Kurt Hamrin, il Thierry Henry degli anni Cinquanta

Lo chiamavano Uccellino perché era così veloce e leggero quando giocava, che sembrava volasse sull’erba. Kurt Hamrin è nato a Stoccolma nel 1934, e ha iniziato a giocare a calcio con la maglia dell’AIK Solna, negli anni in cui la …Leggi tutto

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Lo chiamavano Uccellino perché era così veloce e leggero quando giocava, che sembrava volasse sull’erba. Kurt Hamrin è nato a Stoccolma nel 1934, e ha iniziato a giocare a calcio con la maglia dell’AIK Solna, negli anni in cui la Svezia sfornava campioni come oggi mobili componibili. Da Gunnar Gren a Nils Liedholm, da Gunnar Nordhal e i suoi fratelli Bertil e Knut a Erik Nilsson (quello del gran rifiuto al Milan), Hamrin ha un posto di spicco in questo pantheon del football scandinavo degli anni ’50 e ’60: una carriera vissuta interamente in Italia, con 190 reti segnate in Serie A.

Nell’immaginario collettivo del tifoso medio italiano, il nome di Hamrin è legato soprattutto alla Fiorentina, dove trascorre ben nove stagioni; quelli con un po’ più di memoria ricordano anche i suoi trascorsi milanisti, vissuti dai trentatré anni di età. Ma sfido chiunque a ricordare che il primo volo dell’Uccellino dalla Svezia per l’Italia è atterrato in quel di Torino. Piazza San Carlo per la precisione. Sì, lo so che non c’è l’aeroporto in quella piazza, ma la figura retorica serve per chiarire il fatto che chi ha portato Kurt Hamrin a giocare in Serie A è stata la Juventus, nel lontano 1956.

“La Juventus mi scelse – racconta Kurt – seguendomi attraverso la Fiat Svezia di Stoccolma. Era prassi abbastanza comune in quegli anni: anche Sivori arrivò in Italia grazie alle relazioni di Fiat Argentina.
In ogni sede internazionale la Fiat della famiglia Agnelli aveva una persona che si interessava di sport, incaricata di seguire i campionati nazionali per scovare nuovi talenti da portare in Italia. Uno di questi osservatori seguì le mie partite in Svezia e mandò relazioni al quartier generale della Juventus, in Piazza San Carlo a Torino”.

L’annata 1955-56 era stata disastrosa per i bianconeri che avevano ottenuto il loro peggior piazzamento dall’introduzione del girone unico: dodicesimi, a venti punti di distanza dalla Fiorentina campione d’Italia e solamente sette punti più in alto del Novara retrocesso in Serie B. Allenatore è Sandro Puppo, giramondo con esperienze alla guida della nazionale turca, del Besiktas di Istanbul (con cui vinse anche due campionati) e, da ultimo, del Barcellona.
La rosa è quindi da rinforzare: l’ordine del presidente Umberto Agnelli è perentorio, non vuole più vedere la sua Signora bianconera annaspare nelle zone basse della classifica. Per questo decise di aprire il portafogli e di portare a Torino un giovane talento svedese, da far sbocciare grazie ai consigli dell’esperto capitano Giampiero Boniperti.

“L’ultima partita che disputai prima del mio arrivo in Italia fu con la nazionale svedese, a Lisbona contro il Portogallo: vincemmo con un roboante 6-2 e io segnai un gol. Dopo la partita l’allenatore dei bianconeri, che era voluto venire a vedermi giocare di persona, venne a parlare con me e mi chiese se avrei voluto venire a giocare a Torino”. Il ricordo di Hamrin è nitido, nonostante siano passati quasi sessant’anni da quell’incontro.

“Era il mio sogno diventare un giocatore professionista – continua Kurt – sulle orme del mio connazionale Arne Selmosson, che aveva lasciato la Svezia per andare a giocare con l’Udinese”.
Il sogno di Kurt Hamrin inizia a realizzarsi: “Puppo mi disse che mi avrebbero chiamato nel giro di pochi giorni e che sarei dovuto andare negli uffici della Fiat a Stoccolma per firmare il contratto con la Juventus”.

E così avviene: l’Uccellino Hamrin, così chiamato per la sua leggerezza sul campo, all’età di ventidue anni diventa un giocatore della Juventus. Gli otto gol segnati nella sua prima esperienza italiana non bastano alla Vecchia Signora ad evitare un’altra pessima figura: esonero di Puppo e nono posto in classifica, con buona parte del campionato passato a lottare per non retrocedere. A fine stagione la dirigenza decide di compiere una rivoluzione, di intervenire pesantemente sul mercato per riportare la squadra ai livelli che le competono per blasone. Arrivano così a Torino il centravanti gallese John Charles e il fantasista argentino Omar Sivori: per le regole sul tesseramento dei giocatori stranieri non c’è più posto per Kurt Hamrin che paga anche i suoi molteplici infortuni: “Nell’anno alla Juventus ho subito quattro infortuni al quinto metatarso”.

Hamrin passa al Padova di Nereo Rocco e da lì inizia la sua marcia verso una carriera italiana ricca di trionfi, con la Fiorentina e con il Milan: uno scudetto vinto con i rossoneri e due Coppe Italia con i viola. A questi titoli vanno aggiunti i trofei conquistati in Europa: una Coppa dei Campioni, due Coppe delle Coppe e una Mitropa.

La dirigenza juventina dell’epoca fu tanto lungimirante nel portare in Italia questo giovane attaccante, rapido come un supersonico jet Saab, quanto frettolosa nel mandarlo a Padova dopo un’annata difficile a causa degli infortuni. Un talento splendente a 22 anni, da sgrezzare, che ha trovato la sua fortuna lontano da Torino; un po’ come accadde con un altro ventiduenne arrivato in bianconero, rimasto solo una stagione e bollato come non pronto per il calcio italiano a certi livelli. Un ventiduenne passato all’Arsenal e poi al Barcellona, capace di vincere due campionati inglesi e due spagnoli, quattro coppe nazionali, una Champions League, una Supercoppa Uefa e un Mondiale per club. Giusto per elencare alcuni degli innumerevoli trofei conquistati da un altro giovanotto di belle speranze che ha vestito fugacemente la maglia bianconera e che si chiama Thierry Henry.

Del resto si sa, come insegnava Vico, la storia si ripete: dovrebbe esserci di aiuto per non commettere gli stessi errori del passato; ma nel calcio, spesso, la ripetizione è negli errori stessi.

Si ringrazia per il contributo Emanuele Giulianelli:  twitter @EmaGiulianelli – http://labottegadelcalciofilo.com/

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