Siria e Ucraina: i nodi dell'incontro tra Putin e Obama all'Onu

Da che parte sta andando la guerra a Damasco e chi è interessato a ottenere cosa. Di cosa discuteranno i due leader e come uscire dall’impasse

Putin-Obama

Nel montaggio il Presidente Russo Vladimir Putin e quello americano Barack Obama – Credits: GettyImages

 Per Lookout news


Israele bombarda le postazioni del governo di Bashar Al Assad sul Golan, in risposta ai lanci di razzi dell’esercito siriano. La Francia bombarda l’area della provincia di Raqqa, oggi territorio dello Stato Islamico, per comunicare a Mosca che ci sono anche loro. La Russia aumenta il proprio arsenale e il numero di soldati sulla costa mediterranea, per poi passare all’attacco nell’area di Latakia. Gli Stati Uniti riforniscono di nuove armi i ribelli del Free Syrian Army (FSA) e attendono ulteriori sviluppi. I curdi combattono l’ISIS tra Siria e Iraq in cerca di uno stato da rivendicare. Nessuno, invece, si cura più dell’Iraq.

 Ma che significa tutto questo? Quanti sono gli schieramenti in campo e chi davvero combatte lo Stato Islamico? La triste verità che si staglia all’ombra dell’assemblea alle Nazioni Unite - dove oggi ci sarà un incontro bilaterale Obama-Putin e dove si presume che i due leader decidano come porre fine alla quadriennale guerra civile siriana - certifica che il nemico non è lo Stato Islamico, ISIS o Califfato che dir si voglia. Il nemico è la Siria stessa, con il suo peso e le sue divisioni etnico-religiose.

Il Paese oggi è al centro del più grande scontro che contrappone la Russia e i suoi alleati (Siria, Iran, Hezbollah) agli Stati Uniti e suoi alleati (Giordania, Francia, Israele, FSA). Ciascuno di questi Paesi od organizzazioni paramilitari ha sparato qualche colpo nel teatro di guerra, senza tuttavia modificare granché il panorama. Ma tutti loro appaiono sempre più come la longa manus delle due superpotenze, decise a rinnovare uno scontro che non si è esaurito con il Novecento.

Di cosa discuteranno Obama e Putin
I temi oggetto del confronto a due sono anzitutto e forse soltanto due: Ucraina e Siria. Geopoliticamente parlando, il Cremlino intende imporre gli accordi di Minsk in Ucraina, che certificano lo status quo e l’annessione manu militari della Crimea. Così come intende eleggere a protettorato russo la costa siriana, per salvaguardare tanto gli sciiti alawiti siriani fedeli al regime di Bashar Al Assad, che stanno perdendo la guerra, quanto i propri interessi strategici mediterranei. Tutto ciò, in vista di un accerchiamento dell’Europa e del Mediterraneo, per dominare un mercato economico che vale oro.

 Mentre la Casa Bianca ha a cuore soprattutto l’integrità dell’Ucraina (oggi le repubbliche ribelli del Donbass chiedono indipendenza/autonomia) e la sconfitta di Bashar Al Assad in Siria. Non perché Assad sia il pericolo principale - anche se lo è, visto che i profughi fuggono dalle barrel bomb di Damasco e non tanto dalla barbarie dello Stato Islamico, che anzi vorrebbe integrarli nel Califfato - ma perché il suo mantenimento certificherebbe la sconfitta della strategia americana in Medio Oriente. Rinforzare i russi per gli americani non è un’opzione, ma un suicidio politico.

 Se Obama si è pressoché disinteressato alla guerra mediorientale (perché non si parla più di Iraq, ad esempio?) in ragione di un supposto neo-isolazionismo economico, è però ben più attento alla questione ucraina. In entrambi i casi, comunque, lo scopo della dottrina USA è arginare la penetrazione russa. Se Mosca dovesse avanzare ancora in Ucraina, infatti, si farebbe sempre più vicina a quell’Unione Europea che è e deve rimanere nella sfera d’influenza americana. Se poi il Cremlino dovesse riuscire a imporre la permanenza di Assad in Siria, la guerra potrebbe non finire mai, consentendo ad esempio allo Stato Islamico di proliferare e costringendo Israele ad agire.

 

Un accordo difficile
L’incontro di oggi potrebbe essere una svolta decisiva nella crisi siriana e mediorientale. Quello che potrebbe succedere è una concessione da parte americana sulle sanzioni economiche alla Russia, una sorta di alleggerimento travestito, in modo che Mosca costringa i ribelli del Donbass a deporre le armi e ad accettare un’autonomia amministrativa, sotto la bandiera ucraina (per fare ciò, basterebbe il rispetto degli accordi di Minsk).

 Mosca dovrebbe accettare anche una transizione politica in Siria, in modo da salvare la faccia agli americani il giorno in cui sarà dichiarata la fine delle ostilità, grazie proprio a un loro accordo. Questo punto, però, è più complicato e forse implicherà la divisione della Siria.

 Ma i problemi non finiscono qui. Israele infatti vorrà garanzie, la Turchia vorrà dire la sua, i curdi vorranno uno stato autonomo, i francesi gli appalti per ricostruire, e il Califfato vorrà mantenere almeno la provincia di Raqqa. La sintesi di una Siria divisa a seconda delle proprie minoranze e confessioni religiose, è forse l’unico approdo realistico. Ma anche il più difficile. Se tutto questo oggi appare ancora fantapolitica, al tempo stesso è però evidente che nessuna guerra può durare per sempre.

 

 


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