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Perché Renzi non deve temere Gentiloni

L'attuale presidente del Consiglio ha cambiato lo stile di comunicazione di Palazzo Chigi. Ma sulle strategie c'è sostanziale continuità. Tranne, forse, sulla data del voto

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Il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e il segretario del Pd Matteo Renzi. Roma, 12 dicembre 2016. – Credits: ANSA/CLAUDIO PERI

Secondo un sondaggio pubblicato oggi da Ilvo Diamanti su La Repubblica risulta che 8 italiani su 10 sono conquistati dal leader "solo al comando", stile Donald Trump, Vladimir Putin, Matteo Renzi e Beppe Grillo.

Il cosiddetto “Uomo Forte” piacerebbe soprattutto ai giovani e ai delusi dalla politica, in particolare dai partiti. E tuttavia, ammette lo stesso Diamanti, un tale orientamento appare tanto condiviso quanto contraddetto dagli stessi elettori.
Infatti, se in tanti sono attratti dalla figura del “Capo”, dopo averlo cercato e votato, "poi tendono ad allontanarsi da esso".

Esattamente ciò che è accaduto a Matteo Renzi.

Le caratteristiche che hanno "conquistato" tanti elettori di centrosinistra ai tempi delle primarie vinte contro Pier Luigi Bersani e che poi hanno assicurato al giovane premier fiorentino ampi margini di consenso durante i primi mesi del suo mandato, culminati con il famoso 41% ottenuto in occasione delle elezioni europee del 2014, sono le stesse che gli sono state rinfacciate in seguito dagli stessi che prima lo ammiravano.

Nel corso dei suoi mille giorni di governo, Renzi non è cambiato, è rimasto sempre lo stesso: "potente e un po' prepotente", come lo definisce Diamanti.

Sono gli italiani ad essersi disinnamorati. Storicamente attratti dall'homus novus in grado di scuotere la palude, dopo aver osservato per un pò l'effetto che fa, lo hanno in seguito accusato di essere troppo arrogante, troppo presuntuoso, troppo decisionista. In una parola, troppo leader.

Gentiloni, garbato e ironico, non debole
Infatti adesso sembra non dispiacere affatto il neo presidente del Consiglio Paolo Gentiloni. Che certo non può definirsi l'emblema dell' "uomo forte". A dimostrazione che agli italiani più che da un uomo forte in particolare, sono conquistati soprattutto dall'idea di uomo forte, in generale. 

Intelligente, garbato, pacato, ironico, diplomatico, leale, Paolo Gentiloni viene stimato soprattutto per queste doti. Dopo il chiasso che a lungo ha circondato il suo predecessore, ne viene apprezzato probabilmente più di ogni altra cosa il silenzio. Il low profile che però, attenzione, non deve essere scambiato per debolezza.

Comunicatore
Gentiloni è un politico navigato, di grande esperienza e, aspetto sottovalutato, nasce comunicatore. Prima ancora di essere nominato ministro delle Comunicazioni nel secondo governo Prodi, l'attuale premier aveva diretto il mensile di Legambiente, era stato portavoce dell'ex sindaco di Roma Francesco Rutelli e responsabile comunicazione della Margherita. Non un Monti qualsiasi, insomma.

L'ansia di Renzi
L'attuale presidente del Consiglio sa perfettamente cosa va comunicato e cosa no, quando e come è utile farlo e quando invece conviene tacere. In questo campo Matteo Renzi lo supera sicuramente in istinto ma si porta dietro un handicap che l'altro non ha: l'ansia (oggi di andare a votare). Chi li frequenta entrambi da vicino assicura che nessuno dei due ha da temere qualcosa dall'altro.

Gentiloni, che è un renziano della primissima ora, era e resta probabilmente l'uomo su cui, dentro il Pd, Renzi può fidarsi di più. A differenza di altri esponenti dem, Gentiloni farebbe più volentieri il sindaco di Roma (nel 2013 arrivò terzo alle primarie per la scelta del candidato del centrosinistra) che il segretario del Pd o il candidato premier. Non ha mai avuto, nemmeno a Roma, una sua corrente personale e i gentiloniani non esisteranno mai finché esisteranno i renziani.

Qualcuno si chiede se i buoni risultati che il suo governo (fotocopia o non fotocopia?) potrà ottenere in questi mesi metteranno in difficoltà Renzi dimostrando che un'altra leadership dentro il Pd non solo è possibile ma è anche auspicabile. È una questione stuzzicante ma non c'è motivo per cui Renzi dovrebbe augurarsi il fallimento di un amico, che lui stesso ha voluto al suo posto e i cui risultati potrà comunque rivendicare al momento del voto.

Soprattutto ora che la prospettiva di elezioni anticipate sembra allontanarsi ogni giorno di più. Anche se ha smesso di ripeterlo tanto spesso, il segretario dem spera ancora di votare il prossimo giugno. Per oggi è attesa la sentenza della Consulta sull'Italicum. Se l'intervento dei giudici sarà limitato al ballottaggio e alle candidature multiple, i tempi per arrivare in fretta in Parlamento a una nuova legge elettorale per la Camera coerente con quella del Senato ci sarebbero e di sicuro Gentiloni non si metterebbe di traverso.

Anche perché lui per primo sa che gli impegni autunnali per l'Italia saranno gravosi, soprattutto sul fronte della legge di stabilità, e ritrovarsi alla guida di un governo non legittimato dal voto popolare non rappresenta una prospettiva allettante per nessuno presidente del Consiglio.

Qualche dubbio in merito è sorto quando il capogruppo al Senato Luigi Zanda ha tentato di siglare un accordo con l'omologo forzista Paolo Romani per la nomina di Vito Di Marco all'Agcom. Un' operazione fatta saltare da Renzi per il timore che dietro ci fosse una manovra per prolungare la legislatura. Pur non avendo avuto nulla da ridire sul nome di Di Marco, Gentiloni tuttavia non c'entrava nulla. 

Se c'è una parte del Pd che mira a rimandare le urne il più possibile, a questa parte non è iscritto anche il premier.

Il che non significa che, al pari di tanti esponenti dem vicini al segretario, non possa considerare il voto a giugno un grosso rischio per il Partito Democratico anche lui che, forse non avrà forse il physique du rôle dell'uomo forte che oggi piace a 8 italiani su 10, ma quello dell'uomo riflessivo sicuramente sì.


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