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La democrazia Usa è davvero al capolinea?

La democrazia Usa è davvero al capolinea?

Un assunto domina il dibattito pubblico: Trump governa da dittatore. Panorama ha analizzato diversi snodi recenti della politica americana, dalle ultime elezioni locali, alle decisioni della corte suprema, fino all’immigrazione. E la verità è che the Donald è il boss, ma non ha le mani libere

«Trump porta in America il dispotismo in stile cinese», ha dichiarato, il mese scorso, il Center for american progress: think tank liberal guidato dall’ex senior advisor di Joe Biden, Neera Tanden. Sempre a gennaio, il governatore dem della California, Gavin Newsom, ha accusato la Casa Bianca di «tendenze autoritarie». Era invece aprile del 2025 quando l’ex vicepresidente democratico statunitense, Al Gore, paragonò la seconda amministrazione Trump alla Germania nazista. In quegli stessi giorni, Kamala Harris accusò l’attuale presidente americano di aver creato «un grande senso di paura». Del resto, anche alle nostre latitudini i paragoni con nazismo e fascismo di sprecano. Basti pensare che Mario Monti sul Corriere della sera ha recentemente tacciato l’inquilino della Casa Bianca di «autoritarismo», esortando il premier Giorgia Meloni a prendere le distanze da lui. Insomma, davanti a questo profluvio di accuse, è bene porsi una domanda: ma negli Stati Uniti è davvero all’opera una dittatura?

Certo, l’inquilino della Casa Bianca non è esente da atteggiamenti censurabili. Ed è anche vero che ha più volte cercato di mettere sotto pressione varie istituzioni: pensiamo soltanto ai continui bracci di ferro con la Fed sui tassi d’interesse. Così come è sotto gli occhi di tutti la gestione poco accorta della lotta ai clandestini nelle ultime settimane, con la condotta dell’agenzia federale Ice che ha lasciato due morti ammazzati sulla strada. Tuttavia, la narrazione del “Trump fascista” rischia, nel suo semplicismo manicheo, di tacere molte realtà fattuali. È quindi necessario entrare nel dettaglio per analizzare i fronti d’azione più controversi dell’attuale presidente americano. Forse, alla fine, ci sarà restituito un quadro più complesso del macchiettismo a cui ci ha ormai abituato una certa narrazione politico-mediatica.

Cominciamo dalla questione del Minnesota. Da più parti, l’Immigration and customs enforcement è stata bollata come una sorta di milizia privata che, al soldo del presidente americano, avrebbe avuto come obiettivo quello di stroncare il dissenso e di instaurare un regime di paura a Minneapolis. Eppure, a ben vedere, le cose non stanno esattamente così. Innanzitutto, definire l’Ice una milizia privata è tecnicamente una sciocchezza. L’agenzia federale preposta al contrasto dell’immigrazione clandestina fu infatti creata nel 2003 ai sensi dell’Homeland security act: una legge, varata dal Congresso l’anno precedente, per riorganizzare il governo federale a seguito degli attentati dell’11 settembre.

In secondo luogo, è vero che, nel 2025, i fondi per l’Ice sono stati aumentati notevolmente su input della Casa Bianca e dei parlamentari repubblicani (lo stanziamento totale, grazie al Big beautiful bill, ha superato gli 80 miliardi di dollari). Tuttavia, se andiamo a vedere la questione in prospettiva storica, scopriremo che durante l’amministrazione Biden le risorse per l’agenzia crebbero rispetto ai tempi della prima amministrazione Trump. Dal 2022 al 2024, i finanziamenti per l’agenzia superarono i 9 miliardi: una soglia, questa, che la prima amministrazione del tycoon non aveva neanche toccato (fermandosi a un massimo di 8,4 miliardi nel 2020).

Ma veniamo al caso specifico di Minneapolis. Le morti di Renée Good e Alex Pretti hanno comprensibilmente scioccato l’opinione pubblica. Sotto questo aspetto, è sacrosanto sottolineare che, qualora dovessero essere provati degli abusi, gli agenti coinvolti nelle sparatorie dovrebbero pagare (e sicuramente pagheranno) per le loro azioni. Dall’altra parte, va però anche evidenziato che il caos scoppiato nelle strade durante le scorse settimane è stato in buona sostanza dovuto al sindaco democratico, Jacob Frey, che ha reso la più popolosa città dello Stato un cosiddetto “santuario”, ovvero un’amministrazione comunale che si rifiuta esplicitamente di collaborare con le autorità federali in materia di contrasto all’immigrazione clandestina. Già a inizio dicembre, Frey aveva infatti firmato un’ordinanza che ostacolava la cooperazione tra la polizia locale e l’Ice.

