centrale nucleare
(Ansa)
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Tecnologia

L'Europa si divide sul nucleare, tra pregiudizi e programmazione

Le Germania dice no, grazie ad un serio piano di energie alternative, mentre in Italia ci si divide, senza nemmeno troppo sapere di cosa si tratti

Il nucleare come energia verde? Germania, Austria e Lussemburgo hanno già detto no alla proposta di Bruxelles per riclassificare la fissione dell'atomo come tecnologia sostenibile nel sistema di riferimento dell'Unione per gli investimenti ecologici, manovra che sarebbe fondamentale per realizzare i piani europei per la decarbonizzazione. Appare evidente che il vero errore fu quello di aver dichiarato l'energia nucleare da bandire senza ascoltare chi sapeva fare i conti riguardo ai milioni gigawatt di potenza che occorreranno da qui all'ormai fantomatico traguardo del 2050 e alle differenze sostanziali tra le situazioni di Chernobyl e Fukushima con quelle europee. Bene fecero i francesi a non mettere a rischio le loro centrali quanto male fece l'Italia nel 1987 a votare di pancia la chiusura delle nostre, all'indomani della tragedia avvenuta nell'Urss. Neppure una serie televisiva uscita 25 anni dopo quegli eventi è riuscita a convincere i terrorizzati del nucleare sulle reali cause politiche e tecniche che la provocarono, ma la realtà è che il costo dell'energia elettrica oggi è raddoppiato anche per le assurde tasse europee per la “produzione di anidride carbonica” e che anche se a Roma si decidesse all'unanimità di ripartire con il nucleare, agli italiani servirebbero almeno 15 anni per apprezzare i risultati sulle bollette.

I tedeschi però, a differenza nostra, non rifiutano il nucleare per paura bensì perché hanno già programmato come utilizzare i fondi europei, come ha apertamente dichiarato il ministro dell'economia Robert Habeck, membro del partito dei Verdi: “Difficilmente questo cambiamento di rotta troverà accettazione sul mercato finanziario”. La proposta di Bruxelles infatti avrebbe come primo risultato lo spostamento di miliardi di euro di investimenti necessari per la decarbonizzazione europea dai progetti attualmente presentati ad altri che ancora non sono definiti. Per la finanza sarebbe un terremoto poiché il cambio di rotta costituirebbe un tentativo da parte dell'Ue di fare chiarezza agli investitori privati che metterebbero i loro capitali in attività economiche definite o meno sostenibili, decidendo politicamente – ma ancora senza fare i conti con i gigawatt – che cosa sarebbe veramente verde e che cosa no, quindi finanziabile dal pubblico o meno.

Infine per i tedeschi dover cambiare strategia sarebbe traumatico, sconfessando la strategia che li ha portati a spegnere tre centrali nucleari meno di una settimana fa, con le restanti tre attive del paese che dovrebbero essere dismesse entro un anno come parte dell'impegno a eliminare gradualmente tutta l'energia nucleare dopo il disastro di Fukushima del 2011 in Giappone, una decisione non certo presa di pancia ma anche in cambio di tanti fondi europei.

Il ministro austriaco per il clima e l'energia Leonore Gewessler ha addirittura dichiarato che in caso di inserimento del nucleare nelle energie verdi, Vienna valuterebbe la possibilità di citare in giudizio la Commissione europea, mentre Claude Turmes, ministro dell'Energia del Lussemburgo, ha definito l'inclusione del nucleare una provocazione. Al contrario Parigi festeggerebbe l'azione e infatti i delegati europei di Macron si sono affrettati a chiedere regole chiare che non penalizzino l'attuale tecnologia nucleare francese, che negli ultimi vent'anni è arrivata a produrre quasi il 75% dell'energia elettrica nazionale, la più grande quota a livello globale, con le sue emissioni di CO2 nel settore dell'elettricità che sono il 15% della media europea. Un reale contributo nell'affrontare il cambiamento climatico.

L'inclusione del gas naturale nelle fonti green invece significherebbe un cambio di strategia che vedrebbe crescere l'importanza delle posizioni strategiche di alcune nazioni, poiché i gasdotti arrivano da sud e da est, quindi in prima battuta del peso politico dell'Italia, ma anche della Germania, che oggi rappresenta il “tappo” sulla produzione russa. L'inclusione del gas nella lista verde è sostenuta anche dal ministro delle finanze tedesco Christian Lindner, liberale, che ha dichiarato come il gas naturale potrebbe essere dichiarato fonte verde se utilizzato in centrali termoelettriche di nuova generazione, con emissioni inferiori a 270 grammi di CO2 per kilowattora, e se sostituiscono il carbone. Lindner ha precisato alla stampa: “La Germania ha realisticamente bisogno di moderne centrali elettriche a gas come tecnologia di transizione, perché stiamo rinunciando al carbone e all'energia nucleare”.

