Libia: il flop della missione Onu di Bernardino Leon

Si allontana ancora la possibilità di un accordo di pace per il martoriato Paese nordafricano

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L'inviato speciale Onu in Libia, Bernardino Leon – Credits: GETTY IMAGES

Per Lookout news

Il 10 settembre scorso con grande enfasi l’inviato speciale dell’ONU in Nordafrica, Bernardino Leon, ha annunciato da Skhirat (Marocco), dove si teneva l’ennesima tornata di negoziati tra rappresentanti del governo di Tobruk e inviati dell’esecutivo islamista di Tripoli, che i negoziati erano giunti sulla soglia di un “accordo di pace”, con la firma di un agreement in grado di porre fine alla guerra civile che da oltre due anni insanguina la Libia.

 Su questa testata, mentre i media internazionali parlavano di un “significativo passo in avanti” verso la pacificazione del paese, ci eravamo permessi di dubitare dell’ottimismo del diplomatico spagnolo e lo scetticismo è stato purtroppo confermato dalle dichiarazioni rilasciate il 15 settembre all’agenzia Libya channel, espressione ufficiale delle autorità di Tobruk, da parte di autorevoli esponenti della House of Representatives (unica autorità libica riconosciuta dalla comunità internazionale), che non hanno tardato a esprimere pubblicamente il loro “sbigottimento” in merito alla bozza di accordo proposta da Leon. Una bozza che sarebbe totalmente allineata alle posizioni degli islamisti di Tripoli e sarebbe in totale contraddizione rispetto agli accordi faticosamente raggiunti fino al 10 settembre.

 Leon aveva annunciato quel giorno che le parti in causa avevano “raggiunto un sostanziale accordo sui punti più importanti del trattato […] che sarebbe stato accettato da tutti nei giorni successivi”. A stretto giro è arrivata la (prevista) doccia fredda da Tobruk. Nonostante le assicurazioni di Leon sul fatto che gli ultimi aggiustamenti del testo dell’accordo erano del tutto marginali, i rappresentanti di Tobruk hanno, infatti, osservato che l’inserimento nel testo di tutti i nove emendamenti proposti da Tripoli ne alteravano irrimediabilmente la sostanza.

 Secondo Aissa Abdelgayum, membro della House of Representatives di Tobruk, “la sesta bozza del trattato si basa su tre principi: la Camera dei rappresentati è l’unico organo legislativo; il Consiglio di Stato è il supremo organo consultivo; mentre il General National Congress (di Tripoli) dovrà agire secondo quanto stabilito dalla nuova Costituzione”. Ebbene quel testo “è palesemente contraddetto negli allegati” che contengono integralmente le proposte degli islamisti tripolini, che di fatto porterebbero all’emarginazione politica del governo di Tobruk.

 Anche da Tripoli sono arrivate prese di posizione poco rassicuranti. Il presidente del General National Congress (GNC), Nuri Bushamain, si è affrettato a rispondere ai rappresentanti di Tobruk e all’inviato dell’ONU con una dichiarazione che getta benzina sul fuoco: “Il General National Congress (la cui legittimità non è riconosciuta dalla comunità internazionale, ndr) non firmerà alcun accordo che non sia in linea con la sentenza della Corte Suprema dello scorso anno, che dichiarava illegittima la House of Representatives di Tobruk e che escludeva qualsiasi possibilità di dialogo con i golpisti (riferimento quest’ultimo al generale Haftar, capo delle forze armate del governo di Tobruk, ndr)”.

 Le Nazioni Unite non hanno finora risposto ufficialmente e non è dato sapere cosa accadrà il 20 settembre, data indicata da Leon come scadenza ultimativa per l’accordo. La situazione non è resa più tranquilla dall’atteggiamento della quasi totalità dei capi delle tribù più influenti del Paese che, ritenendosi “snobbati” dall’inviato ONU, si sono rifiutati di rispondere a una sua convocazione.

Come la nave di Ulisse alle soglie di Itaca, la fragile barchetta governata da Bernardino Leon, appena giunta sulle coste libiche, è stata così risospinta in alto mare dai veti di fazioni che difficilmente accetteranno i frutti di un dialogo politico e pacifico.

 

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