«Portaci delle rose, nuove cose/ e ti diremo ancora un altro Siii». Bugia canora, Fiorella Mannoia ha fatto sapere a un uditorio di magistrati commossi a Napoli che invece dirà No. Scriverà No anche sui muri il giorno del referendum sulla separazione delle carriere. E ha promesso a Nicola Gratteri, promotore della campagna vendita del prodotto «giustizia» neanche fosse olio di bergamotto, che «non mi tapperanno la bocca». Fuori una. Negli stessi giorni il fisico Giorgio Parisi ha sollevato lo sguardo dalle pagine dei manuali di cromodinamica quantistica per sentenziare che «sono in gioco la Costituzione e l’indipendenza della magistratura, voto No e torno a fare politica». Quella dei suoi amori giovanili, eskimo e revolución. Fuori due.
La cantante rossa (non solo per via della chioma) e il premio Nobel sono testimonial perfetti dei magistrati sulle barricate contro la riforma del ministro Carlo Nordio. Non tanto per la loro labile competenza riguardo alla materia giurisprudenziale, quanto per l’identificazione al millimetro del parterre ideologico che sostiene i pm: la sinistra movimentista in purezza. Lei è una comunista nostalgica, da sempre critica con i colleghi che «democristianeggiano». Lui è uno scienziato dogmatico, fosse vissuto negli anni Cinquanta sarebbe scappato a Mosca con le formule nella valigia di cartone. Attivista dei comitati per Romano Prodi, fondatore di Sel (Sinistra ecologia e libertà) con Nichi Vendola, storico collaboratore del Manifesto, è noto per avere firmato il diktat che nel 2008 impedì a papa Benedetto XVI di parlare agli studenti della Sapienza a Roma. Voleva vendicare Galileo 444 anni dopo. A proposito di indipendenza e libertà.
In vista del 22 e 23 marzo (ma pure sulla data pendono ricorsi) tira aria di mobilitazione generale e si sta organizzando il consueto circo guidato da Elly Schlein e Nicola Fratoianni. Alle kermesse del comitato «Giusto dire No», varato dal sindacato dei magistrati Anm e presieduto dal professor Giovanni Bachelet, non mancano mai Giovanni Floris e don Luigi Ciotti. Basta attendere qualche settimana e arriveranno sotto il tendone anche Roberto Saviano e Rula Jebreal. Tutti improvvisamente attorney general da serie tv americana. La autonominata società civile è al completo. In un crescendo rossiniano hanno aderito strutture monolitiche come la Cgil di Maurizio Landini (che ha varato un suo comitato), i prezzemoli nostalgici dell’Anpi, più una cataratta di associazioni col bollino rosso, destinate ad essere trasferite come i carriarmati di Mussolini da una manifestazione di piazza a un processo a Matteo Salvini, dalla beatificazione della Flotilla a un corteo Pro Pal.
Eccole: Arci, Acli, Auser, Libera, Libertà e Giustizia, Legambiente, Nuova Ecologia, Giuristi Democratici, Salviamo la Costituzione, Coordinamento per la Democrazia Costituzionale, Sbilanciamoci, Articolo 21, Centro per la Riforma dello Stato. Spicca Pax Christi, associazione cattolica guidata da don Renato Sacco, sacerdote militante che si fa fotografare rigorosamente senza tonaca. Non poteva mancare Medicina Democratica, alleatissima di Roberto Nosferatu Speranza durante la pandemia. Al cucuzzaro ideologico si aggiungono aggregazioni sociali come Costituzionalisti per il No e la rete degli artisti NoBavaglio (vale a dire Valeria Golino, Moni Ovadia, Vinicio Marchioni). Completano la crociata i Collettivi studenteschi – compresa la rete degli Studenti delle Medie, particolarmente sensibili all’abolizione del decreto Severino – e i centri sociali, sempre pronti a dare una mano alla causa a tutta spranga, in cambio di uno sconto di pena.
A questo punto i quesiti referendari diventano noiosi accessori: separazione delle carriere fra giudice e magistrato, sorteggio del Csm laico, equa valutazione del lavoro dei pm. Frega poco. Qui va in scena la lotta «fra il bene e il male», e il compagno ortodosso è chiamato a salire sulla navicella di Star Wars. Interessa così poco la riforma da abolire, che può essere stravolta negli slogan. L’opera di manipolazione cominciò in tv quando Gratteri disse che anche Giovanni Falcone era contro la separazione delle carriere: era il contrario, lo documentano scritti autografi e interviste televisive. La seconda furbata rischia di finire in tribunale: sui maxi poster 6×3 del comitato «Giusto dire No» è scritto a caratteri cubitali: «Con la legge Nordio i politici vogliono controllare le decisioni dei magistrati. Vota No». Balle spaziali. Come dire che in Procura a Garlasco ha funzionato tutto alla perfezione. Infatti il presidente del Comitato per il Sì, Domenico Caiazza, ha accusato: «È un manifesto truffaldino e vergognoso, inganna i cittadini».
Si continuano a ipotizzare denunce mentre viene alla luce un nuovo filone che dovrebbe far riflettere gli indignados per vocazione. Lo ha esplicitato Enrico Costa (Forza Italia): «Il comitato promosso dalla Anm, con sede presso l’Anm in Cassazione, finanziato dall’Anm, gode anche di finanziamenti privati che contribuiscono a pagare le iniziative. Come si comporterebbe un pm che si trovasse a indagare un sostenitore del comitato? Si asterrebbe?». Nell’esercito del No dalle reazioni pavloviane nessuno si scompone, fedeli alla linea come ai vecchi tempi.
È curioso notare come il fronte dello status quo difenda l’immobilismo non solo accusando a vanvera la legge d’essere liberticida (in realtà l’indipendenza è garantita da ben tre articoli della Costituzione, 101, 104, 107) ma preoccupandosi di aggiungere che «non migliora l’efficienza del sistema». Un sistema travolto dalle correnti, dall’inefficienza, dalle contiguità con i partiti di sinistra. Un sistema così ambiguo da avere cancellato la presunzione d’innocenza, mentre dalle statistiche ogni otto ore un cittadino viene ingiustamente privato della sua libertà. Pax Christi, Libera e NoBavaglio che ne pensano? Fra il 1991 e il 2021 ben 30 mila italiani sono stati vittime di errori giudiziari. Solo nel 2024 i casi di ingiusta detenzione sono costati allo Stato 27 milioni di euro. A fronte di tutto ciò il numero di azioni nei confronti dei magistrati è crollato: nel 2014 erano 184, nel 2023 solo 90, con 15 condanne da parte del Csm. Eppure nell’ultima assemblea dell’Anm le toghe più giovani avevano un solo cruccio: «la paura del disciplinare». Che in realtà sarebbe, secondo il codice «il rispetto delle regole nell’esercizio della professione».
Nella sua autobiografia La stanza numero 30 Ilda Boccassini scrive: «Il risultato di questa deriva è l’immagine di una magistratura in ginocchio, un’istituzione indebolita dai maneggi venuti alla luce, eppure impantanata in un’insensata autodifesa a oltranza. Benché costretta dai fatti ad ammettere lo strapotere delle correnti, la categoria continua con arroganza a non mollare i privilegi». Altro che pericolo per la democrazia. Ilda la rossa non lo è meno della Mannoia ma conosce i suoi polli.
Ed è molto difficile che si faccia gabbare.
