Siria, la Russia è entrata in guerra

Mentre Francia e Regno Unito ragionano su come intervenire, Mosca batte tutti sul tempo e schiera uomini e mezzi contro l'Isis in difesa di Assad - VIDEO

putin

Il Presidente russo Vladimir Putin – Credits: SERGEI KARPUKHIN/AFP/Getty Images

Per Lookout news

“Uno sviluppo negativo” lo ha chiamato il nostro ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Il quale, nell’impotenza diplomatica in cui è relegata l’Italia e l’Europa tutta, non può che fotografare la situazione esistente. Cioè quella dell’entrata in guerra della Russia in Siria. E stavolta la notizia è ufficiale.

Del resto, non siamo più nel Novecento e non servono più altisonanti dichiarazioni di guerra da consegnare al governo nemico. Anche perché in Siria un governo non esiste più e l’unico che si arroga il diritto di chiamarsi così è il regime a brandelli di Bashar Al Assad, il presidente-dittatore umiliato e sconfitto nella sua patria, che ha dovuto ricorrere all’aiuto straniero per non finire esule, imprigionato o morto ammazzato come uno dei tanti dittatori che hanno vissuto al tempo delle primavere arabe.

 

Ma anche se non si dichiara, una guerra è evidente di per sé. E quella della Russia in Siria, che per bocca del Cremlino stesso “non ha mai fatto segreto di una cooperazione tecnico-militare con la Siria”, è un’escalation definitiva, che certifica non tanto il dinamismo dell’imperialismo russo, che oggi con Vladimir Putin al potere conosce il suo culmine dai tempi dell’URSS, quanto il futuro che si va disegnando per la Siria. Ed è un futuro dove non c’è spazio per l’Occidente.

Isis: l'intervento russo in Siria e le preoccupazioni europee


L’escalation militare e lo schieramento di forze
Mosca fornisce armi ed equipaggiamenti militari alla Siria da molto tempo, nell'ambito dei contratti bilaterali esistenti, così come nella capitale Damasco sono sempre stati presenti consiglieri militari del Cremlino. Non solo. Nel porto di Tartous, nella costa meridionale, è ormeggiata una parte consistente della flotta russa nel Mediterraneo. Mosca, infatti, in base a un accordo di sicurezza del 1971, ha ancorato qui navi da guerra e dispone come meglio crede di caserme e depositi.

Niente di strano allora che da una settimana a questa parte aerei cargo, tra cui due Antonov-124 Condor (i giganteschi aerei da trasporto russi), stiano sbarcando mezzi militari, strumentazione per le comunicazioni, materiali per impianti e unità abitative. Ma, soprattutto, personale in divisa. Circa mille soldati sinora, secondo le fonti più prudenti.

La maggior parte di loro sarà schierata in difesa della regione di Latakia, capoluogo della costa settentrionale, dove i jihadisti di Jabhat Al Nusra - dopo la conquista di Idlib - stanno avanzando proprio in direzione del porto. Un'altra porzione verrà impiegata invece per la difesa di Damasco, dove i miliziani dello Stato Islamico starebbero preparando l’assedio. Ai militari russi, si sono aggiunti nuovi rinforzi provenienti da Teheran, alleato di Mosca e Damasco.

Il Cremlino ha dunque intenzioni serie. E se la prima è l’esigenza di sostenere il regime di Assad minacciato dall’ISIS e dalle altre forze ribelli, la seconda è quella di dare una nuova lezione all’Occidente - e agli Stati Uniti in particolare - che, impantanati nei loro protocolli e in gincane di consultazioni diplomatiche, si sono dimostrati del tutto incapaci di approntare una risposta seria alla crisi siriana e, più in generale, di gestire le primavere arabe.

Le conquiste militari russe
Nel frattempo, Mosca ha espanso i propri confini: inglobando la Crimea, che è ufficialmente diventata territorio russo; creando uno Stato non riconosciuto nel Donbass, dove la moneta di scambio ormai è il rublo; e adesso, costretta dal precipitare degli eventi, ha deciso di prendersi anche una porzione di Siria. Che, nel caso (probabile) dovesse vincere, gli spetterà di diritto, come vuole la legge non scritta dei conquistatori. E tutto questo, tagliando Washington completamente fuori dalla partita, reo di non aver avuto il coraggio di mettere i famosi “boots on the ground” in Siria, al contrario del suo antagonista.

La nuova portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, non a caso ha sentenziato: “Per tutti questi anni, noi abbiamo chiamato i nostri colleghi occidentali a fare lo stesso e a consolidare gli sforzi per combattere l’ISIS, insieme a Damasco. Il problema è che per i primi tre anni nessuno al mondo, tranne che noi, ha riconosciuto l'esistenza del terrorismo in Siria”.

La conseguenza di ciò è nelle parole del presidente russo Vladimir Putin, pronunciate venerdì scorso a Vladivostok: “Abbiamo firmato importanti contratti con la Siria circa cinque e sette anni fa, e ci atterremo a loro in pieno”.

Il porto di Tartous
La Russia, nonostante il ridimensionamento post-sovietico, ha sempre ritenuto il Mediterraneo il “centro del mondo” e non ha mai smesso di guardare a Ovest per espandere i propri interessi geopolitici e geoeconomici. Così, ancora oggi, trova nel porto siriano di Tartous la giustificazione più convincente per non cedere di un passo rispetto alle volontà dell’Occidente di cambiare il volto della Siria per sempre.

Tartous, infatti, ospita l’ultimo avamposto sovietico nel Mediterraneo, che per evidente convenienza non viene definito “base navale” ma piuttosto “centro di manutenzione”. Gestito interamente da personale della marina russa, è il luogo dove le navi da guerra di Mosca della Classe Amur sostano, vengono rifornite e riparate. Per non dire, schierate.

Si capisce, dunque, il motivo per cui Vladimir Putin non sarà mai disposto a cedere ad alcuno la propria influenza sulla Siria, a meno che non si decidesse - di concerto con gli Stati Uniti - di deporre un regime accondiscendente, tanto quanto lo è stato quello degli Assad, per instaurarne un altro che non abbia interessi troppo divergenti da Mosca o da Washington. Ma forse, per fare questo, è già troppo tardi.

 

 

© Riproduzione Riservata

Commenti