Home » Attualità » Cronaca » Epstein Files, il lato oscuro di TikTok: celebrità, liste e teorie senza prove

Epstein Files, il lato oscuro di TikTok: celebrità, liste e teorie senza prove

Epstein Files, il lato oscuro di TikTok: celebrità, liste e teorie senza prove

Dalla desecretazione degli Epstein Files al rabbit hole di TikTok: cosa contengono davvero i documenti ufficiali e come le teorie su celebrità come Michael Jackson, Selena Gomez e Britney Spears diventano virali alimentando la disinformazione

C’è una distanza sottile ma decisiva tra un archivio giudiziario e un feed algoritmico, e negli ultimi mesi quella distanza si è quasi annullata. Gli Epstein Files, cioè l’insieme di atti processuali, deposizioni, registri di volo, rubriche telefoniche e materiali investigativi legati al caso di Jeffrey Epstein e alla rete costruita con Ghislaine Maxwell, sono tornati al centro del dibattito pubblico dopo nuove desecretazioni tra il 2024 e l’inizio del 2026. Ma nel momento stesso in cui questi documenti sono diventati accessibili, hanno iniziato a vivere una seconda vita dentro l’ecosistema di TikTok, dove la complessità giuridica viene compressa in una narrazione emotiva e totalizzante.

Il problema non è l’accesso ai documenti, che in sé rappresenta un principio di trasparenza democratica. Il problema è il passaggio dal documento al racconto, dalla deposizione allo screenshot, dalla nota a margine alla prova presunta. Nel linguaggio giuridico, la presenza di un nome non equivale a un’accusa né a una responsabilità penale; nel linguaggio dell’algoritmo, invece, il nome evidenziato diventa indizio, e l’indizio si trasforma rapidamente in trama.

Cosa contengono gli Epstein Files

I file non sono una lista ufficiale di “clienti” né un elenco ordinato di colpevoli. Sono un insieme eterogeneo di materiali: testimonianze, appunti, email, registri logistici, contatti accumulati negli anni. Il cosiddetto black book includeva migliaia di numeri e indirizzi appartenenti a persone di ogni tipo, dal mondo finanziario a quello politico, fino a professionisti e conoscenti occasionali. I registri di volo del jet privato indicano chi sia salito a bordo in determinate date, ma non spiegano necessariamente il contesto o la natura della presenza.

Nel mondo processuale, ogni elemento deve essere letto all’interno di una cornice precisa; nel mondo virale, invece, viene isolato e presentato come rivelazione. È in questa frattura che si inserisce il rabbit hole.

Michael Jackson e la riscrittura di Neverland

Il nome di Michael Jackson compare nei documenti in relazione a una visita avvenuta nel 2003 presso una proprietà collegata a Epstein, descritta come occasionale. Da questo dato è nata su TikTok una narrazione radicalmente diversa: quella di Jackson come figura consapevole di una rete globale di traffico di minori, che avrebbe creato Neverland come santuario segreto per proteggere bambini dall’élite.

Nei file ufficiali non esiste alcun elemento che supporti questa teoria. Eppure la dicotomia funziona perché ribalta una figura controversa in eroe tragico, offrendo una spiegazione epica a una biografia complessa. Il documento reale diventa solo il punto di partenza per una mitologia che risponde più a un bisogno emotivo che a dati verificabili.

Madeleine McCann e la sovrapposizione dei misteri

Il nome di Madeleine McCann non compare nei file legati a Epstein, e non esiste alcun collegamento ufficiale tra la sua scomparsa e la rete del finanziere. Tuttavia, ciclicamente, su TikTok riemerge una teoria che collega gli identikit diffusi negli anni alle figure dell’élite internazionale, suggerendo una convergenza tra due casi che hanno profondamente segnato l’opinione pubblica.

La forza di questa narrazione risiede nella fusione emotiva: due tragedie vengono sovrapposte in un’unica storia coerente, come se appartenessero allo stesso sistema. L’assenza di prove non impedisce la diffusione della teoria, perché il collegamento si basa su suggestioni visive e su un desiderio di spiegazione totale.

Aaron Carter, Avicii e la figura del “martire silenziato”

La morte di Aaron Carter nel 2022, ufficialmente classificata come annegamento accidentale in presenza di sostanze, è stata riletta nel rabbit hole come eliminazione mirata di un presunto testimone scomodo. Carter non compare nei file di Epstein e non esistono dichiarazioni ufficiali che lo colleghino a quel caso, ma la narrativa del whistleblower funziona perché trasforma una fragilità personale in sacrificio eroico.

