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Dellacasa, "Si chiama calcio ma passa dalle nostre mani"

Da tre generazioni i Dellacasa sono i massaggiatori dell'Inter. Si tramandano terapie miracolose e retroscena del calcio che ha fatto la storia

Era il 1945 quando, arrivato da Sanremo, Bartolomeo Dellacasa entrò nello staff dell'Inter come massaggiatore.

Il calcio provava a ripartire dopo i due anni di stop per la guerra. Un passato da pugile dilettante e da croupier al casinò nella città della Riviera, venne ingaggiato dai nerazzurri dopo un incontro casuale con un dirigente della società a Stresa, sul Lago Maggiore. Certo el Tumela non poteva immaginare che quel legame sarebbe proseguito - attraverso i suoi discendenti - per oltre settant'anni, un caso unico nel calcio mondiale.

Dopo di lui, nato nel 1908 (lo stesso anno della fondazione dell'Inter), è arrivato il figlio Giancarlo e dopo ancora, i nipoti Massimo e Marco.

E non è finita. "Sì, probabilmente ci sarà una quarta generazione Dellacasa", preannuncia sorridendo Marco, 51 anni, attuale responsabile del team di massaggiatori-fisioterapisti, tra cui anche il fratello maggiore Massimo, 54 anni.

Tutti i muscoli dei grandi campioni interisti che vi possono venire in mente sono passati sotto le mani di un Dellacasa: dal Peppin (Giuseppe Meazza) al Baffo (Sandro Mazzola), da Bonimba (Roberto Boninsegna) al Cipe (Giacinto Facchetti), da Spillo (Alessandro Altobelli) all'Uomo ragno (Walter Zenga), dal Panzer (Lothar Matthaeus) a Bobone (Christian Vieri), dal Tractor (Javier Zanetti) da Ibracadabra (Zlaten Ibrahimovic´) al Fenomeno (Ronaldo) fino al Cañito (Mauro Icardi).

"Non è poi cambiato molto il mestiere dai tempi pionieristici di mio nonno" continua Marco "sono diversi i tempi di lavoro. Ora è tutto più veloce, ci si concentra molto sui recuperi con massaggi di scarico e terapie riabilitative. Oggi le squadre sono più numerose per giocatori e staff tecnico. Così si creano degli accoppiamenti. C'è il giocatore che preferisce il terapista dalla mano più pesante e chi quello più delicato. Sul mio lettino comunque arrivano sempre i più grossi". Un rapporto particolare i massaggiatori lo devono stabilire con l'allenatore di turno.

"Con Helenio Herrera, nel 1961, mio papà proprio non si intendeva" ricorda Giancarlo, 82 anni, portati con leggerezza. "E poi l'allenatore argentino, al suo arrivo, volle subito far piazza pulita dei precedenti collaboratori". Per il giovane Giancarlo, che muoveva i primi passi accanto al padre, l'apprendistato fu duro a causa della forte personalità del Mago e dei suoi giocatori.

Del resto, erano i prodromi della Grande Inter. Ricorda Giancarlo: "Durante una partita contro il Vicenza, l'Inter era sotto 1 a 0, Herrera mi spedì in campo per far invertire le marcature tra Burgnich e Guarneri. I giocatori però non mi diedero retta. Così, il Mago mi ordinò di dare ancora quella consegna. Una scena che si ripeté per almeno cinque volte, fino a quando il capitano Armando Picchi sbottò "Vai a quel paese, tu e chi ti manda qui". Il Mago si zittì. La squadra recuperò e vinse per 2 a 1. A fine partita Picchi, uno dei pochi che sapeva tener testa a Herrera, mi spiegò che le marcature giuste erano quelle iniziali".

Da parte sua Marco ricorda con piacere José Mourinho e il suo Triplete, "pur avendo anche lui un carattere forte. Arrivò durante una riunione tecnica tra noi massaggiatori e ci chiese informazioni su Walter Samuel e Iván Córdoba, due giocatori che stavano recuperando da seri infortuni al ginocchio. José mostrando il suo cellulare ci chiese: "Mi garantite che saranno pronti per l'inizio del campionato o devo chiamare Moratti per far comprare un nuovo difensore?".

Lo rassicurai e finita la riunione, alle dieci di sera, salii in camera dai ragazzi per far svolgere loro un nuovo allenamento. Non potevamo sbagliare sui tempi di recupero". Massimo non ha dimenticato le veloci apparizioni di due personaggi singolari come Corrado Orrico e Julio Velasco.

