A scuola il merito dovrebbe essere un diritto

La riforma Renzi ha un punto a favore: la direzione verso il merito nella valutazione di chi lavora. E l'idea che la scuola sia fatta per gli studenti

Scuola-sciopero

Sciopero generale e manifestazione contro la Buona scuola di Renzi da parte dei dipendenti pubblici della scuola, Milano, 5 maggio 2015. – Credits: ANSA/MOURAD BALTI TOUATI

Marco Ventura

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In tutto il mondo (civile) il merito è entrato a pieno titolo nella scuola. La competizione è d’obbligo, perché se non la insegna la scuola la insegna, con durissime bacchettate sulle mani, la vita. Negli Stati Uniti, fin dalla High School, il nostro liceo, i ragazzi sono spinti a migliorare se stessi nel confronto con gli altri. Le pagine dei quotidiani locali riportano liste di nomi che corrispondono ai risultati raggiunti. Gli insegnanti hanno un’età media che s’avvicina a quella degli studenti molto più che in Italia, dove la scuola tradizionalmente è appannaggio delle mamme-insegnanti con età ormai totalmente fuori, anzi sopra la media delle scuole degli altri Paesi. E gli alunni hanno con i loro “maestri” un rapporto diretto, aperto, che va oltre la lezione e le interrogazioni ma si fa scambio continuo di e-mail e dialogo vero.

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La cattedra da noi è inchiodata al pavimento insieme alla sedia col suo professore inamovibile, tanto che certi insegnanti prendono aspettative anche un anno dopo l’altro mantenendo non solo il posto di lavoro, ma quella cattedra in quella scuola, costringendo quegli alunni a passare da un supplente all’altro. Il mondo reale è sempre più un mondo remoto, alieno, sconosciuto per gli studenti (e per i professori), secondo un andazzo di scollamento tra scuola e lavoro, ma anche tra scuola e vita, e tra studenti e professori, che si configura come uno scenario atomizzato di compartimenti stagni in grado di produrre, nonostante le eccellenze, solo un esercito di aspiranti disoccupati.

E le famiglie che hanno la possibilità mandano i figli all’estero, condannando i meno abbienti a lottare contro le inerzie del sistema. Le scuole e le Università italiane restano fuori dalle classifiche internazionali, si auto-escludono, e non perché siano peggiori delle scuole e Università nostre “concorrenti”, ma perché la classe docente non vuol essere valutata, si rifiutata di affrontare esami “che non finiscono mai”, stagna nella routine di scatti automatici e protezioni sindacali. Tutto questo deve cambiare.

La scuola è o dovrebbe essere fatta per gli studenti, non per gli insegnanti. Non per elargire stipendi (peraltro inadeguati) o per garantire posti di lavoro, ma per formare le nuove generazioni e rendere competitive le nuove generazioni e il sistema-paese. In Italia ci sono ottimi insegnanti, alcuni sono maestri nel senso pieno della parola: appassionati, colti, motivati, pronti a sacrificarsi. Ma ci sono anche troppe situazioni garantite da collusioni interne, coperture sindacali anacronistiche, da una sorta di rassegnazione che serpeggia anche tra i migliori.

Per non parlare della cronica mancanza d’investimenti nella cultura a ogni livello. Matteo Renzi contraddice se stesso, sulla scuola, quando parla di 100mila nuovi assunti prima di chiedersi che cosa veramente debbano insegnare, quali competenze studiate per i nuovi tempi debbano avere. Ma sulla direzione intrapresa verso il merito il premier ha ragione, come l’avevano i governi che lo hanno preceduto e che solo con grande fatica sono riusciti a vincere le resistenze ideologiche dei professori formati allo spirito del ’68, pur di introdurre qualche cambiamento.

Lo spirito egualitario è la negazione della buona scuola. Gli studenti vengono strumentalizzati da certi professori, indotti a scioperare o a rifiutare gli Invalsi. Le occupazioni degli istituti sarebbero vietate, non consentite, e perseguite, in qualsiasi Paese normale. Non da noi, dove anzi vengono incoraggiate da chi governa. Negli Stati Uniti, per dire, occupare una scuola sarebbe semplicemente un reato. I “migliori” da noi, studenti e insegnanti, devono sgomitare non per farsi valere, ma per esistere. Per non essere ostracizzati, tacciati di personalismo e arrivismo.

Il principio che a scuola non solo gli studenti ma anche gli insegnanti debbano esser sottoposti a valutazioni periodiche sui risultati raggiunti, non è solo giusto, è sacrosanto. Ma fin quando continueranno a avere la meglio le sacche di assenteismo, sindacalismo, ideologismo e peloso egualitarismo, la scuola italiana continuerà a scendere la china che la sta portando a fondo. Farà pur sorridere Renzi alla lavagna che armeggia coi gessetti di mettere in fila i punti della sua riforma. Ma lo spettacolo di questi sindacati, di certi insegnanti, e dell’ingenuità retrò di certi studenti, fa piangere.  

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