Tagli alla difesa: a bloccarsi non sarebbero solo gli F35

A rischio anche i soccorsi agli immigrati, operazioni come quelle del Giglio o alla torre piloti di Genova, gli aiuti alle popolazioni alluvionate e terremotate, e la lotta alla criminalità 

I tagli alla difesa potrebbero mettere a rischio molte operazioni militari di "routine" – Credits: Ansa

Redazione

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Dici "forze armate" e pensi alle missioni militari (di pace) in Afghanistan o Libano. Dici "tagli alla spesa militare" e pensi agli F-35. Ma è corretto ridurre il dibattito (sacrosanto) sulla razionalizzazione della spesa ad uno scontro tra forze politiche ideologicamente contrapposte sull'impiego e la funzione dei militari italiani? O ad un inutile braccio di ferro tra dipendenti statali (insegnanti contro forze armate, scuole contro caserme o elicotteri) o alludere sottilmente all'inutilità di una Forza Armata in tempi di pace?

Il ministro della Difesa, Pinotti, ha appena riacceso il dibattito sugli F-35, parlando anche dell'ipotesi di un taglio alla spesa militare e spiegando tutto ciò con l'esigenza di ripensare a quale tipo di forze armate si vogliono avere. Già ma il punto è proprio questo: che forze armate si vogliono? Il ministro Pinotti, in Senato, ha precisato: "Tutto possiamo permetterci tranne di mantenere forze armate di facciata, per onore di bandiera, da esibire in parate". Ironia della sorte, solo poche ore dopo queste dichiarazioni, la Marina Militare è dovuta intervenire, nuovamente, soccorrendo alcuni barconi carichi di 400 immigrati (uno non ce l'ha fatta), con la nave da sbarco anfibio San Giusto.

Un intervento nell'ambito dell'operazione Mare Nostrum , che conta poco meno di 80 operazioni di soccorso, portate a termine nel canale di Sicilia. Oltre 13.500 i migranti salvati, dei quai circa 1.000 i minori, ai quali si aggiungono i circa 2.000 degli ultimi 3 giorni. Eppure Mare Nostrum, che ha un costo stimato di 1,5 milioni di euro al mese, vede impegnate 5 navi della Marina Militare (oltre alla nave anfibia, due fregate e due pattugliatori), gommoni, droni, elicotteri con strumenti ottici e infrarossi, un velivolo P180 con tecnologia Flare, cioé con visori notturni, e circa 1.500 uomini impegnati nel recupero di naugraghi in mare e a bordo di imbarcazioni di fortuna.

Per coprirne le spese (che nella "manovrina" del governo Letta prevedeva un investimento iniziale di 210 milioni di euro) il Viminale aveva spiegato di voler attingere 90 milioni di euro dal Fondo rimpatri, 70 milioni dalle entrate dell'Inps frutto della regolarizzazione degli immigrati, 50 milioni dal "fondo di rotazione per la solidarietà alle vittime dei reati di tipo mafioso, delle richieste estorsive e dell'usura", insomma dai soldi destinati alle vittime di criminalità mafiosa.

Se il Capo di Stato Maggiore della Marina Militare, l'ammiraglio De Giorgi, già lo scorso dicembre lanciava un "grido di dolore al Parlamento" chiedendo "un salvagente per la Marina e per la sicurezza marittima" perché "perderemo 50 navi delle 60 che abbiamo nei prossimi 10 anni", ora la situazione appare anche più grave. E' lecito quindi chiedersi: con che navi si possono effettuare missioni antipirateria chieste dall'Onu o operazioni come Mare Nostrum, se si prevede di tagliare ulteriormente? Con che personale si pensa di intervenire in situazioni di emergenza "civile" come il naufragio della Concordia al Giglio o l'incidente alla torre dei piloti di Genova, dove lavorarono giorno e notte i palombari di Marina, oltre ai sommozzatori dei carabinieri e dei Vigili del Fuoco

Sempre nell'ambito del soccorso in mare, la spendidng review annunciata dal Ministero della Difesa, dovrebbe prevedere anche una riduzione nel numero di elicotteri suddivisi tra Marina, Guardia Costiera e Vigili del Fuoco. Quanto al personale, si parla di un taglio di 35 mila unità, che ha creato più di qualche mal di pancia nell'ambiente militare, soprattutto perché arriverebbe dopo il blocco degli stipendi, fermi per tutti al 2010.

