Il Sud Sudan nella guerra civile

Caos sulle dinamiche d’inizio delle ostilità, ma il presidente Kiir dà la caccia all’ex vice-presidente Machar, che accusa: “Vuole incastrarmi e incita alla violenza tribale per coprire le sue colpe”

Profughi in Sudan scappano dalla guerra civile – Credits: ASHRAF SHAZLY/AFP/Getty Images

Luciano Tirinnanzi

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per Lookout News

Il Sud Sudan, dopo il supposto tentato golpe, sta sprofondando in una guerra civile: secondo fonti provenienti dalla capitale Juba, confermate dai diplomatici delle Nazioni Unite, al terzo giorno di scontri tra l’esercito regolare del presidente Salva Kiir e i miliziani di etnia Nuer fedeli all’ex vicepresidente Riek Machar, il bilancio è di almeno 500 morti. Un bagno di sangue spaventoso. L’ONU, presente nel Paese, sta diffondendo informazioni che, tuttavia, restano ancora parziali e confuse. Di certo si sa che gli Stati Uniti hanno ordinato a tutto il personale dell'ambasciata, non di emergenza, di lasciare immediatamente il Paese.

Il Sud Sudan è un Paese molto instabile e non esisteva nelle cartine geografiche fino al 2011 quando, dopo una lunga e sanguinosa guerra civile durata oltre vent’anni, ha proclamato la propria indipendenza dal Sudan (9 luglio 2011), divenendo così il più giovane ma anche il più irrequieto Stato africano.

Il frazionamento regionale qui è ancora piuttosto evidente: dieci Stati, a loro volta suddivisi in 86 contee, lamentano l’inadeguatezza del nuovo disegno amministrativo e, dopo appena un anno d’indipendenza, alle questioni interne si sono aggiunte dispute di frontiera con il Sudan. Le Nazioni Unite, che vigilavano sulla fase indipendentista, temendo il riemergere di un conflitto aperto hanno potenziato la missione di peacekeeping nel Paese, creando l’UNMISS (United Nations Mission in the Republic of South Sudan), per vigilare sulla pace e porre le basi di uno sviluppo ordinato del nascente Stato.

- Le ragioni del conflitto

Oltre alle divisioni etniche, all’origine di questa carneficina in buona parte vi sono le questioni frontaliere tra Juba e Karthum e l’assetto istituzionale definitivo del Paese: restano infatti contestate le aree ricche di petrolio del Sud Kordofan, Blue Nile e Abyei, dove i referendum per stabilire se accorparsi al Sudan o al Sud Sudan sono stati rimandati, e si prevede ancora che la capitale sia trasferita da Juba a Ramciel entro sei anni.

Lo scoppio del conflitto, in ogni caso, non è del tutto chiaro: secondo la versione del presidente Kiir, gli scontri sono cominciati quando personale in uniforme ha aperto il fuoco durante una riunione del partito al governo, il Movimento di Liberazione del Popolo Sudanese (SPLM), proseguendo l’assalto lungo le strade della capitale.

Il governo addita alcuni gruppi d’opposizione come l’SSDA (South Sudan Defence Army) quali autori materiali dell’attentato - che la stampa internazionale legge come un chiaro tentativo di golpe - e si spinge ad accusare direttamente Khartum di avere forti legami con questi ribelli. Secondo la tesi del presidente, dunque, il Sudan mirerebbe a destabilizzare la nazione secessionista appena nata, facendo leva proprio sul conflitto interetnico.

Tuttavia, questo scontro somiglia più a una guerra civile che oppone il presidente Salva Kiir alle forze fedeli all’ex vicepresidente Riek Machar - licenziato al luglio - soprattutto se si considera che già nelle prime ore delle ostilità numerosi oppositori del presidente, tra cui quattro ex ministri e una decina di politici di spicco, erano stati arrestati, mentre Machar è ufficialmente un ricercato. Che Salva Kiir stia approfittando del caos per ripulire il Paese dai suoi nemici interni, non è difficile immaginarlo, ma la guerra rischia di allagarsi in un conflitto dai contorni non ben definiti.

- Le varie anime dell’opposizione

Per quanto riguarda il leader dell’opposizione, Riek Machar, egli è da trent’anni una figura centrale nella politica del Sudan prima e del Sud Sudan poi. Membro del secondo più grande gruppo etnico, i Nuer, sposò un’operatrice umanitaria britannica (Emma McCune) che morì per un incidente nel 1991. In quegli anni, Machar era alla testa dell’SPLM, la fazione separatista oggi al potere che ha sempre promosso l’indipendenza da Karthum. Divenuto vice-presidente del Paese fino a questa estate, oggi è il nemico giurato del presidente Kiir.

Ad opporsi al governo del presidente, però, oltre ai fedelissimi di Riek Machar, vi sono numerosi altri antagonisti che si mescolano tra loro, generando non poca confusione circa gli schieramenti reali di questo conflitto: i già citati Nuer, che corrispondono alla seconda principale comunità nel Paese (dopo quella dei Dinka) e che appoggiano in buona parte il movimento ribelle della South Sudan Liberation Army (SSLA), guidato dal defezionista Peter Gadet, generale di ferro che in passato ha militato nel Sudan People’s Liberation Army (SPLA), braccio armato dell’SPLM.

Ancora, l’SSDA, combattuta dallo stesso Riek Machar in passato e costituita prevalentemente da miliziani di etnia Murle, una delle tante minoranze che compongono il complesso mosaico del Sud Sudan. Infine, il gruppo ribelle di David Yau Yau, nel quale si sono aggregate molte delle milizie Murle.

- Prospettive

Che questo Paese ricco di petrolio ritrovi la stabilità al momento non sembra un’opzione credibile, e le 15mila persone rifugiate nelle basi ONU della capitale Juba ne sono la testimonianza più diretta, insieme ai 500 morti lasciati per strada.

Riek Machar, raggiunto stamattina al telefono dalla BBC, sostiene di essere ancora in Sud Sudan e di non avere alcuna intenzione di lasciare il Paese. E accusa: “qualcuno ha voluto incastrarmi, perciò dovuto fuggire. Mi stanno dando la caccia, ma questo è un tentativo (del presidente Kiir, ndr) di coprire le proprie mancanze incitando alla violenza tribale ed etnica”.

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