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Politica

Sindaci, trivelle, Verdini, Italicum: il Pd alla resa dei conti

La Direzione del partito prevista prevista oggi è stata rimandata per la tragedia delle regazze Erasmus. Più tempo per continuare a litigare su tutto

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Il presidente del Consiglio Matteo Renzi durante il suo intervento al congresso dei Giovani Democratici, Roma, 20 marzo 2016. – Credits: ANSA / US PALAZZO CHIGI - TIBERIO BARCHIELLI

Per la prima volta Matteo Renzi fa la voce davvero grossa con i ribelli del suo partito: “Domani facciamo i conti” ha minacciato il premier dal congresso nazionale dei Giovani Democratici in vista della direzione nazionale del Pd. Era prevista per oggi, ma è stata rimandata al 4 aprile in segno di lutto per la strage di 13 studentesse Erasmus, tra cui 7 italiane, morte in un incidente stradale in Spagna. Fino a ieri i toni erano sempre stati più soft. Ironici, sarcastici, talvolta anche in modo sferzante, ma mai spazientiti a questo livello.


LEGGI QUI: PD: la guerra della minoranza contro Renzi

D'altra parte mancano meno di tre mesi alle amministrative di giugno e a ottobre è in programma il referendum costituzionale al quale Renzi ha condizionato il proprio futuro politico. E agli attacchi ripetuti e concentrici che si era susseguiti negli ultimi giorni bisognava rispondere con forza. Tanto che alla prossima Direzione del partito, dove comunque la maggioranza ha l'80% dei consensi, non è escluso che lui stesso decida di mettere ai voti il proprio intervento. Il segretario dei democratici non sopporta più di essere quotidianamente attaccato da esponenti del suo partito (ha cominciato D'Alema sulle primarie e il partito della nazione, ha proseguito Bersani da Perugia e infine è stata la volta di Enrico Letta) che gli rinfacciano i voti di Verdini e allo stesso tempo lo minacciano di fargli mancare i propri.

I rapporti con Forza Italia

Sul tavolo ci sono una serie di questioni. A cominciare proprio dai rapporti con il partito dell'ex braccio destro di Silvio Berlusconi. “Conosco un metodo infallibile per non avere in maggioranza Alfano e Verdini – ha detto ieri - vincere le elezioni, cosa che nel 2013 non è accaduta”. La minoranza non fa che lamentarsi dei voti di Verdini dimenticandosi di quando con quegli stessi voti fu approvata la fiducia ai governi Letta e Monti. Per Renzi è tempo di farla finita con “le piccole beghe” e parlare di “temi più grandi”. Solo che “le piccole beghe”, come le chiama lui, non finiranno mai fino a quando la minoranza resterà nel Pd. E ci rimarrà probabilmente a lungo proprio per sfruttare la visibilità che i giornali danno alle quotidiane “beghe interne” sollevate all'unico scopo di sopravvivere alla marginalità alla quale si ritrova ormai confinata. I vari Bersani e Speranza pensavano di ricattare il governo e Renzi facendo mancare i propri voti. Poi è arrivato Verdini e i voti della minoranza non sono serviti più. Semplice.

Le amministrative

Altro argomento all'ordine del giorni le amministrative. Anche in questo caso la minoranza non ha perso l'occasione per attaccare le primarie. Il candidato sconfitto a Napoli, Antonio Bassolino, ha tentato di fare riscorso contro la vittoria di Valeria Valente per la scena della presunta compravendita di voti a 1 euro all'esterno di alcuni seggi ripresa dalle telecamere di una testata on line. Ora, visto che i ricorsi sono stati tutti respinti, è sempre più probabile che Bassolino metterà insieme una lista per far perdere la Valente già indietro nei sondaggi rispetto all'uscente De Magistris. A Roma, almeno all'apparenza, la situazione è diversa. Lo sconfitto Morassut, candidato della della sinistra del partito, ha assicurato e ribadito il suo appoggio a Roberto Giachetti. Ma è già noto che c'è una parte del partito determinata a remare contro. L'impresa, per i candidati dem (tutti renziani nelle città che contano: Sala a Milano, Giachetti a Roma e Valente a Napoli) non è affatto semplice. Mentre è semplice l'interpretazione che si darà dei risultati: se Renzi vince in tutte e tre le città non ce ne sarà più per nessuno. Se ne perde due su tre (Roma e Napoli), rischia di non avere scampo. Perché quando si tratta di decidere i sindaci delle tre città più importanti d'Italia è impensabile non proiettare l'esito del voto a livello nazionale.

Le trivelle

Negli ultimi giorni si è fatto un gran discutere a proposito di trivelle. 9 Regioni hanno chiesto di far decidere agli italiani se cancellare o meno la norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio dai nostri fondali marini senza limiti di tempo. Il 17 c'è il referendum. Il Partito democratico ha annunciato l'astensione ma Renzi ha ribadito anche ieri che ognuno sarà libero di fare come crede anche se, per lui, si tratta di “uno spreco”. La chiamata elettorale costa infatti 300 milioni di euro e si tratta di decidere non su nuove trivelle da impiantare ma su quelle che già ci sono entro le 12 miglia dalla costa, che già funzionano, che danno lavoro a circa 10mila persone e che, secondo il premier, rimarrebbero, in caso di vittoria dei "sì", disoccupate. Al di là del merito della questione, la minoranza Pd non ha perso l'occasione per polemizzare contro la maggioranza anche in questo caso. Solo che la legge che adesso Speranza&co vorrebbero abolire spingendo gli elettori ad andare a votare per il "sì", è una legge votata dal Pd quando Speranza era capogruppo.

Il referendum costituzionale

Infine il referendum costituzionale, madre di tutte le battaglie. La minoranza minaccia di votare contro se l'Italicum non verrà modificato e se non sarà riconosciuto ai cittadini il diritto di eleggere direttamente i futuri senatori. Matteo Renzi ha deciso di legare il proprio futuro politico, quindi la propria permanenza al governo, proprio all'esito della consultazione. Se la “sua” riforma costituzionale verrà bocciata dagli italiani, lui mollerà. Ecco perché sul fronte del “no” già si sono ritrovati tutti gli avversari del Pd: grillini, Lega e Forza Italia. Se la minoranza dem dovesse aggiungersi a questo schieramento, proprio con l'obbiettivo di abbattere Renzi, le conseguenze politiche saranno irreversibili. Nel senso che il Pd si scinderà definitivamente e, a meno che non si decida di nominare il quarto governo non eletto nel giro di cinque anni, si andrà al voto già nel 2017.

Matteo Renzi, però, non vuole dare la soddisfazione di dimostrarsi troppo nervoso davanti ai suoi oppositori, interni ed esterni. Si spiega gli attacchi continui con i risultati che il suo governo continua, dal suo punto di vista, a ottenere. E a proposito della minoranza dem dice: “non è un caso se la prendono più con noi che con Silvio Berlusconi e Beppe Grillo". Fatto sta che, con un anno d'anticipo, il Pd si ritrova già in pieno clima congressuale. L'appuntamento è in programma per l'autunno del 2017. La minoranza chiede di anticiparlo già a quest'anno. Troppo presto per la dirigenza dem. Rumors riportano la tentazione di Bersani di puntare su Letta e sul desiderio di vendetta dell'ex premier cacciato da Renzi dopo una rassicurazione che divenne proverbiale “Enrico, stai sereno”.

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