Adesso qualcuno si lamenta anche del fatto che Trump abbia inviato in Minnesota – in sostituzione del pittoresco e controverso italoamericano Greg Bovino – il nuovo responsabile delle frontiere statunitensi, Tom Homan il quale è stato accusato dalla stampa liberal di essere uno che «metteva in gabbia i bambini». Anche in questo caso, si tratta di una narrazione faziosa. Innanzitutto, Homan è stato mandato proprio per interrompere l’approccio aggressivo e controproducente portato avanti dal segretario alla Sicurezza interna, Kristi Noem: il diretto interessato ha infatti confermato che, a Minneapolis, attuerà delle operazioni «mirate», dando la priorità all’arresto di clandestini con precedenti penali gravi. In secondo luogo, Homan aveva la delega alle espulsioni già ai tempi di Barack Obama. E proprio Obama fu particolarmente soddisfatto del suo record di allontanamenti, tanto che, nel 2015, lo insignì del Presidential rank award.

Però non c’è solo il Minnesota. Un altro fronte rispetto a cui il mondo progressista grida alla dittatura trumpiana riguarda la Corte Suprema. Una certa vulgata sostiene infatti che l’organo giudiziario sarebbe in mano alla destra, visto che, dal 2020, sei giudici su nove sono di nomina repubblicana (e tre, in particolare, sono stati designati da Trump durante il primo mandato).

Ma la maggioranza dei togati è davvero prona ai desiderata del presidente? Non esattamente. A dicembre, la Corte ha bloccato il tentativo di The Donald di dispiegare la Guardia nazionale in Illinois. Inoltre, nel 2022, il sommo organo giudiziario statunitense si schierò con l’amministrazione Biden, quando quest’ultima voleva abrogare la Remain in Mexico policy: una politica migratoria restrittiva, che era stata introdotta dalla prima amministrazione Trump. In particolare, quella sentenza favorevole ai dem fu appoggiata anche da uno dei togati designati dallo stesso presidente in carica, Brett Kavanaugh. Andrebbe infine ricordato che, quando nel 2022 i giudici cassarono la “Roe vs Wade” (stabilendo che il diritto all’aborto non è protetto dalla Costituzione), il Partito democratico arrivò a delegittimare l’istituzione in quanto tale. Biden, all’epoca presidente, parlò di «ideologia estremista», mentre l’allora Speaker della Camera, Nancy Pelosi, urlò al «radicalismo». Tutto questo, in barba al principio della separazione dei poteri. Certo, il mondo liberal accusa Trump di voler ingigantire la propria influenza, facendo leva sulla «teoria dell’esecutivo unitario». Peccato però che quella stessa teoria sia sempre stata supportata dal vicepresidente di Bush jr, Dick Cheney, che, nel 2024, si schierò con Kamala Harris.

Spostiamoci su un altro fronte. Da mesi, i parlamentari dem accusano Trump di aver violato il War powers act a causa dei vari bombardamenti che il Pentagono ha condotto dallo scorso settembre in area caraibica contro delle imbarcazioni accusate di svolgere attività di narcotraffico. Ora, quella legge impedisce, in caso di ostilità, di dislocare le forze americane per più di 60 giorni senza l’autorizzazione del Congresso: un via libera che, effettivamente, la Casa Bianca non ha mai chiesto. Del resto, la posizione del presidente è che le operazioni militari in quel quadrante non sarebbero da considerarsi delle «ostilità» in senso stretto: mancando quindi uno stato di guerra vero e proprio – è la tesi del suo staff –  il beneplacito del Congresso non sarebbe necessario. I critici ritengono questa argomentazione inaccettabile, nonché espressione di una presidenza imperiale. Tuttavia, andrebbe ricordato che è sostanzialmente la medesima con cui Obama giustificò l’intervento militare americano in Libia nel 2011: bombardamenti e raid avvenuti senza l’ok del Parlamento. Così come il via al Congresso non fu chiesto né ottenuto dall’amministrazione Biden, quando attaccò gli Huthi nel corso del 2024.

Un ulteriore ambito rispetto a cui Trump è accusato di autoritarismo riguarda poi il dipartimento di Giustizia: dicastero che, secondo i critici, il presidente starebbe usando per vendicarsi dei suoi avversari. Ora, che il Doj abbia incriminato o messo sotto indagine alcune figure sgradite all’attuale presidente, è senz’altro vero. Al contempo, però, andrebbe anche rammentato che il Dipartimento nell’era Biden mise nel mirino gruppi politico-elettorali non allineati al Partito democratico: dagli attivisti pro-life ai cattolici tradizionalisti, passando per i genitori che protestavano contro l’indottrinamento liberal nelle scuole.

Senza poi trascurare che il 18 novembre 2022, appena tre giorni dopo la ricandidatura di Trump alla presidenza, l’allora procuratore generale degli Usa, Merrick Garland, nominò un procuratore speciale, Jack Smith, che avrebbe poco dopo incriminato lo stesso Trump: vale a dire colui che, all’epoca, era il principale sfidante elettorale dell’allora presidente in carica. Infine, sempre restando in tema, va ricordato che il dicastero guidato ora da Pam Bondi ha pubblicato i fascicoli di Jeffrey Epstein (per un totale di circa sei milioni di pagine). È vero: inizialmente il presidente non era d’accordo. Ma alla fine, viste anche le pressioni della base Maga, ha acconsentito al rilascio dei documenti i quali, nell’ultima tranche divulgata, contengono anche segnalazioni, al momento ritenute false o infondate, fatte in passato all’Fbi contro lo stesso tycoon.

