Coalizione anti-ISIS a Roma: è l'ora di prendere decisioni

Dopo Ginevra, andrà a vuoto anche questo incontro alla Farnesina? La verità è che il peggior nemico del Medio Oriente è l’indecisione occidentale

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John Kerry e a sinistra Paolo Gentiloni a Roma, in occasione dell'incontro sulle strategie contro lo Stato islamico – Credits: GETTY IMAGES

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Arabia Saudita, Australia, Bahrain, Belgio, Canada, Danimarca, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Francia, Germania, Giordania, Iraq, Italia, Kuwait, Norvegia, Nuova Zelanda, Paesi Bassi, Qatar, Regno Unito, Spagna, Stati Uniti d’America, Svezia, Turchia. Sono i 24 paesi che si attovagliano dalla mattina di oggi, martedì 2 febbraio, alla Farnesina, il ministero degli Esteri della capitale d’Italia.
Scopo? Trovare un accordo di pace per Siria e Iraq e decidere le azioni da intraprendere in Libia. Comune denominatore: la lotta allo Stato Islamico. Ma è davvero così?

Ufficialmente, la tavola rotonda si chiama “riunione ministeriale della Coalizione Globale anti-Daesh/ISIL in formato Small Group” ed è co-presieduta dal ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni e dal collega e Segretario di Stato USA, John Kerry. I quali poi forniranno alla stampa i dettagli delle decisioni prese. Ora, se c’è una cosa che gli Stati Uniti e la coalizione alleata non hanno fatto in questi cinque anni di guerra in Siria, nei due anni di guerra in Iraq e nel disastroso post-Gheddafi libico, è proprio prendere decisioni.

Titubanza e decisionismo
La Russia di Vladimir Putin ha preso decisioni, occupando Latakia e la fascia costiera della Siria, assicurandosi de facto un ponte militare per il controllo diretto del Mediterraneo. Anche Bashar Al Assad e i membri del suo governo hanno preso decisioni, il primo rifiutando di dimettersi e i secondi scegliendo di proseguire la guerra fino all’ultimo uomo.

La Turchia ha preso decisioni, sostenendo alcuni gruppi di ribelli anti-Assad, combattendo tenacemente i curdi del PKK e abbattendo persino un caccia russo che aveva sconfinato. L’Arabia Saudita ha preso decisioni, determinando le sorti di numerose fazioni sunnite, tra cui lo stesso Stato Islamico e optando per una politica choc relativamente al prezzo del petrolio. Anche l’Iran e l’Iraq hanno preso decisioni, il primo sostenendo il secondo per trarre un utile di guerra che andrà ben oltre la difesa dello sciismo nell’area.

Cinque anni di guerra
Tutti gli altri, invece, hanno scelto di non agire. E i riflessi di tale assenza di coordinamento e decisione si vedono sul campo: 250mila morti solo in Siria, quasi 10 milioni di sfollati, una crisi migratoria che conta pochi precedenti, tre paesi falliti (Siria, Iraq, Libia), un sensibile peggioramento nelle relazioni diplomatiche tra Stati Uniti e Russia, ondate di attacchi terroristici indiscriminati in tutto il pianeta. E, peggio ancora, un marchio - quello dello Stato Islamico - che ha fatto breccia tanto nelle menti fragili di molti giovani musulmani, quanto nei gruppi di criminali e contrabbandieri che già operavano nelle aree grigie degli stati falliti e che ora continuano a operare impunemente sotto il vessillo dell’ISIS. Fino a quelle migliaia di uomini delle forze armate che, orfani di un potere dissoltosi con la fine delle dittature, hanno ricostituito milizie agguerrite e pronte a riprendersi il comando.

Vittorie e sconfitte dell’ISIS
Lo Stato Islamico, secondo le ultime stime, avrebbe perso circa il 40% del territorio in Iraq, eppure mantiene il pieno controllo di Mosul, Qaim, Sinjar, resiste a Falluja e combatte ancora a Ramadi e nei pressi delle raffinerie di Baiji. Mentre in Siria, nonostante 35mila missioni aeree da parte del Centcom americano e alleati, lo Stato Islamico ha perso appena il 5% del territorio (secondo altre fonti il 15%). I russi, con sole 6mila missioni aeree all’attivo, hanno fatto molto di più e molto meglio. Un risultato, questo, tanto straordinario per gli uomini di Al Baghdadi quanto incredibile sotto ogni punto di vista.

Lo Stato Islamico, insomma, non si riesce a estirpare. Perché? Servono gli scarponi sul terreno, dicono i militari. Serve un patto tra nazioni, sostengono i diplomatici. Manca la volontà di sconfiggerli, affermano i giornalisti. Quale che sia, la risposta dovrebbe arrivare dalla conferenza stampa alla Farnesina, che ci dirà anche quale ruolo avrà l’Italia in questa asimmetrica lotta al terrore. Ma la sensazione, come sempre, è quella di un appuntamento mancato con la storia. Una sottovalutazione generale dell’urgenza di decidere certifica soltanto i successi ottenuti dal Califfato, mentre l’intero Medio Oriente precipita nel caos. E noi con esso.

 

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