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Esteri

Meglio i dittatori che gli "Stati falliti"

Il furore moralista ha abbattuto Saddam, Gheddafi, Mubarak e i risultati sono il caos e la tragedia. Torniamo al realismo

Saddam, Gheddafi, Mubarak. Sono stati abbattuti uno dopo l’altro da noi, dall’Occidente in armi.

Saddam al termine di una guerra condotta da Bush Jr. che non aveva fatto tesoro dell’insegnamento del padre (George Bush si era opportunamente fermato sulla frontiera tra Iraq e Kuwait per evitare di abbattere il regime e sconvolgere così gli equilibri regionali).

Gheddafi è stato rovesciato e ucciso dopo un’offensiva scatenata dalla Francia di Nicola Sarkozy (ricordo i prodromi dello scontro, una quasi rissa tra le rispettive scorte di Sarkozy e Gheddafi al G8 dell’Aquila) soltanto per ragioni di politica interna, e di potenza in Nord Africa, contro gli interessi italiani.

Mubarak sull’onda di una primavera araba salutata con entusiasmo dall’Occidente e dai suoi leader, ma alimentata dal fondamentalismo dei fratelli musulmani ben più che dalle istanze di rinnovamento dei giovani e dei moderati.

Dittatori che garantivano la stabilità
Saddam, Gheddafi e Mubarak, ciascuno nell’orbita della propria sfera di potenza statuale e personale, garantivano nonostante tutto una stabilità nel Medio Oriente e del Nord Africa che per decenni ha costituito un argine (quanto fragile si è visto dopo) a un magma di rivendicazioni islamiste e rivoluzionarie potenzialmente esiziali per l’Occidente.

Meglio dittatore che "Stato fallito"
Tutti e tre erano dittatori, certo.
Ma un dittatore è sempre meglio di uno Stato “fallito” o di un Califfato.

E oggi l’Iraq è smembrato, in preda a una guerra feroce nella quale l’Isis è riuscito a ritagliarsi una fetta di territorio statuale (oggi, tra Iraq e Siria è grande più o meno come l’Italia). Quanto alla Libia, è terra di conquista di fazioni contrapposte, una selva di staterelli feudali retti da capibanda criminali, con sacche in espansione di affiliati all’Isis.

L’Egitto ha avuto la sorte migliore: il generale Al Sisi è subentrato al leader dei Fratelli musulmani grazie a un salutare colpo di Stato che ha riportato un minimo di ordine nel Paese (ma gruppi jihadisti combattono nel Sinai e ciò che resta dei Fratelli musulmani lavora nell’ombra per la rivincita). In ogni caso, il meglio che è successo all’Egitto è stato proprio l’essere tornato a un assetto da prima della Primavera.

Non ci sono più le stagioni, neppure in Medio Oriente. La primavera è un’illusione. L’estate tiepida, l’inverno lungo. Domina l’autunno, con fiammate di tornado che sconvolgono territori a noi vicinissimi, anzi confinanti se non per tratti di mare o Stati dall’atteggiamento ambiguo come la Turchia.

L'Occidente, sfilacciato
L’Occidente, l’Europa, sono ormai espressioni sfilacciate.
L’Occidente non è lo stesso negli Stati Uniti, disimpegnatisi dal Nord Africa e Medio Oriente e concentrati/orientati sul Pacifico, o in Europa (espressione che per dirla con Edward Luttwak non significa più nulla, non corrisponde a un “soggetto”).

L'Europa divergente
Anche all’interno dell’Europa, gli interessi e le visioni divergono drammaticamente. L’unico elemento unificante sembra essere l’orrore per le dittature. Ma l’ultimo baluardo di stabilità in Medio Oriente (a parte la democrazia israeliana) è paradossalmente rappresentato proprio dagli ultimi dittatori.

Dimentichiamoci l'etica
Come il siriano Assad. I nemici dei nostri nemici, dicono gli israeliani, non sono necessariamente nostri amici. Eppure, ci conviene forse ricominciare a ragionare in termini semplici, sfrondati da implicazioni etiche. Anche perché il furore moralista, finora, ha portato solo disastri. Anche morali.

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