Si è spento un anno fa, all'età di 86 anni, Marco Pannella dopo aver lungamente lottato contro due tumori.

È stato un monumento perché ha demolito la monumentalità del nostro Paese e della politica italiana, e dunque, anche quella repubblica che soffocava i fremiti della società e trafficava in sacrestia.

Come la psicanalisi ha liberato l’uomo dalle nevrosi, Marco Pannella ha liberato l’Italia dall’aria irrespirabile satura d’incenso e sporca di borotalco. Pannella è stato infatti il Sigmund Freud del Belpaese che rimaneva fermamente reazionario, misantropo, gretto e clericale: un intreccio di tabù e stelle fisse che il suo Partito Radicale è riuscito a stendere e distendere sul lettino della polemica e smascherare con il malcontento e la protesta fantasiosa.

Insomma, c’è più Pannella oggi nel costume della nazione che Italia in Pannella il cui abito era "all’inglese e la battuta francese", scriveva il poeta Pierpaolo Pasolini che solo in un’occasione, e fu per Pannella, utilizzò la parola "ti amo".

Ebbene, si deve sempre a Pannella la teorizzazione della doppia o tripla tessera politica, ma anche la tabula rasa da qualsiasi prigione ideologica: politica, sessuale, religiosa perché, e lo disse proprio su Panorama nel 1975, "io sono un cornuto divorzista, un assassino abortista, un infame traditore della patria con gli obiettori, un drogato, un perverso pasoliniano, un mezzo ebreo, mezzo-fascista, un liberal-borghese esibizionista, un nonviolento impotente. Faccio politica sui marciapiedi".

La famiglia
In realtà, Pannella è un incrocio bizzarro di geni, un innesto bellissimo fra la sensualità francese e la scorza abruzzese.

Sarebbe piaciuto al girovago ambasciatore Stendhal non solo Pannella, ma anche il padre di Pannella, di professione ingegnere libertino e libertario, che si specializzò a Grenoble prima di tornare a Teramo e portare con sè la moglie Andrea Estechon che in paese chiamavano la "franzosa", originaria di Lucerna, "e che aveva non solo i capelli corti, ma anche le gonne corte e poi la patente di guida; per la gente non era proprio una puttana ma qualche sospetto c’era…", raccontò Pannella a Valter Vecellio che ne ha scritto con trasporto e vero affetto la sua acrobatica biografia (Pannella, biografia di un irregolare, Ed. Il Rubbettino).

L'illuminismo di Giacinto Marco
Sicuramente è stato illuminista in una nazione che ha sempre apprezzato la luce scarsa, il grigio e i chiaroscuri e non il mondo coloratissimo esibito da Pannella con i suoi maglioni a girocollo bianchi e le sue bretelle dai colori strani e vari. Pannella ha vissuto di capriole intellettuali ed è una capriola perfino la sua identità anagrafica con quel nome, Giacinto, che i genitori gli imposero e che precede Marco, "mi chiamo Giacinto Marco per via di uno zio monsignore verso cui mio padre provava una venerazione".

C’è infatti la selvaticità e la ruvidità della geografia, che modella e influenza gli uomini e le storie, nell’educazione sentimentale di Pannella: "Sono abruzzese molto abruzzese. Una razza di lupi, di orsi. Però abbiamo anche il mare".

Lui e Benedetto Croce
Nella politica temperata e che stempera le passioni, Pannella si è servito del suo temperamento per disarticolare e convincere anche il Papa della filosofia italiana, quel Don Benedetto Croce che solitario a Napoli se ne rimaneva per studiare e illuminare il continente e l’Europa.

A guerra finita, Pannella pretese la benedizione di Croce per marciare verso Trieste e sostenerne l’indipendenza. La ottenne. "La cosa è bella, ma sappiate che è imprudente" stigmatizzò il filosofo a cui i giovani piacevano "perché il loro compito è quello di invecchiare". Pannella uomo di digiuni, di referendum, di provocazioni, di protesta? "Qui vi sbagliate. I miei referendum non sono mai di protesta ma di proposta".

Nell’Italia spettinata degli anni ’70 fu definito il “Gandhi di Via Veneto e alla matriciana”. È vero invece che il più abile digiunatore, "non so quanti digiuni abbia fatto", sia stato un cuoco eccezionale di pastasciutta e poi "fave e pecorino, gnocchi con burro e gorgonzola", portavoce prima ancora di un disordine gastronomico e solo dopo politico.

Il percorso
Ebbene, prima di essersi inventato la via radicale, che rimane una specialità tutta italiana al punto da sorprendere il drammaturgo Eugene Ionesco ("ho fiducia in Pannella), Pannella è stato giornalista per Il Giorno da Parigi, iscritto al Partito Liberale in Italia ma in dissenso, giovane leva e allievo dell’economista Ernesto Rossi e di Mario Pannunzio, che rimangono i fondatori del partito radicale ma soprattutto di quella scuola di giornalismo che è stata la rivista Il Mondo.

