In Italia 23 milioni di persone che hanno un’occupazione ne mantengono 37 milioni. Una situazione insostenibile, aggravata dal Covid che sta ancora flagellando alcuni settori. Le nuove assunzioni, ora esaltate, sono soprattutto «a tempo». E i più colpiti, con stipendi da fame, sono i giovani.
La Repubblica italiana, a esser pignoli, andrebbe sciolta per mancato raggiungimento dell’oggetto sociale. Una provocazione? Certo, ma l’articolo uno della nostra Costituzione recita: «L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro». Basta un numero a dichiarare decaduto questo articolo: 23 milioni di persone che hanno un’occupazione ne mantengono 37 milioni. In Italia il lavoro pare evaporato.
Anche se chi vuole confutare quella che Maurizio Landini, segretario generale della Cgil, chiama la «vera pandemia sociale, occupazionale ed economica» si consola con pannicelli caldi come gli ultimi dati (novembre) sull’occupazione. Conferma l’Istat: recuperati 494.000 posti di lavoro rispetto a un anno fa; in un mese ci sono 64.000 occupati in più. Ma i dati vanno letti fino in fondo. Rispetto al periodo pre-Covid mancano ancora 300.000 occupati, quelli nuovi sono tutti contratti a termine o partite Iva, persone che cercano di reinventarsi il lavoro.
E anche l’Unioncamere che annuncia in questo mese 458.000 nuovi contratti e ne prevede 1,2 milioni nel prossimo trimestre consola poco: sono tutti lavori precari e giocati su di una scommessa che forse non si realizza: che l’economia continui a crescere. Per ora c’è da contabilizzare una previsione della Cgia di Mestre secondo cui solo per il caro energia il sistema industriale si vedrà gravato di 37 miliardi di maggiori costi. A fare da contrappeso alle «modeste» euforie occupazionali c’è un dato drammatico: le donne inattive sono attualmente a 7 milioni. La disoccupazione è al 9,2% (2 milioni), tre punti sopra la media europea però lascia scoperti interi settori, tant’è che l’industria, l’edilizia e l’agricoltura chiedono più immigrati.
I giovani italiani sono i meno occupati dell’Occidente e tuttavia il Reddito di cittadinanza assorbe sempre più risorse, il governo Draghi ha aggiunto un altro miliardo. I lavoratori a tempo determinato, più di un quarto degli occupati (3 milioni circa), sono gli unici a crescere; in un anno si sono persi oltre 400.000 autonomi – dai rider ai camionisti – e l’emorragia più forte è nella fascia 30-39 anni con 120.000 cessazioni. Cui fanno da corollario 684.000 dimissioni volontarie, 110.000 solo in Piemonte.
Negli Stati Uniti le chiamano «great resignation». In Italia probabilmente sono una risposta agli stipendi bassissimi e alle prospettive insistenti. Il boom delle dimissioni viene in parte spiegato dal professor Massimo Servadio, psicologo del lavoro, come una sorta di «stress post-traumatico derivante da una gestione errata dello smart working e dallo sconvolgimento che il Covid ha prodotto nell’organizzazione».
L’Ocse ha stabilito che l’Italia è l’unico Paese che in 30 anni ha abbassato i salari del 2,9%, in Germania e Francia sono cresciuti di oltre il 30%. Negli ultimi sette anni – effetto euro – i salari in Italia hanno perso un ulteriore 4,7% e nel 2020 causa virus, lo certifica Eurostat, sono spariti 39 miliardi di stipendi. Maurizio Landini, da anni batte questo tema: «La malattia dell’economia italiana è la svalorizzazione del lavoro». Nel suo saggio La società signorile di massa (La Nave di Teseo) scritto tre anni fa, Luca Ricolfi, sociologo tra i più acuti, per spiegare la nostra falsa opulenza sottolinea un dato: «Il cocktail di svalutazioni competitive e indebitamento pubblico ha drogato la crescita economica nel ventennio 1972-1992. Quest’ultimo fattore è venuto meno con gli accordi di Maastricht e l’ingresso nell’euro (1999)». È possibile che le imprese, persa la svalutazione competitiva, abbiano cercato di recuperare margini congelando i salari compressi peraltro da un cuneo fiscale senza eguali nell’Occidente.
Pietro Ichino – uno dei più famosi giuslavoristi italiani – nel suo L’Intelligenza del lavoro (Rizzoli) sostiene invece che «in Italia ci sono grandi giacimenti occupazionali che chiedono solo di essere valorizzati». Per ora però il governo sta ancora pensando a una misura definitiva contro le delocalizzazioni. Il ministro del Lavoro Andrea Orlando ha annunciato una riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro che ancora non si vede. Dovevano essere il secondo pilastro del Reddito di cittadinanza. Hanno solo prodotto la probabile disoccupazione anche dei 2.500 navigator, riconfermati appunto per soli quatto mesi.
