Renzi dimissioni
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Matteo Renzi, il secondo referendum di Er Pomata

L'ex premier vorrebbe votare, presto, prestissimo. Ma il paese non può permettersi una campagna elettorale. Il governo deve occuparsi delle priorità: terremoto, conti pubblici, lavoro e immigrazione

Bisogna farsene una ragione e, con molta mestizia, prendere atto che stiamo vivendo i tempi supplementari del referendum costituzionale bocciato sonoramente dagli italiani a dicembre. Vi ricordate il mantra che ci accompagnò per tutta la lunghissima campagna?

Era semplice: chi vota Sì è per il progresso dell'Italia, chi vota No vuole la rovina del Paese e sarà responsabile dei disastri conseguenti. Tanto era alta la posta in palio che per lunghissimi mesi il governo non esitò a fermare l'attività legislativa in Parlamento con il risultato di paralizzare il Paese già malconcio di suo.

Solo uno stupido può pensare che il 59 per cento degli elettori sia stato così imbecille e sadico da volersi scavare la fossa: la verità provata, infatti, ha dimostrato che gli effetti del No sono stati nulli.

Matteo Renzi non è stupido, ma è prigioniero del suo ego ipertrofico, che forse è pure peggio.

Nell'ansia spasmodica di riprendersi la scena, ancora non ha metabolizzato il risultato e, attraverso una nuova guerra punica all'interno del Pd, ha iniziato il suo personalissimo remake del referendum per tentare di andare a votare al più presto.
Scansato febbraio, ora punta su aprile o al massimo giugno.

In questo suo affannarsi rivedo un personaggio leggendario del cinema italiano e cioè Armando "er Pomata" del film Febbre da cavallo.
Er Pomata, interpretato da Enrico Montesano, è uno scommettitore incallito, pensa di essere assai furbo, anzi il più furbo. È uno squattrinato, ma si arrabatta per trovare i soldi da puntare all'ippodromo. È simpaticissimo e sbruffone. Si indebita e gli va sempre male, tanto che per sfuggire ai creditori si fa credere morto.
Nel sequel del film, girato 26 anni dopo, Pomata riappare a Roma e si scopre che si era rifugiato in Australia. Non ha perso il vizio: mette insieme il denaro con nuovi raggiri per la scommessa della vita e perde miseramente. Il suo limite è semplice: pensa di sapere tutto e di se stesso dice "ma che leggo a fa', c'ho tutto qui nella capoccia, so' un computer equino, a me me dovrebbero dare 'na laurea in scienza del cavallo".

Se ai quadrupedi sostituite gli umani, avrete esattamente la visione che Renzi ha degli italiani. L'ex premier è ottenebrato dalla sete della ribalta. Rilancia il ritornello: chi vuole le elezioni anticipate è con me, chi non le vuole è contro di me.

Sappiamo invece che anziché correre alle urne, prolungando l'effetto paralisi del referendum, questo governo dovrebbe adempiere ad alcune priorità che sono: terremoto, conti pubblici, lavoro e immigrazione.
Nel frattempo si faccia una legge elettorale condivisa.

Non è tempo di ipotizzare che ci sia in carica un governo chiamato a svolgere unicamente gli affari correnti, come succede durante le campagne elettorali.

L'emergenza terremoto, ribadisco, richiede un impegno pieno e non intermittente perché, come raccontiamo anche questa settimana su Panorama ora in edicola, la foresta burocratica sta producendo effetti nefasti sottolineati perfino da Papa Francesco e dal Presidente Sergio Mattarella.

C'è la necessità di varare nuove regole e il ritardo nella presentazione del decreto che dovrebbe velocizzare i processi di gestione dell'emergenza la dice lunga sulla difficoltà di mettere fine alle "strozzature burocratiche" ammesse dallo stesso Paolo Gentiloni.

Al diavolo le scommesse e il revanchismo di er Pomata, pensiamo all'Italia. Il governo di Renzi aveva il tempo di pensarci da agosto a dicembre 2016. Ma c'era il referendum e lo scienziato di Rignano solo di quella scommessa voleva occuparsi.

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