“Nel corso dell’ultimo decennio la sopravvivenza a cinque anni, per le donne colpite da cancro alla mammella metastatico, è passata dal cinque al trenta per cento: un risultato che ha dell’incredibile” dice a Panorama.it la dottoressa Stefania Gori, Direttore Oncologia, Ospedale Sacro Cuore Don Calabria, Negrar (VR).

All’armamentario terapeutico si sono infatti aggiunti farmaci a bersaglio molecolare, che vanno cioè a colpire selettivamente precise cellule responsabili della proliferazione tumorale e che “hanno portato l’aspettativa di vita da sei mesi a sei anni” continua l’oncologa.

Il miglio verde si allunga

Già, perché per questa malattia non c’è guarigione. Le terapie aiutano a cronicizzarla nel tempo: l’unico modo attualmente disponibile per far fronte a questo tipo di neoplasia è appunto cercare di prolungare il più a lungo possibile la vita delle pazienti.

Che però resta difficile: “convivere col tumore al seno metastatico significa avere l’esistenza limitata e scandita dalla malattia e portare addosso il peso fisico e psicologico di una tale condizione nella quotidianità è a dir poco logorante” racconta Domenica Panaccione, Membro della Commissione sul tumore al seno metastatico di Europa Donna Italia.

Nonostante sia lei stessa colpita da questa forma di cancro non si è persa d’animo e si è fatta portavoce delle oltre trentamila donne che oggi in Italia sono in questa situazione.

“Per noi è come vivere ogni giorno nel braccio della morte, perché sappiamo che siamo purtroppo condannate, ma non desistiamo: vogliamo avere una vita normale e trasmettere un messaggio di speranza per sensibilizzare l’opinione pubblica, le industrie farmaceutiche e i centri di ricerca a investire risorse in modo che il nostro miglio verde (il tragitto del carcere che in un famoso film con Tom Hanks conduceva alla sedia elettrica) si allunghi sempre di più”.

Non solo: “le metastatiche lamentano soprattutto lo scarso tempo dedicato dai medici alle visite e ai colloqui e la pessima comunicazione degli specialisti che troppo spesso ricordano loro brutalmente le loro scarse aspettative di vita”.

La campagna “Voltati. Guarda. Ascolta. Le donne con tumore al seno metastatico”

A questi sentimenti darà voce l’iniziativa partita il 12 maggio e articolata in due fasi: la prima è dedicata alla raccolta delle storie che le pazienti sono invitate a scrivere e caricare sul sito voltatiguardaascolta.it, fino al prossimo 15 luglio.

Nella seconda fase, tre delle storie pervenute, che secondo il parere di una giuria meglio si presteranno a essere veicolate in forma scritta e orale, oltre a essere accessibili sul web insieme alle altre, saranno diffuse attraverso la pubblicazione in volumetti stile Millelire ed eventi di piazza in alcuni capoluoghi italiani, organizzati intorno ad un’installazione di grande visibilità.

Che cos’è il tumore metastatico al seno

Il carcinoma della mammella, più comunemente noto come tumore al seno, è dovuto alla moltiplicazione incontrollata di cellule della ghiandola mammaria che si trasformano in cellule maligne.

Se evolve nello stadio 4 o stadio avanzato il cancro forma delle metastasi in varie sedi dell’organismo.

Significa che i tumori, dalla sede primaria, cioè il seno, si sono diffusi in altre parti del corpo anche molto distanti distanti attraverso le vie linfatiche e i vasi sanguigni. Gli organi più colpiti sono le ossa, i polmoni, il fegato e il cervello.

La tipizzazione molecolare

“Il carcinoma della mammella non è costituito da una sola malattia, ma da tanti sottogruppi differenti a seconda delle loro caratteristiche biologiche” precisa la dottoressa Gori.

In particolare si fanno tre grandi distinzioni proprio a seconda del tipo di recettori ormonali presenti sulla parete delle cellule neoplastiche:

  • HR positivi (hormone receptors) se possiedono recettori per gli ormoni femminili (estrogeni e progesterone) e possono essere estrogeno-positivi (ER+) e progesterone-positivi;
  • HER2 positivi (da human epidermal growth factor receptor 2) se presentano molti recettori di tipo 2 del fattore di crescita epidermico umano;
  • Triplo negativi quando non presentano nessuno dei tre recettori: sono quelli attualmente con le minori aspettative di sopravvivenza

Il trattamento

“I tumori sono trattati in modo differente a seconda del sottogruppo a cui appartengono” spiega la dottoressa.

“Al momento abbiamo a disposizione una nutrita pattuglia di farmaci e terapie”: alla chemioterapia, eseguita a cicli per una durata completa di 3-6 mesi, si sono aggiunte la terapia ormonale, scelta se il tumore presenta recettori per estrogeni e/o progesterone, e la target therapy (unita a una delle due precedenti) con anticorpi monoclonali che hanno come bersaglio alcune importanti componenti cellulari che svolgono un ruolo decisivo nella crescita del tumore.

“Solo in situazioni molto particolari si può integrare con chirurgia o radioterapia, per esempio per la riduzione della massa tumorale o per controllare i sintomi”.

Le nuove cure in arrivo

L’obiettivo dei trattamenti è di prolungare la sopravvivenza mantenendo una buona qualità di vita. Finora queste opzioni hanno permesso di allungare in modo esponenziale l’aspettativa di vita delle pazienti, ma si può fare di meglio.

“Stanno arrivando nuovi farmaci che hanno come bersaglio le cicline, particolari proteine che regolano la proliferazione cellulare”.

In particolare gli inibitori delle cicline cd4 e cd6 potranno, in aggiunta all’ormonoterapia standard, determinare “sopravvivenze molto superiori a quelle che oggi possiamo ottenere nella pratica clinica con la sola ormonoterapia nel tumore della mammella localmente avanzato o metastatico positivo per i recettori ormonali (HR) e negativo per il recettore del fattore di crescita epidermico umano di tipo 2 (HER2).

Inoltre “ci sono molti studi in corso sull’impiego dell’immunoterapia anche per queste forme tumorali, specie per il cancro triplo negativo”.

Il profilo delle donne italiane che vivono con una diagnosi di tumore al seno metastatico

Sono persone che in media hanno 54 anni, mentre circa il 30% ne ha meno di 45, e una vita affettiva, relazionale e familiare molto intensa. La maggioranza, infatti, è sposata e la metà ha un figlio ancora minorenne, il 40% lavora.

Ma proprio perché ancora giovani e socialmente, professionalmente e sessualmente attive, la malattia ha sulla loro vita un impatto ancora più rilevante: per il 66% la malattia interferisce in modo consistente con lo svolgimento delle normali attività quotidiane, percentuale che sale al 70% in riferimento all’attività lavorativa.

La malattia e la terapia influiscono anche sulla vita affettiva e sessuale e a soffrirne in modo ancora più importante sono le donne più giovani tra i 35 e i 45 anni.

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