Lo stesso schema è stato applicato alla morte di Avicii, il cui videoclip “For a Better Day”, incentrato sul tema del traffico di minori, è stato interpretato come denuncia diretta di una rete globale e come possibile causa della sua fine. Anche qui, non esistono collegamenti documentati con Epstein. L’arte che affronta un tema sociale viene riletta come confessione cifrata.

Selena Gomez e la fabbrica dei documenti falsi

Un meccanismo simile si è visto con Selena Gomez, il cui nome non compare nei registri di volo né nelle deposizioni, ma che è stata inserita digitalmente in presunti flight logs circolati online come se fossero autentici. Screenshot manipolati, grafica che imita i documenti ufficiali, inviti a “fare le proprie ricerche”: in poche ore, una falsificazione diventa argomento globale.

Da lì si passa a un livello ancora più estremo, quello della teoria della sostituzione o della morte insabbiata, dove cambiamenti fisici legati al lupus e alle terapie vengono reinterpretati come indizi di un segreto più grande. Il trauma personale diventa materiale narrativo, e la vulnerabilità si trasforma in presunta prova.

Britney Spears e il dirottamento di una battaglia reale

Anche la storia di Britney Spears è stata inglobata nel rabbit hole. La lunga tutela legale che ha regolato la sua vita per oltre tredici anni è stata reinterpretata da alcuni creator come parte di una strategia dell’élite per impedirle di parlare di traffici collegati a Epstein. Nei documenti ufficiali non esiste alcun riscontro di questo collegamento, ma la sovrapposizione emotiva funziona: se il sistema l’ha controllata, allora forse temeva ciò che sapeva.

La complessità giuridica viene ridotta a trama lineare, e la realtà perde le sue sfumature.

Le “liste”, i politici e l’effetto equivalenza

Uno degli elementi più ricorrenti nel rabbit hole è la confusione tra rubriche telefoniche, registri di volo e presunte “liste di clienti”. In questa zona grigia vengono inseriti nomi come Bill Clinton o Donald Trump, citati in documenti o testimonianze ma non accusati formalmente nei file rilasciati finora. La distinzione tra menzionato, presente, indagato e condannato tende a dissolversi, producendo un effetto di equivalenza che non riflette la realtà giuridica.

Diverso è il caso di Prince Andrew, coinvolto in accuse specifiche e in una vicenda pubblica consolidata. Eppure, nel flusso virale, anche questa differenza viene livellata, e ogni nome finisce nello stesso contenitore simbolico.

Oprah, Ellen e il mito degli arresti segreti

Oprah Winfrey e Ellen DeGeneres sono state ciclicamente associate a presunti arresti segreti o a perquisizioni mai avvenute. Fotografie ingrandite per individuare fantomatiche cavigliere elettroniche, notizie di blitz dell’FBI prive di fondamento: nessun riscontro nei file, ma una narrazione che si alimenta da sola.

P. Diddy e la fusione tra casi distinti

Il caso di Sean Combs, noto come P. Diddy, si intreccia con accuse reali che lo riguardano, ma nei documenti ufficiali rilasciati non esiste un collegamento diretto tra le sue vicende giudiziarie e quelle di Epstein. Eppure, su TikTok, i due universi vengono fusi in un’unica trama, creando la figura di un super-villain globale che unisce finanza, politica e industria musicale.

L’adrenocromo e la simbologia del potere assoluto

Nel punto più profondo del rabbit hole compare spesso il termine “adrenocromo”, descritto nella narrativa complottista come sostanza estratta dal sangue di bambini per garantire giovinezza eterna all’élite. In realtà, l’adrenocromo è un composto chimico derivato dall’ossidazione dell’adrenalina, studiato in ambito medico senza proprietà miracolose. La sua funzione nel discorso virale è simbolica: rappresenta l’idea di un potere che si nutre letteralmente dell’innocenza.

Non esiste nei file di Epstein alcun elemento che sostenga questa teoria, ma la sua forza narrativa è tale da fungere da collante tra casi diversi, trasformando l’indignazione in mitologia.

Il bisogno di una trama

Il rabbit hole degli Epstein Files prospera perché offre coerenza dove esiste frammentazione, perché trasforma un archivio complesso in una storia lineare, perché promette una verità totale in un mondo percepito come opaco. La figura del criminale accertato diventa simbolo di un potere onnipresente, e ogni fragilità pubblica viene reinterpretata alla luce di quella simbologia.

Distinguere tra documento e mito non significa minimizzare la gravità dei fatti accertati né proteggere alcun potere; significa preservare la differenza tra prova e racconto, tra responsabilità giuridica e costruzione narrativa in un ecosistema in cui l’algoritmo premia, a discapito dell’informazione, la versione più inquietante e la trama più totalizzante della storia. Giusta o sbagliata che sia.


© Riproduzione Riservata