L'India rurale volta la faccia a Narendra Modi
Proteste di contadini a New Delhi il 21 dicembre 2020 (Getty Images).
L'India rurale volta la faccia a Narendra Modi
Inchieste

L'India rurale volta la faccia a Narendra Modi

Milioni di agricoltori sono in protesta contro la riforma che privilegia i grandi gruppi nel settore che occupa il 60% della popolazione. Un'altra battuta d'arresto per un premier che basa il suo potere sulla personalità.


L'attore indiano Deep Sidhu, belloccio dallo sguardo penetrante, è diventato famoso in patria qualche anno fa interpretando uno spietato gangster in un film di successo. Ironia della sorte, oggi è ricercato per davvero dalla polizia. È sospettato di essere uno degli istigatori degli scontri avvenuti tra manifestanti e forze dell'ordine lo scorso 26 gennaio a Delhi, nel corso delle proteste contro la riforma agraria promossa dal governo indiano, che ha spaccato il Paese. Suo complice sarebbe stato un vero criminale, tal Lakha Sidhana, diventato poi attivista.

Sidhu ha però unito le opposte fazioni nell'atto di rinnegarlo. I manifestanti lo hanno accusato di essere un agente provocatore del partito di governo, il Bharatiya Janata Party (BJP), per il quale aveva fatto campagna elettorale alle ultime elezioni. Le autorità lo hanno invece bollato come separatista sikh, minoranza religiosa alla quale appartengono molti dei contadini in agitazione. Insomma, Deep Sidhu come lo sciamano di Qanon Jake Angeli, al netto del maggior successo e buongusto nel vestire dell'ormai ex divo di Bollywood.

Molte altre celebrità indiane si sono schierate da una parte o dall'altra, preferendo però i social media alla strada. Né l'attenzione dei vip per la protesta è rimasta confinata a livello nazionale. Rihanna, con un tweet a favore dei manifestanti, ha portato la contesa all'attenzione dell'etere globale. Personalità molto note e molto diverse tra loro come Greta Thunberg, John Cusack e Mia Khalifa hanno seguito la popstar nel cinguettare il proprio supporto ai contadini e la condanna al potere di Narendra Modi. Si è unita al coro dei critici anche Meena Harris, nipote di Kamala e che come la zia ha origini familiari indiane, molto dura nel denunciare le violenze della polizia. Critiche mal digerite da Modi, che le ha definite «influenza straniera distruttiva».

Alla fine il premier ha cercato di gettare acqua sul fuoco, addossando la colpa degli scontri a una minoranza di agitatori e invitando i contadini a tornare al tavolo negoziale. Fermo restando, però, che la riforma si farà. La necessità di una riforma del settore agricolo è in realtà oggettiva. Ma Modi, figlio di un venditore di tè divenuto la figura più potente dell'India, una volta di più ha deciso di risolvere il problema con un blitz autoritario anziché concordare una strategia con le parti sociali coinvolte. La figura dell'uomo forte, che non deve chiedere mai, piace ai suoi elettori, ma irrita il resto della Federazione.

Spiega Nicola Missaglia, ricercatore dell'Asia Centre - India Desk dell'Ispi: «Il settore agricolo dell'India è in sofferenza da decenni. Il 60% degli indiani vive di agricoltura, anche se il comparto contribuisce solo per il 15% al Pil. Nel 2019 il governo Modi, forte di una seconda vittoria epocale alle elezioni, ha varato tre riforme del settore agricolo che, oltre a non essere state frutto di un confronto con gli agricoltori, hanno incoraggiato gli investimenti delle grandi corporazioni, riducendo allo stesso tempo drasticamente i sussidi ai piccoli contadini senza fornire loro alcuna tutela».

L'applicazione di queste riforme, proprio perché così controverse, è stata rinviata di 18 mesi dalla Corte Suprema; ma ora che questo periodo è scaduto i contadini si sono riversati nelle piazze indiane e promettono di non ritirarsi finché il governo non farà marcia indietro. Aggiunge Missaglia: «Il modo in cui New Delhi ha preteso di imporre queste riforme denota ancora una volta il verticismo con cui il governo Modi ha operato anche in altre occasioni: verticismo che però comincia a essere mal tollerato, soprattutto dai settori più vulnerabili dell'economia e della società».

Le proteste continuano in questo febbraio. Il premier ha schierato nella capitale migliaia di poliziotti e fatto tagliare gli accessi a internet e le forniture d'acqua alle decine di migliaia di contadini ancora accampati in periferia. I manifestanti non cedono e promettono di continuare la protesta a oltranza nei prossimi mesi se il governo non farà un passo indietro. Il pugno di ferro del leader si sta intanto abbattendo anche sull'opposizione e sulla stampa. Alcuni giornalisti sono stati arrestati e centinaia di account social sono stati fatti chiudere con accuse generiche di incitamento alla violenza.

