Gli occhiali di Khaled Asaad. Gli occhiali sono tutto, significano tutto. Sono lo studio, la fatica sulle carte, sui documenti, sui reperti. Le lente della cultura che ci consente di vedere meglio nell’anima del mondo.

E sono ciò che resta, che s’imprime nella nostra immaginazione ferita da quell’immagine terribile: il corpo decapitato dell’ex direttore e custode delle rovine romane di Palmira, Khaled Asaad, appeso a un palo della luce in una piazza della città siriana conquistata lo scorso maggio dalle bande nere dell’Isis. La testa nella polvere, ai piedi del corpo, gli occhiali ancora indosso. Per sfregio? Per caso? Per una tragica ironia emblematica della sorte che ha travolto Asaad a 82 anni, 50 dei quali trascorsi ad accudire e custodire la bellezza della storia, dell’arte, di Palmira?

Khaled Asaad

La terribile immagine elaborata e pixelata del corpo decapitato e appeso per le braccia di Khaled Assad, direttore del centro archeologico di Palmira

Palmira che vanta uno dei siti archeologici più belli e importanti di tutto il mondo, patrimonio dell’umanità secondo l’Unesco. Palmira che ho potuto visitare durante la prima guerra del Golfo, nel 1991, allora nel mezzo di un confronto storico tra eserciti che si combattevano oltre confine. Il territorio siriano non era stato violato, ma non c’erano turisti.

Le dolci rovine rosa dell’antica città romana si scorgevano a distanza, s’innalzavano solitarie nell’immensa piana del cuore della Siria. Colonne, anfiteatri, fori, palazzi, templi: monumenti armoniosi di bellezza che si stagliavano contro il cielo dalla crosta semi-desertica. E in lontananza, il Krak dei Cavalieri, “la più bella fortezza crociata del Levante” (nelle parole di Lawrence d’Arabia).

Come mai, mi chiedo, Khaled Asaad è stato catturato? Come mai non è riuscito a scappare, a mettersi in salvo come aveva trasferito e portato al sicuro, dicono, tanti reperti archeologici di Palmira, proprio in previsione di un’avanzata della barbarie islamista del Califfato?

Voglio pensare a Khaled Asaad, archeologo famoso, guardiano della bellezza insidiata dalla furia (dis)umana di una guerra incomprensibile, come a un eroe. Per un mese intero è stato interrogato, forse anche per estorcergli informazioni su eventuali magazzini segreti di reperti di Palmira. Sul suo corpo appeso a un palo (non a una colonna, come s’era detto all’inizio per concessione, forse, a un facile spunto narrativo) si vede un cartello che lo indica come “apostata e partigiano del regime sciita”.

 

E tra i cinque capi d’accusa che gli hanno procurato la condanna a morte, almeno tre sono squisitamente politici: la sua partecipazione alla festa per la vittoria della Rivoluzione di Khomeini in Iran, e due sui legami con esponenti del regime di Damasco bollato semplicemente come “sciita” anche se Assad sciita non è ma è alleato di Teheran (legami peraltro inevitabili, per la rilevanza del ruolo di direttore a Palmira). Ma le altre due accuse, le prime, rimandano piuttosto alla guerra religiosa: a Khaled Asaad in quanto “rappresentante della Siria nelle conferenze della blasfemia” (blasfeme, agli occhi del fanatismo dello Stato islamico, sono le conferenze sulle opere d’arte pre-islamiche o che raffigurano la divinità) e in definitiva alla sua stessa posizione di “direttore delle statue archeologiche di Palmira”, quasi un soldato della cultura, una sentinella della bellezza, alfiere della “blasfemia” odiata dagli iconoclasti.

Guai a definire “follia” quella del Califfato. Non c’è nulla di irrazionale nei crimini perpetrati dai seguaci di Abu Bakr al-Baghdadi. C’è, piuttosto, una logica di guerra del terrore. E un’altra, impietosa, di annientamento del nemico in quanto “infedele” o “traditore”, che passa attraverso l’assassinio delle opere d’arte e di chi le ama, le custodisce, le difende al prezzo della vita.

Gli occhiali di Khaled Asaad come una spada contro la cecità omicida dei boia incappucciati.     

Ps: a oltre 17 ore dalla pubblicità della notizia, l’unico commento istituzionale di rilievo sembra essere quello del ministro degli Esteri francese, Laurent Fabius, solo per ribadire che il conflitto siriano può avere soltanto una soluzione “politica”, non militare. Dove sono oggi tutti quelli che urlavano “Je suis Charlie”? Vergogna.

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