La «photo opportunity» di Luigi Di Maio al balcone di Palazzo Chigi in cui i Cinque stelle rivendicavano la sconfitta della povertà col Reddito di cittadinanza è rapidamente ingiallita. La Corte dei conti ha certificato che su 1,3 milioni di percettori quelli che hanno trovato un lavoro sono 352.000 a fronte di un investimento di 19,6 miliardi. Ad acuire la crisi ci ha pensato il Covid. A mitigarla doveva servire la ripresa, più annunciata che effettiva.
Carlo Alberto Carnevale Maffé, economista della Bocconi, ha osservato che sarebbe prudente fare un po’ di tara agli entusiasmi contabili. Di quei famosi sei punti di Pil recuperati un paio sono mattone e cemento, circa mezzo punto è l’inflazione in tumultuosa e per ora incontrollata risalita; e considerando che nel 2020 lo sprofondo è stato di quasi 10 punti di Prodotto interno, non c’è da stare troppo allegri. Anche l’entusiastico Centro studi di Confindustria sull’anno appena cominciato ha messo le mani avanti: se perdura la pandemia il traguardo di una crescita sopra il 4% non è garantito. Dunque niente recupero dei livelli pre-Covid. Da Bruxelles il commissario agli affari economici Paolo Gentiloni ha fatto eco: «Ha poco senso fornire nuove previsioni. Per il quarto trimestre 2021 abbiamo alcuni indizi che la crescita abbia subito un rallentamento». Si naviga a vista.
Un altro virus sta infettando l’economia: è il caro energia. Per la Cgia di Mestre rischiano il posto in 500.000. Ci sono almeno otto comparti industriali che con l’impennata di gas ed elettricità non reggono: vetro, carta, siderurgia, ceramica, cemento, chimica, alimentare e meccanica. La cosiddetta transizione verde non ha ancora la capacità di generare nuova occupazione. Lo stesso vale per l’industria automobilistica. Il mercato ha toccato il minimo storico. I dipendenti diretti dell’auto sono 170.000, l’indotto vale cinque volte tanto, la stima è che metà restino senza lavoro. Se queste sono «solo» previsioni, ci sono purtroppo i dati reali da incubo. Nel 2020, l’anno del «chiuso per virus», si sono persi 1,2 milioni di posti di lavoro. Ci sono almeno 500.000 posti a rischio tra turismo, discoteche e spettacolo.
Al ministero dello Sviluppo economico sono aperti 86 tavoli di crisi per almeno 180.000 posti di lavoro in bilico. Con vertenze ormai senza speranza: in Whirlpool 400 licenziati, per Giannetti ruote 600 a casa, alla Caterpillar di Jesi 260 posti di lavoro cancellati, ad Air Italy nessuna speranza per 1.300. Secondo Bloomberg, il fondo Kkr (quello che si vuole comprare Telecom) vorrebbe tagliare 3.000 addetti alla Magneti Marelli in una ristrutturazione conseguenza anche della svolta green. Nella metalmeccanica ci sono 107 tavoli di crisi aperti dove balla il futuro di 54.700 persone.
Molto problematica la situazione nel sistema bancario: a cominciare da 4.500 impiegati in equilibrio precario al Monte dei Paschi. Il bilancio potrebbe diventare del tutto insostenibile se si realizzassero le previsioni contenute nel «Rapporto regionale Pmi 2021» elaborato da Confindustria e Cerved, in collaborazione con Intesa Sanpaolo. Secondo questa analisi nel comparto industriale – dalle micro alle mega imprese – sono a rischio 1,3 milioni di posti di lavoro. Anche per questo il presidente di Confindustria Carlo Bonomi aveva chiesto al governo un intervento deciso su Irap e cuneo fiscale in polemica con la Cgil e la Uil che sono andate invece in piazza a protestare per l’insufficienza e la parzialità della mini-riforma fiscale.
Secondo il rapporto Cerved, due terzi delle società che si occupano di fiere ed eventi e il 40% dei ristoranti vanno verso il fallimento, la quota di piccole e medie imprese in pericolo di chiusura sale al 28% nei settori maggiormente colpiti dal Covid (il doppio rispetto alla media nazionale). A fronte di questo quadro per ora si ricorre a un blocco di fatto dei licenziamenti fino ad aprile. Poi si vedrà. Il panorama è comunque drammatico leggendo il rapporto di Unimpresa. A fine 2021 gli italiani a rischio povertà sono 11 milioni (il 15% in più di cinque anni fa, pari a 1,6 milioni di persone), di questi 4 milioni sono disoccupati, ma 6,7 milioni hanno un impiego.