Il rallentamento dell'economia indiana è però sotto gli occhi di tutti, e la pandemia da Covid-19 non ha fatto altro che toccare un nervo scoperto, legato a nodi strutturali ben più profondi e antichi. Un grosso problema per Modi, che sulle promesse di crescita economica e benessere ha basato buona parte delle sue campagne elettorali. La prima volta che le urne lo incoronarono primo ministro, nel 2014, fu anche grazie al marketing di partito che lo dipinse come l'uomo dal tocco d'oro. Durante i suoi mandati come governatore del Gujarat negli anni Zero infatti il Pil dello Stato federale era aumentato impetuosamente.

Anche alla successiva prova elettorale nel 2019 Modi ha potuto giocarsi ancora qualche asso nella manica, come il basso tasso d'inflazione, il successo delle riforme dell'Iva e della bancarotta. Più le campagne per il miglioramento delle condizioni di vita delle fasce povere, come quella per portare il gas nelle case dove ancora non c'era. Sufficienti a far dimenticar scivoloni come la controversa demonetizzazione della rupia nel 2016, che avrebbe dovuto combattere corruzione e lavoro nero e finì per gettare il Paese nel panico, con tanto di vittime schiacciate a morte nella calca agli sportelli bancari.

Ora un'economia in sofferenza priva Modi di un appoggio fondamentale per puntellare la sua linea politica nazional-induista e autoritaria. Le maniere forti, l'insofferenza alle critiche e l'intolleranza verso le minoranze religiose che contraddistinguono il premier e il suo partito hanno lacerato la società indiana. Rendendo ancora più arduo il compito già difficilissimo di tenere insieme una comunità di oltre un miliardo e 380 milioni di abitanti, divisi in duemila gruppi etnici che parlano oltre 400 lingue e praticano sette religioni principali.

«Il livello di scontro, che sfocia in picchi di violenza, si sta sempre più innalzando, e si registra un cambiamento abbastanza netto anche tra il primo e il secondo governo Modi» dice Stefania Benaglia, ricercatrice associata presso il think tank Ceps (Center european policy studies). «In questo secondo mandato c'è una figura chiave, quella del ministro dell'interno Amit Shah, espresso dal movimento nazionalista indù, l'RSS. Sotto di lui sono state prese decisioni controverse come l'abolizione dello statuto speciale del Kashmir».

Benaglia tuttavia fa notare che «in qualsiasi sistema politico democratico la forza di un partito dipende anche dalla forza del partito opposto. In un momento come quello attuale, dove l'opposizione indiana è inesistente, questo gioca a favore del partito di governo. Finché il Partito del Congresso non ritroverà la sua forza, non ci saranno vere alternative al BJP. In India ci sono circa 200 organizzazioni, con questa frammentazione non può esserci una coalizione sufficientemente forte per contrastare il primo partito».

Modi inoltre potrebbe segnare un punto proprio sul terreno di gioco che tutti meno si aspettano: quello della pandemia. L'India sta portando avanti la più vasta campagna di vaccinazione del mondo, con un vaccino sviluppato in casa, il Covaxin, e con una versione prodotta localmente di quello AstraZeneca. Obiettivo: somministrare almeno 300 milioni di dosi entro l'estate. Il premier aspetterà però la seconda fase, a maggio, per il suo turno. Coerente fino in fondo con il suo motto «India first».

Il Council of Medical Research indiano stima intanto che il 25% degli abitanti, circa 335 milioni di persone, potrebbe aver già contratto il coronavirus. Una paradossale buona notizia, anche se pagata con decine di migliaia di morti: nel Paese l'immunità di gregge sarebbe vicina o addirittura raggiunta. Un vantaggio competitivo notevole rispetto tutti quegli Stati, Italia compresa, che ancora devono tenere chiuse o quasi le attività produttive e commerciali per limitare i contagi.

Il primo ministro durante i mesi della pandemia si è lasciato crescere barba e capelli, di un bianco candido, scatenando le interpretazioni dei commentatori. Qualcuno dice sia solo un'altra strategia di comunicazione, altri parlano di un voto religioso. Che si tratti di devozione religiosa o di sostegno elettorale, per Modi il suo futuro alla guida dell'India sarà in ogni caso una questione di fede.

Ti potrebbe piacere anche

I più letti