Chi in questi giorni ha osato tracciare un parallelo storico tra il Venezuela odierno e altre nazioni segnate da un punto di svolta democratico verrà cacciato da Caracas. Accade all’ex Presidente messicano Vicente Fox - nel Paese come osservatore - reo d’aver paragonato il referendum simbolico di domenica scorsa al voto che mise fine al regno del partito unico messicano nel 2000.

Se non vogliamo affidarci ai paralleli, pure qualche analogia potrebbe essere d’aiuto, in questa sfida che come spesso è accaduto in America Latina, avrà probabilmente alla fine sconfitti certi (le classi più povere) e vincitori autoproclamati (le nuove, o le vecchie, élite).

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Le opposizioni. Quali prospettive? L’esempio Zimbabwe

Ma forse è proprio questo l’interrogativo che oggi interessa di più: le prospettive delle opposizioni venezuelane. Riusciranno a disarcionare Nicolás Maduro e con lui il chavismo?

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In tempi recenti forse solo lo Zimbabwe, a latitudini lontane da qui, ha visto così tanti riflettori occidentali accesi sul proprio destino. Nel caso del regno di Robert Mugabe l’opposizione era rappresentata da Morgan Tsvangirai la cui figura, anche grazie al massiccio apporto dei media americani, guadagnò una statura internazionale e sembrò in grado di porre fine alla dittatura.

Sappiamo com’è andata a finire,  Tsvangirai assomiglia oggi più al primo che all’ultimo Mandela, in bilico tra carcere ed esilio, mentre Mugabe, novantatreenne, è il candidato unico alle prossime presidenziali.

La capacità organizzativa non basta

Certo il Venezuela degli ultimi anni ha visto l’ascesa di un vero e proprio cartello delle opposizioni, non di un singolo uomo. Segno di un fermento politico vero, portatore di istanze reali e anche capace di organizzare manifestazioni ad ampio spettro. Scioperi, elezioni, marce, appelli: insomma le forze bolivariste – maestre nell’attivismo politico  - devono ammettere che i loro avversari si sono saputi organizzare e forse li stanno superando nella capacità di aggregare il consenso. I numeri del referendum lo dimostrano.

Tuttavia non sarebbe la prima volta che forze protagoniste della transizione da un regime al pluralismo, scompaiano terminata la loro missione storica. Il gruppo tedesco di Neues Forum (vi ricordate?) che nel 1989 occupava tutte le pagine dei giornali mentre dava la spallata alla Germania comunista di Erich Honecker portando in Alexanderplatz 500 mila persone, pochi mesi dopo era dissolto, irrilevante e dimenticato per sempre.

Chi sarà il leader?

Ora, poiché un leader è necessario, chi è il capo dell’opposizione venezuelana e quale agenda promuoverà? Enrique Capriles, bandito dall’attività politica o Julio Borges, il presidente del Parlamento? Forse qualche rettore di università che ha svolto il ruolo di garante nel voto per il referendum simbolico?

Questa è l’incognita principale. L’opposizione venezuelana ha un’agenda molto chiara su cosa non vuole, molto meno su cosa intende fare e con chi alla guida. Anche perché il nodo principale del paese, la povertà endemica, è rimasto irrisolto (questo sì inspiegabilmente) sotto il regime bolivarista che avrebbe dovuto avere a cuore gli ultimi. Perché hanno fallito?

Il Venezuela e gli USA

L’ombra dell’ingerenza americana è un alibi, con qualche vaghissimo elemento di verità. Soprattutto bisogna considerare che a Washington i tempi sono cambiati. Se è vero che dopo la caduta del Muro di Berlino il paradigma della politica estera Usa in America Latina venne ribaltato: basta coi Noriega e con i Contras e appoggio a forze liberiste in economia ma autenticamente liberali e attente ai diritti umani, è altrettanto vero che il dossier Venezuela oggi è in bella vista sulla scrivania di uno come Rex Tillerson.

In tema energia e petrolio, ne sa come pochi. Il Venezuela ha dimostrato, nonostante il chavismo dominante, di non saper far buon uso della sua principale risorsa; vedremo come una futura nuova élite saprà gestire questo bene fondamentale avendo un advisor d’eccezione nel Foggy Bottom.

Maduro redivivo

Nicolás Maduro intanto punta al referendum ufficiale di fine luglio per la nuova Assemblea Costituente; naviga a vista, sembra incapace di gestire la crisi che ha travolto la sua leadership e compromesso l’immagine del bolivarsimo, ma non va sottovalutato.

Il rischio di una guerra civile è reale, e purtroppo la soluzione dell’emergenza (alimentare, sanitaria, educativa) per milioni di venezuelani in stato di miseria sarà ancora una volta rimandato.

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