Il che conferma come il lavoro in Italia non assicuri una vita dignitosa. Se ne sta occupando il gruppo di ricerca del ministero del Lavoro coordinato da Andrea Garnero, economista Ocse. Non bastano né il salario minimo – di cui pure si discute – né l’estensione dei contratti nazionali anche ai lavoratori precari o a tempo. Serve un’iniziativa più profonda. Il lavoro povero che è conseguenza dei contratti iper-flessibili (l’archetipo sono i mini-job tedeschi, uno degli atout della competitività in Germania), in Italia è una piaga sociale: un quarto degli occupati riceve una paga che è meno del 60% di quella media (dati 2018): 11.500 euro.
In base a dati Eurostat, l’11,8% di chi lavora in Italia è povero contro una media europea del 9,2. Il 64,5% di chi opera nel turismo è in questa condizione, il 41,6 degli addetti ai servizi di base, il 31,7 di chi suda in edilizia e il 30% degli agricoli sono lavoratori poveri. Basta forse a spiegare perché questi settori facciano fatica a trovare manodopera. Secondo Unimpresa, i più poveri sono coloro che hanno un contratto a tempo determinato: 925.000 part time e 2,1 milioni a tempo pieno. Si aggiungono oltre 700.000 lavoratori autonomi a ore, i cosiddetti collaboratori (230 mila) e 2,7 milioni con lavoro a tempo, ma part time. La retribuzione – sovente inferiore all’assegno del reddito di cittadinanza – non li mette al riparo dal rischio dalla povertà. Tuttavia per l’Inps sono occupati.
Il dato che però fotografa la crisi del lavoro è quello degli inattivi: sono 13,2 milioni nella fascia lavorativa (15-64 anni), circa i 22% della popolazione. E per fortuna che la Repubblica è fondata sul lavoro.
La «fuga dei cervelli» costa 9 miliardi all’anno
Erano in lockdown già prima della pandemia» è forse l’analisi più efficace fatta sulla condizione giovanile e si deve al professor Alessandro Rosina, demografo tra i più acuti della Cattolica di Milano. L’osservazione è venuta al seguito del rapporto 2021 sui giovani dell’Istituto Toniolo che accende, per l’ennesima volta, un faro sulla condizione dei Neet, i ragazzi che «non fanno nulla». L’Italia ha il primato in Europa: da noi il 29,4% di coloro i quali hanno tra 20 e 34 anni né studia né lavora.
Questo dato fa il paio con l’indice di disoccupazione giovanile che ci colloca al secondo posto dietro la Spagna. Siamo al 29,8% di ragazzi al di sotto dei 25 anni che non ha un lavoro. Il tasso europeo è del 16! Per arrivare a un apprezzabile tasso di contratti a tempo indeterminato si deve salire nella fascia d’età 30-35 dove il 37% possiede un contratto. Gli altri sono precari a vita. Sono i rider, diventati ormai una sottocategoria del lavoro visto che in Italia se ne contano 600.000, sono la sterminata platea degli stagisti che alla soglia dei trent’anni ha una retribuzione mensile media attorno agli 800 euro.
I dati del rapporto Toniolo spiegano perché la pandemia è stata la mazzata finale. Mentre in Francia solo 13 su cento hanno rinunciato ai progetti che avevano, in Italia questa percentuale sale al 34,4; quattro ragazzi su 10 hanno rinunciato al matrimonio, il 36,5% ha abbandonato l’idea di avere un figlio. La ragione prima delle rinunce è la mancanza di impiego adeguatamente retribuito. Con buona pace di Elsa Fornero, ministro del Lavoro nel governo di Mario Monti, che disse: «I giovani quando escono da scuola devono trovare un’occupazione, ma non devono essere choosy (schizzinosi)».
In compenso siamo tornati un Paese di migranti. Il rapporto Migrantes sottolinea che nel 2020 hanno lasciato l’Italia in 109 mila, ormai all’estero vive il 10 per cento degli italiani (5,7 milioni). Il 32% di quelli che sono partiti sono laureati, il che significa che perdiamo ogni anno 35 mila giovani con alta formazione. Ogni laureato costa allo Stato circa 250 mila euro; perdiamo 8,7 miliardi di ricchezza nazionale e in più facciamo lievitare le competenze di economie che ci fanno concorrenza. Secondo una ricerca di Wills Towers Watson i neolaureati italiani possono ambire al massimo a 23 mila euro netti, il 70 per cento in meno dei tedeschi e il 30 per cento in meno dei francesi. Ma a scoraggiare la laurea c’è anche il dato della differenza di salario. Tra un giovane con alta formazione e un diplomato in Italia non va oltre il 12 per cento, in Francia questa differenza sale al 43. Da noi un ragazzo neolaureato aspetta cinque anni per il primo scatto, in Spagna 18 mesi, nel resto d’Europa al massimo due anni. Perciò se ne vanno dal Nord soprattutto le giovani laureate. La Corte dei conti ha stimato che in otto anni, dal 2013, ci sia stato un aumento di emigrazione economica dall’Italia del
41,8 per cento. (Carlo Cambi)
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