La vendita della portaerei Garibaldi, poi, sembra più un annuncio di intenti (per eliminare le cosiddette "ridondanze operative", ovvero il sovrapporsi di mezzi con funzioni analoghe) che non una realtà, visto che l'unico acquirente sembrerebbe poter essere l'Angola .

Un altro capitolo è quello destinato alla dismissione delle aree militari sottoimpiegate: il Ministro Pinotti ha parlato di 385 caserme o presidi, alcuni dei quali, però, sono già in condizioni molto più che precarie. Basti pensare ai frequenti episodi di alloggi militari che rimangono senza riscaldamento, per esaurimento del carburante o per guasti. E' accaduto, ad esempio, lo scorso ottobre a Bolzano, dove ben 250 alloggi militari sono rimasti al freddo in una località non esattamente famosa per il clima mite. Ma si potrebbero ricordare anche casi analoghi alla Spezia o nella caserma della polizia di Genova Bolzaneto (che pure non è una forza armata), lo scorso dicembre. A Napoli, invece, è stato già chiuso il nucleo dei carabinieri subacquei, senza considerare l'impatto sulla lotta alla criminalità organizzata locale, che ne ha già beneficiato.  

Smentite le voci di un possibile accorpamento tra carabinieri e polizia, che avevano scatenato polemiche tra gli uni e gli altri, resta però il problema di come affrontare (economicamente) i numerosi e delicati compiti che sono affidati ad agenti o militari dell'Arma, come le scorte armate. Difficile pensare di poter "stanare" pericolosi latitanti, acciuffare criminali evasi (come Bartolomeo Gagliano, il killer che ha seminato il terrore dopo la fuga durante un permesso premio in Liguria ) o scortare magistrati o persone a rischio, quando mancano i fondi per pagare il pieno di carburante alle auto di servizio o gli straordinari per il personale. Tra le missioni militari, poi, rientra l'impiego dell'esercito per ogni tipo di emergenza ambientale o ecologica, dai rifiuti in Campania alle alluvioni e frane da nord a sud nel Belpaese. Se poi si tratta, invece, di missioni oltreconfine, è bene ricordare che già da tempo sono state ridotte del 20% le diarie per le missioni all'estero .  

In tutto questo, si inquadra anche il capitolo dedicato agli F-35, il cui acquisto è stato definito nel 2013, ma risale in realtà al 1998-99, quando il governo (D'Alema) decise di entrare in quel progetto internazionale che coinvolgeva 10 Paesi al mondo e che vedeva negli Usa i capofila, e pagò una prima tranche in anticipo (pari a circa 10 milioni attuali). Da un iniziale numero di 131 velivoli da acquistare in 15 anni (al costo di circa 106,7 milioni di euro ciascuno), si è scesi a 90, ma ad un prezzo maggiore. Dagli iniziali circa 14 miliardi di euro per 131 cacciabombardieri si è infatti passati, con la riduzione del numero operata dai governi Monti-Letta, ai 17 miliardi circa che serviranno a comprare 90 velivoli, soprattutto a causa di ritardi, problemi di produzione e simili.  

Ora si ventila (ma il ministro Pinotti ha già "frenato") un ulteriore dimezzamento nel numero degli F-35 da acquistare entro il 2027. Si spera solo che non ne segua un altro aumento nel costo, perché in questo caso gli unici tagli che davvero resterebbero sarebbero quelli alla base, ovvero sugli uomini e sulle divise (che in alcuni casi scarseggiano, anche quelle, e vengono comprate a spese proprie dai militari). In questo caso, forse, non resterebbe davvero altro che sfilare alle parate. E la vera "missione" sarebbe riuscire a farlo tutti con una divisa addosso.

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