A Bruxelles la consultazione tra politici ed esperti indipendenti (!) durerà fino al 12 gennaio e la buona notizia è che i governi dell'Ue antinucleari non hanno potere di veto sulla decisione, che potrebbe ottenere il sostegno della maggioranza nel Consiglio dell'UE. L'errore di non considerare tutte le fonti possibili come utili alla transizione energetica non è quindi ancora del tutto evitato. Il Green-deal, monumento dietro il quale questo governo europeo si fa forte, si sta trasformando da sogno a incubo, sgretolandosi come i vari accordi di Parigi e di Glasgow.

Il nucleare pulito e la questione delle scorie tra confusione, realtà e possibilità di riciclarle

Le centrali nucleari producono poche emissioni di gas serra durante il loro funzionamento, circa 68-75 grammi di CO2 per chilowattora contro 180-200 grammi emessi da quelle a gas di nuova generazione. Un minimo rispetto a quelle a carbone, 600-880 gr/KWh. Centrare gli obiettivi di decarbonizzazione senza il nucleare sarebbe quindi molto difficile e non lo dice la politica, bensì la fisica. La richiesta di energia elettrica sta aumentando e volenti o nolenti l'energia nucleare è affidabile, la corrente così prodotta può essere distribuita su larga scala con un costo contenuto e può sostituire gli impianti a combustibili fossili. E' stato calcolato che l'uso dell'energia nucleare oggi evita emissioni di anidride carbonica circa pari al 30% di quella prodotta da tutte le automobili del mondo.

Il problema delle scorie è reale ma non deve essere tabù. Intanto per scorie nucleari si intende tutto ciò che si trova nel reattore o nelle sue immediate vicinanze, e di conseguenza viene esposto continuamente a radiazioni. Non soltanto quindi le barre di combustibile nucleare esauste, ma anche i contenitori, i rivestimenti delle pareti dei reattori stessi, le componenti di movimentazione, eccetera. Ecco perché lo smantellamento delle centrali è lungo e costoso. Normalmente queste scorie si suddividono in quelle ad alta attività e con lungo periodo di decadimento, fino a 100.000 anni, che tuttavia sono poche e di origine spesso militare, per le quali risulta esistere soltanto un sito al mondo dichiarato ottimale per stoccarle, situato nel Nuovo Messico (Usa). Ci sono poi scorie di media e bassa attività, ovvero che decadono in qualche centinaio di anni. Non provengono soltanto dalle centrali a fissione, ma soprattutto da rifiuti della medicina nucleare, quindi dagli ospedali.

La quantità maggiore di scorie sono definite di bassa attività e sono quelle scartate dalle centrali, che in Europa sono spesso stoccate nei pressi degli impianti stessi o in strutture di superficie definite “temporanee”, nel senso che sono progettate per poter essere anche smantellate trasferendo le scorie altrove. La scelta di seppellirle nel sottosuolo sarebbe infatti irreversibile, inoltre l'era nucleare è relativamente giovane e non è ancora noto come queste situazioni possano evolvere nel lunghissimo periodo. In Europa i centri più importanti sono quelli di Sellafield (Regno Unito), Oskarshamn (Svezia), Olkiluoto (Finlandia), l'Aube (Francia) e Le Hague (la cui capacità è esaurita, sempre in Francia). Oltralpe le scorie nucleari sono oggi trattate per produrre nuovo combustibile da riutilizzare nei reattori riducendo molto la quantità di nuovo materiale radioattivo. Potremmo fare lo stesso? No, poiché l'Italia, non avendo più centrali attive, è esclusa dal programma europeo per la determinazione e realizzazione di nuovi depositi.

In realtà sul nostro territorio abbiamo una quantità limitata di scorie, stimata in poco meno di 32.000 metri cubi in tutto che l’Ispettorato sulla sicurezza nucleare sorveglia nei 45 depositi e stoccaggi nazionali distribuiti in varie regioni dal Lazio (che conserva la maggiore quantità), fino al Piemonte (dove ci sono quelli più radioattivi provenienti dalla ex centrale di Trino Vercellese), Lombardia (perlopiù di provenienza medicale) e Sicilia. I materiali della ex centrale di Caorso (Pc), 5.600 bidoni contenenti fanghi e resine, risultano invece essere stati inviati a Bohunice, Slovacchia, per il trattamento nel gennaio 2020. L'operazione dovrebbe concludersi alla fine di quest'anno, con il rientro dei materiali in Italia ridotti da 1.290 metri cubi a 130. Come sempre c'è chi specializzandosi è riuscito a trasformare un problema in guadagno.

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