Eppure, nelle dittature solitamente non c’è tutta questa trasparenza, così come non ci sono libere elezioni. E invece, nel novembre 2025, a conquistare la poltrona di sindaco di New York è stato Zohran Mamdani: esponente dell’ala sinistra del Partito democratico, contro cui il magnate newyorchese si era espresso dando il proprio endorsement al suo rivale, Andrew Cuomo. Sempre a novembre, le elezioni governatoriali in Virginia sono state vinte dalla dem Abigail Spanberger, che ha letteralmente distrutto l’avversaria repubblicana Winsome Earle-Sears, ottenendo un vantaggio di oltre 15 punti percentuali. E, pochi giorni fa, in Texas i democratici hanno inflitto una doppia, sonora, sconfitta ai repubblicani, battendo i candidati trumpiani alle elezioni suppletive. «L’autoritarismo in America? È una fake news. Sono contenta di confermare che le nostre elezioni restano libere e competitive, che i nostri tribunali continuano a emettere sentenze che vengono rispettate e che le nostre libertà sono più forti che mai», dice a Panorama Mary Kissel, che fu senior advisor di Mike Pompeo durante la prima amministrazione Trump.

Nelle autocrazie, inoltre, non ci sono i contrappesi. Eppure, i giudici federali hanno spesso messo dei ferrei paletti all’agenda politica di Trump. Basti pensare che, ad agosto, un tribunale d’appello ha invalidato i dazi che l’inquilino della Casa Bianca ha imposto ai sensi dell’International emergency economic powers act. Si tratta di una questione su cui dovrà pronunciarsi a breve la Corte suprema: una sentenza che il presidente teme, tanto da aver ammesso, tra il serio e il faceto, di dover «baciare il culo» al giudice capo, John Roberts. Senza poi trascurare che, al Congresso, i repubblicani non sempre si schierano con il presidente: si pensi solo al senatore Rand Paul, ai ferri corti con il tycoon su vari dossier (dai dazi all’intervento in Venezuela).

C’è infine chi dice che The Donald, con la sua retorica, alimenterebbe la violenza. Per carità, alcune affermazioni infuocate talvolta se le potrebbe risparmiare, è vero. Ma non è che nel mondo progressista i discorsi d’odio manchino. E gli effetti, tragicamente concreti, si sono visti: dall’attentato di Butler all’assassinio di Charlie Kirk. Proprio su Kirk era scoppiato un caso di censura contro uno dei principali comici del Paese, Jimmy Kimmel: sospeso dalla rete Abc dopo una sua uscita sull’intellettuale ucciso che aveva fatto infuriare Trump. Ebbene, dopo pochi giorni il conduttore è tornato al suo posto, continuando a infilzare con le sue battute The Donald e famiglia.

Lo ripetiamo: nessuno nega che svariati comportamenti siano controversi e che, in alcuni casi, il diretto interessato abbia un rapporto problematico con le istituzioni. Il punto però è più complesso. Che negli Usa il modello liberale classico sia entrato in crisi, non è una novità. Si tratta di un processo che non nasce oggi e che si accompagna alla progressiva polarizzazione in cui è piombata la società politica americana nel corso degli ultimi vent’anni. Il che ha suscitato due tipi di risposte. È senz’altro vero che alcuni intellettuali di area conservatrice (non distanti dall’attuale amministrazione americana) hanno elaborato delle proposte post-liberali, rifacendosi a dei filosofi politici critici dell’Illuminismo.

Tuttavia, dall’altra parte, il modello liberale classico è stato picconato anche (se non soprattutto) da un progressismo che, specialmente negli ultimi anni, si è fatto sempre più estremista, sfociando nel wokismo: un neo-puritanesimo iconoclasta e illiberale, specializzato in atteggiamenti maccartisti verso chi dissente e che non si fa scrupolo di aggirare leggi e istituzioni, pur di portare avanti la propria agenda ideologica.

Continuare a bollare Trump come “fascista”, oltreché infondato, è quindi anche una comoda demonizzazione per evitare di affrontare le vere radici della difficoltà in cui versa il liberalismo classico americano: un declino che non è stato il tycoon prestato alla politica ad avviare e di cui l’attuale presidente non figura, alla fin fine, neanche tra i principali protagonisti. I veri nemici dell’ordine liberale classico negli Usa sono semmai i progressisti radicali e le vecchie élites, che tentano oligarchicamente di arroccarsi per sfuggire al loro inesorabile declino. Il fatto che entrambi questi mondi vedano nell’attuale inquilino della Casa Bianca il proprio avversario, certifica allora che, al netto di tutti i suoi comportamenti discutibili, non è probabilmente lui il problema principale, oggi, della democrazia liberale in America.

In qualche caso, il presidente è, anzi, più un argine – per quanto imperfetto – a chi sta cercando di demolirla definitivamente.

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