"La gabbia di Orrico ce l'abbiamo ancora qui alla Pinetina. Un'arena massacrante con barriere ai lati per tenere il pallone sempre in gioco. I ragazzi tornavano sui nostri lettini distrutti" L'ex ct della nazionale italiana di volley, il teorico degli "occhi della tigre", invece collaborò tra il 2000 e il 2001 con l'Inter di Lippi prima e di Tardelli poi, per riorganizzare il settore medico. "Un grande motivatore, impossibile dimenticare i suoi discorsi sui valori, sull'etica e sulla determinazione".

Giancarlo Dellacasa è anche un campione del mondo 1982. Oltre all'Inter, ha infatti lavorato con Enzo Bearzot al Mundial spagnolo dove il giocatore rivelazione fu il 17enne interista Beppe Bergomi, che non ha dimenticato chi lo aiutò a vincere il titolo. "Prima della finale con la Germania, ero molto teso e a tranquillizzarmi fu proprio Giancarlo, con un lungo massaggio e parole di incoraggiamento", ha ricordato. A Bergomi era stata affidata la marcatura di Karl Heinz Rummenigge, che due anni dopo sarebbe diventato suo compagno di squadra all'Inter. Ricorda Giancarlo: "Parlammo a lungo con Beppe e gli dissi che sarebbe stato il tedesco a doversi preoccupare".

Di tuttii giocatori avuti sul lettino proprio Kalle è quello che, per struttura fisica e potenza dei muscoli, più ha impressionato lo storico massaggiatore dell'Inter. "Per me, invece, il più sconvolgente è stato Ibrahimovic" obietta Massimo.

"Ma il più forte di tutti resta Ronaldo" chiosa Marco che non può dimenticare la terribile notte del 12 aprile 2000, finale di Coppa Italia Lazio-Inter. La notte che avrebbe dovuto celebrare il ritorno del Fenomeno e invece ne segnò la ricaduta dopo sei minuti dall'ingresso in campo. "Il giorno più brutto della mia carriera. Quando cadde a terra calò un silenzio glaciale sull'Olimpico e ci sentimmo tutti responsabili".

Il massaggiatore è sempre un po' il confidente della squadra, il professionista che mette a proprio agio il campione e ne raccoglie sfoghi e aspirazioni. "Certo ai miei tempi, c'era più familiarità" ricorda Giancarlo. "Nello staff tecnico c'era l'allenatore, il medico, l'accompagnatore e il sottoscritto. E poi passavamo più di duecento giorni all'anno insieme in ritiro".

Gianfelice Facchetti, figlio dell'indimenticato Giacinto, ricorda "l'odore di canfora delle mani di Giancarlo, quando andavo a trovare papà ed entravo negli spogliatoi". Per tutti il massaggiatore era anche colui che, di nascosto da Herrera, preparava panini di rinforzo per i giocatori affamati dalla rigida dieta del Mago. "Quando eravamo all'estero per qualche partita di Coppa, la mia stanza puzzava come una salumeria. Herrera, verso la fine del suo periodo interista, mi confidò che lui sapeva tutto, ma si fidava di me".

Nicola Berti, talento dell'Inter dei record di Trapattoni,è sempre stato uno poco incline al rispetto delle regole. E dice: "Quando tornavo da qualche bravata notturna, la mattina dopo c'era Giancarlo che mi bisbigliava tutto quello che avevo combinato. Era sempre paterno e bonario".

Massimo un rapporto confidenziale lo ha stretto con Marco Materazzi e ha condiviso anche alcune vacanze, di svago e di lavoro.

"Mi ha fatto sudare pure a Natale, doveva recuperare da un infortunio. Però lavorare alle Maldive non fu poi un grosso sacrificio". E quando Massimo, due anni fa, stette lontano dal campo per problemi di cuore, il colombiano Fredy Guarin, dopo aver segnato il gol decisivo nel derby, mostrò in diretta tv una maglietta per lui.

"Per poco non mi veniva un secondo infarto". A Giancarlo un'offerta vera di lasciare l'Inter arrivò nel 1970. Dalla Juventus. "Picchi era diventato allenatore bianconero e mi propose di andare a Torino. Lo ringraziai, ma non potevo accettare.

Cosa avrebbe pensato El Tumela di un figlio bianconero?".

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