro del 200% nel rapporto tra debito pubblico e Pil (oggi è al 155%). Le garanzie di Stato, rilasciate materialmente da Consap (Concessionaria servizi assicurazioni pubblici, controllata al 100% del Tesoro), dal 2016 a oggi hanno riguardato una quarantina di portafogli di crediti inesigibili per circa 85 miliardi di euro.

Quando uno dei grandi specialisti del mercato che ripulisce i crediti compra da una banca un pacchetto da 100 milioni di euro nominali, emetterà titoli «senior» (basso rischio) per il 90%, assistiti da Gacs pubbliche, e poi piazzerà il restante 10% di titoli «junior» (i più rischiosi) a un investitore a lui vicino. Con i primi incassi, lo specialista si rimborsa delle provvigioni altissime e poi chi vivrà vedrà. La banca cedente, con questa operazione, sostituisce i titoli senior, li porta in Bce e si fa dare liquidità.

Con questo meccanismo, tutti i principali istituti italiani, a partire da Unicredit, Monte Paschi, Intesa Sanpaolo e Banco Bpm, hanno ripulito i bilanci e abbassato il costo del credito. Se la Banca centrale ottiene il rimborso dei «senior», non c'è problema. Se non l'ottiene, può andare a escutere le garanzie in Italia, suonando al portone della Consap. Cioè, del ministro Daniele Franco e del direttore generale Alessandro Rivera.

Dove non si è potuto utilizzare lo strumento delle Gacs, perché il caso era disperato, ci ha pensato Amco, che ha comprato crediti marci dal Monte dei Paschi (7,7 miliardi) da Creval (440 milioni), Banca del Fucino e Igea Banca (30 milioni), Popolare di Bari (2 miliardi), Banca Carige (280 milioni e Banco Bpm (600 milioni). Anche Amco è posseduta al 100 per cento dal Mef e quindi abbiamo lo Stato che compra capitale di rischio a valore di libro e diventa in sostanza il compratore di ultima istanza di Npl (sofferenze) e Utp (crediti difficili) da istituti bancari in gravi difficoltà.

A fine 2020, gli asset in gestione ad Amco risultavano pari a 34 miliardi di euro, ripartiti tra crediti in sofferenza (58%) e difficili (42%). Insieme alle Gacs, arriviamo appunto ai 120 miliardi di questo «metadone di Stato» per banche. Quest'estate, gli istituti e il Tesoro hanno festeggiato la terza proroga concessa dall'Unione europea sulle Gacs (fino a giugno 2022), che hanno fatto dell'Italia il primo mercato europeo dei crediti deteriorati. Gli ultimi report delle società che comprano questi crediti assistiti da garanzie pubbliche fanno capire che nella maggior parte dei casi i business plan non vengono realizzati e i valori di realizzo, nel caso dei crediti meno rischiosi («senior»), sono molto inferiori al previsto, mentre per quelli «junior» e «mezzanine» sono pari a zero.

In un report dello scorso 8 settembre dell'agenzia tedesca Scope si legge che «la raccolta di Npl in Italia a luglio è caduta del 32% mese su mese a quota 165 milioni». Il report segnala che continua a salire, mese su mese, la quota di realizzi per via giudiziale, arrivata ormai al 60 per cento in luglio. Mentre il 33% viene da vendite a prezzi fortemente scontati.

Anche Banca Ifis, nel suo report di settembre, inizia a mettere in fila i primi numeri non proprio rassicuranti. Alla fine del primo semestre 2021, i 15 portafogli assistiti da Gacs «mostrano performance di recupero generalmente in calo, a eccezione di due». Il più importante è una specie di super-cotechino di debiti marci da 23,9 miliardi lordi, smaltito dal Monte dei Paschi di Siena nel 2018, che nel primo semestre 2021 ha un indice di recupero sotto del 10% rispetto a un anno prima.

Il report di Banca Ifis osserva poi che l'andamento mensile degli incassi dei portafogli Gacs, da aprile 2020, «segnala una dinamica del recupero mediamente inferiore al periodo pre-Covid, con 11 mesi su 16 "under performance"». Da notare che l'80% del valore nominale di questi crediti assistiti da Gacs è nelle mani dei primi quattro operatori, che sono DoValue, Prelios, Cerved e Credito fondiario.

Il problema più grave di Amco, guidata da Marina Natale, ex manager di Unicredit, è che distorce profondamente il mercato perché rileva dalle banche crediti a prezzi sganciati dalla realtà e con capitali a costo zero. Non a caso, negli ultimi tempi i grandi investitori esteri, come Deutsche Bank e Morgan Stanley, hanno gradualmente abbandonato il mercato italiano degli Npl perché non possono competere con via XX Settembre e i suoi bracci armati.

Inoltre, il fatto che Amco abbia assegnato ai propri asset valori di riferimento molto alti fa sì che non acconsenta quasi mai a transazioni a valori reali, preferendo andare per tribunali. Così, lo stesso governo che con la riforma Cartabia dice di voler snellire la giustizia italiana per ottenere i fondi del Recovery, quando si traveste da creditore di ultima istanza con Amco intasa le aule giudiziarie. E preferisce incassare un milione tra cinque anni con le aste giudiziali, anziché prendersi lo stesso milione subito con un accordo stragiudiziale.

Se si va a vedere che fine rischiano di fare i soldi spesi dal Tesoro per salvare le banche italiane, si scopre che per rilevare la Popolare di Vicenza (poi girata a Intesa Sanpaolo), l'apposito fondo «Atlante 1» ha sborsato 4,2 miliardi e oggi il suo valore di mercato è zero euro. Sul Monte dei Paschi di Siena, poi, del quale il Tesoro ha il 64% (con perdita potenziale di 5,5 miliardi), si sta confezionando una vendita a Unicredit che porta a quota 20 i miliardi pubblici spesi dal 2016 a oggi per evitare che il Monte fallisse. Considerando che a una banca ogni esubero costa mediamente 42.000 euro l'anno, tanto varrebbe chiudere bottega perché i 21.400 dipendenti Mps, con quei 20 miliardi, sarebbero garantiti fino al 2043.

Con oltre un centinaio di miliardi di crediti che rischiano di essere azzerati, il debito pubblico potrebbe arrivare al 200 per cento del Pil. Significa essere guardati come la Grecia per i prossimi decenni, Draghi o non Draghi. Il Patto di stabilità è sospeso fino al 2023, per fortuna dell'Italia, e la Bce ha invaso i mercati di liquidità, ma se i tassi dovessero risalire, per lo Stato che ha voluto fare lo spazzino delle banche sarebbero dolori. C'erano alternative? Certo sarebbe stato meglio fare come la Germania, che dal 2010 al 2017 ha nazionalizzato una serie di banche locali, spendendo oltre 20 miliardi di euro.

Ma in Italia, per coprire i banchieri e chi doveva vigilare su di loro, si è negato il problema almeno fino al 2018 e ora Bruxelles non autorizza facilmente simili operazioni. Così, ci siamo inventati Gacs e Amco. Spendendo 120 miliardi di euro che avremmo potuto investire per migliorare i nostri ospedali, a cominciare dalle famose terapie intensive, le nostre scuole e le nostre infrastrutture. Oppure, in chiave meno «statalista», varare una riforma fiscale choc che avrebbe potuto rilanciare l'intera economia italiana.
Invece non soltanto sono stati spesi ingiustamente i soldi di tutti, ma si rischia di far schizzare alle stelle il debito pubblico.

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