Da loro infatti, Pannella, ha ereditato lo splendido nome, radicale, che ha conservato il partito, di cui è stato segretario nel 1963, che oggi rimane il più longevo, il solo sopravvissuto all’erosione biologica e alla combustione giudiziaria della nostra cronaca politica malandrina.

Il partito Radicale
Il partito radicale di Pannella è stato l’acceleratore di particelle che ha permesso di esplorare il piacere dei sentimenti, che ricominciano con il divorzio, il secondino che ha sciolto le catene della gravidanza non desiderata, difendendo l’aborto e la solitudine delle donne. È un fatto: tutto ciò si deve anche a Pannella.

E pure Giulio Andreotti che non si sa come, ma che sicuramente ha difeso più la religione che la ragione di Stato, ha riconosciuto la tenerezza della parola urlata dai radicali e di Pannella che "quando graffia non provoca rancori".

La verità è che lo hanno amato tutti gli inquieti italiani, i melanconici come Indro Montanelli che lo difendeva come uno zio fa con il nipote, "è un Brancaleone, uno sparafucile ma è anche lo sceriffo che, disarmato, va a sfidare il gangster nella sua tana. Pannella è figlio nostro, un figlio discolo, un Gianburrasca devastatore".

L'"inclassificabile"
Non è stato certo un qualunquista come ingiustamente pensavano i dirigenti del Pci a partire da Antonello Trombadori. È invece stato sì un inclassificabile, a partire da quella sua vita sentimentale che si vuole movimentata e aperta all’esperienza omosessuale, "alle medie baciavo un po’ tutte, ero grande e grosso. Ma ho avuto anche tre o quattro uomini", nonostante abbia infine con-diviso la sua agitazione intellettuale con Mirella Paracchini.

In questi anni in cui Pannella lentamente si asciugava tutti comprendevamo che era un presìdio, una garanzia per chi pratica il mestiere della contraddizione. E sarebbe bello se qualcuno provasse a scrivere l’avventura, in maniera salgariana, di quei quattro corsari, Pannella, Emma Bonino, Adele Faccio e Mauro Mellini, che nel 1976 fecero irruzione in parlamento, democraticamente eletti e così sconvolsero (il M5S ne studi lo spirito) la pigra vita delle istituzioni.

I radicali sono stati un’università, e Pannella il suo rettore, divulgatori di una grammatica politica: non solo digiuni e proteste estrose ma ostruzionismo e oratoria, eleganza stilistica ed eresia esemplare. Ed è stata dialettica pure quella relazione, tutta politica, con Emma Bonino che pochi mesi fa ha insultato su Radio Radicale.

A proposito, è sua l’intuizione: la radio usata per la prima volta come lume per raccontare il parlamento e il suo straparlare e il suo mal-parlare.

Lui e la Bonino
Pannella e Bonino si sono voluti bene davvero più quando hanno litigato che quando andavano d’accordo. Insieme si sono spartiti i processi, le denunce, le ultime splendide cause perse: l’eutanasia con i casi Englaro e Welby, l’aberrazione della carcerazione preventiva in memoria di Enzo Tortora. Ecco, è forse arrivato il momento di dire che con Pannella, e nel partito radicale, hanno militato i grandi italiani che hanno sempre vissuto fuori posto.

Non tutti lo sanno ma presidente dei Radicali è stato lo scrittore Elio Vittorini perché "è l’unico partito copernicano in un sistema tolemaico" e poi Ignazio Silone, Ugo Tognazzi, Raffaele La Capria, Lelio Luttazzi, Mimmo Modugno, Pierpaolo Pasolini… Abbiamo lasciato per ultimo il nome di Leonardo Sciascia perché il loro non fu un sodalizio ma un’epifania.

Pannella lo convinse a candidarsi come capolista alle elezioni del 1979 dopo la sicurezza maturata da Sciascia che la politica fosse una professione di anime morte. Fu l’adesione radicale a segnare il momento più elevato dell’engagement dello scrittore: la letteratura si fece azione, la parola si fece verità. Non solo era il candidato ideale del partito radicale ma Sciascia fece pace con se stesso: "Sono sempre stato un vecchio radicale. Non so fino a che punto anche nuovo, il radicalismo, tutto sommato non invecchia…".

L'aggettivo "pannelliano"
Pannella ha dunque aperto le finestre della democrazia chiusa e claustrofobica, ha capovolto l’Italia a testa in giù, ne ha rovesciato le consuetudini e le abitudini. Oggi “pannelliano” è un aggettivo e sul suo corpo, sui pieni e sui vuoti della sua pelle, è possibile tracciare la mappa delle grandi disfatte ma anche i salti in avanti del diritto e delle salvaguardie giudiziarie, l’umanità della forza pubblica.

Insomma, è vero per questo che Pannella sarà più vivo da morto e che il rischio sarà un Pannella santificato, e normalizzato: un corto circuito della memoria che non risparmia i defunti ma ne tradisce l’opera. Allora sì che solo uno sciopero potrebbe evitarlo e sarebbe il più divertente e divertito che avrebbe ingaggiato e sposato Pannella. Ne siamo sicuri: anche il radicale Pannella sciopererebbe contro l’illustrissimo Pannella.

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