Fischio finale per Ali Saadi Gheddafi

Dal Perugia calcio all'estradizione in Libia: la parabola del terzogenito del colonnello

CROCCHIONI/ANSA-ARCHIVIO/TO

Fuggito in Niger nel settembre 2011, ed estradato stamane a Tripoli, il 41enne terzogenito del colonnello Gheddafi è stato anche un calciatore del club di Luciano Gaucci, il Perugia, una decina di anni fa, quando - più che per le sue doti tecniche - si fece conoscere per quelle caratteristiche private e non pallonare - leggi: eccentricità ed eccessi - che diventarono un marchio di fabbrica di tutta la famiglia del colonnello. Viene ritratto in queste ore mentre viene rasato a zero dalla nuova polizia tripolina dopo la caduta del regime di suo padre: una caduta simbolica nella polvere. In questo articolo di Panorama del 2003 Antonella Piperno ne fece un ritratto di quella sua strampalata avventura sui campi di calcio: due presenza in tutto, una nel Grifone, l'altra nell'Udinese, qualche anno dopo. E in mezzo una condanna a tre mesi per doping. Non proprio un campionissimo.

Deciso a imparare l'italiano, ha già preso accordi con il rettore dell'università per gli stranieri di Perugia.

Al Saadi Gheddafi, 30 anni, figlio del leader libico Muammar Gheddafi, e soprattutto neocalciatore della squadra di Luciano Gaucci, per ora si fa tradurre l'umbro stretto del mister Serse Cosmi da un interprete personale.

E, ben consigliato, ha imparato una parola in particolare: «umiltà», tormentone della sua, per ora tecnicamente sgangherata ma mediaticamente perfetta, italica avventura. «Saadi è un ragazzo umile che punta solo a diventare un bravo professionista. In ritiro a Folgaria dorme in una stanza dell'hotel Golf come tutti gli altri» chiarisce a Panorama Gianluca Di Carlo, portavoce del rampollo e direttore della comunicazione del calcio libico.

È stato lui, lunedì 7 luglio, a telefonare indignato alla Gazzetta dello sport invocando una rettifica: nella cronaca che riferiva dell'amichevole contro i dilettanti della Virtus Bassano (12 a zero per il Perugia) l'eroica doppietta del numero 19 Gheddafi veniva messa in dubbio da un «ci era stato chiesto di trattarlo con riguardo» spifferato al cronista dagli avversari.

Fa muro anche Cosmi: «È una pura cattiveria. Gheddafi non lo rispettano neanche i compagni di squadra, negli allenamenti non gli risparmiano i calci» si sfoga con Panorama. Poco entusiasta del rendimento del nuovo acquisto («Una volta che avrà capito il calcio italiano si vedrà, per ora i due gol possono tirargli su il morale»), anche il mister ne loda però l'umiltà. Raccontando la storia del ragazzo semplice, che non ha mai chiesto trattamenti speciali, a parte i pasti rispettosi delle regole musulmane: «Vorrebbe anche allenarsi di più, ma è meglio non sovraffaticare un fisico abituato ai ritmi lenti del calcio libico».

Ma è davvero così  umile e remissivo il figlio del colonnello? In patria Al Saadi non ha mai volato basso: è presidente della Federcalcio libica, numero uno del comitato olimpico, capitano della nazionale, presidente, dirigente nonché capitano della squadra della capitale, l'Al Ittihad. Insomma, fa tutto lui. E in Italia il neoacquisto del Perugia, ma anche azionista della Juventus (7,5 per cento) e per questo in odor di conflitto di interesse, ha già  dimenticato più di una volta la maschera del calciatore umile: appena arrivato a Perugia è andato, sì, a mangiare un gelato sul corso «come un ragazzo normale», con il figlio di Gaucci, ma ha anche requisito tutto il terzo piano del prestigioso hotel Brufani: la suite per lui, le altre 11 stanze per guardie del corpo e seguito e ha quindi parcheggiato l'elicottero all'aeroporto di Sant'Egidio.

Per adesso Gheddafi junior gira su una Mercedes con i due autisti, più la scorta. Per rendersi più indipendente sta per mettersi alla guida della sua Lamborghini Diablo, in arrivo da Tripoli.

 C'è poi la questione dell'alloggio: Saadi, che in Libia vive in una sorta di castello, sta facendo impazzire il suo entourage nella ricerca di una magione adeguata, dove abiterà con la moglie e il figlioletto Mohammed: esige grandi vetrate, marmi, giardino e possibilmente la vuole vicino alla stadio. Pare che in un primo momento volesse acquistare Villa De Megni, proposito subito accantonato: il figlio del colonnello non se la sente di vivere dove nel '90 hanno rapito Augusto De Megni. Adesso la scelta si è fermata su altre tre ville.  

Amante della grandeur in privato, il figlio di Gheddafi punta in alto anche nel calcio, suo eterno punto debole: fa sì stretching con i compagni, si dice umilmente pronto alla panchina, devolverà generosamente in beneficenza i 300 mila euro di ingaggio biennale.

In tanti sono convinti poi che la sua trasferta sia solo un'operazione di pubbliche relazioni in vista della Coppa del mondo 2010, che Gheddafi vorrebbe organizzare in Libia. E che il calciatore stia già preparando il ritorno in patria, con la scusa del «papà mi vuole». Ma bastava guardarlo, domenica 6 luglio a Folgaria  per capire i suoi sogni più o meno inconsci: scarpette argentate come i parastinchi e poi, dopo il secondo gol, la corsa verso la bandierina, il dito in alto e lo sguardo verso il cielo, neanche avesse segnato un gol allo juventino Gianluigi Buffon anziché a Fabio Visentin, professione falegname.

Per il calcio l'umile Gheddafi, che contro la Virtus Bassano è uscito dal campo con la milza indolenzita, farebbe follie: nel 1999, per farsi insegnare qualche segreto, ingaggiò (a 5 milioni di dollari) Diego Armando Maradona e per la preparazione atletica si affidò a Ben Johnson. In patria, per la nazionale, ha  convocato parecchi tecnici italiani: Eugenio Bersellini, Beppe Dossena, Antonello Cuccureddu e Franco Scoglio. Quest'ultimo fu esonerato perché non lo metteva mai in campo. Chissà se Cosmi se ne ricorderà quando, il 19 luglio, dovrà scegliere la squadra che a Perugia affronterà la prima partita di Intertoto.                          

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