Kim Jong-un
Esteri

Corea del Nord: la vittoria parziale dell'Onu (e degli Usa)

La necessità di raggiungere un compromesso con Cina e Russia ha costretto Washington a rivedere le propre condizioni

L’ultima risoluzione approvata dall’Onu all’unanimità dice chiara una cosa: gli Stati Uniti hanno ottenuto da Cina e Russia il massimo che potevano ottenere ma da oggi, oltre questa linea di confine, l’iniziativa non sarà più nelle mani di Washington.

Perché? Principalmente perché Nikki Halley, l’Ambasciatrice Usa al Palazzo di Vetro, puntava a un pacchetto di sanzioni superiore a quello infine approvato.

La mediazione con Pechino e Mosca, necessaria per giungere a un voto favorevole e soprattutto unanime, ha quindi dato un risultato quasi pleonastico.

Braccio di ferro diplomatico

Cina e Russia hanno detto a chiare lettere che non accetteranno sanzioni più severe di quelle appena decise, perché il rischio, dal loro punto di vista, sarebbe quello di punire la popolazione civile nord coreana invece di indebolire il regime.

E’ la concretizzazione diplomatica operata dall’Ambasciatore russo all’Onu, Vassily Nebenzia, delle parole pronunciate da Vladimir Putin a Vladivostok pochi giorni fa quando ha criticato qualsiasi strategia che miri mettere Pyongyang con le spalle al muro.

Insomma i due Paesi, pur assecondando un inasprimento delle sanzioni ed esprimendo pubblicamente (a dire il vero più Mosca che Pechino) una netta opposizione all’ascesa della Corea del Nord allo status di potenza nucleare, continuano ad aver saldo nelle loro mani il bandolo della matassa diplomatica.

La ragione è semplice: se queste sanzioni dovessero fallire, e Kim Jong-un aveva già minacciato ritorsioni in caso di approvazione, Pechino e Mosca avrebbero facile gioco a rivendicare due cose.

Primo: rimproverare agli Usa di aver trascurato la loro proposta di Double Freeze.

Secondo: prendere le redini della trattativa relegando gli Usa, la cui strategia di “sanzioni e pressioni” non avrebbe sortito esiti, a un ruolo secondario.

Do ut des

Sul primo aspetto il segnale è netto anche dal punto di vista lessicale. Mentre la diplomazia Occidentale si riferisce sempre al problema “Corea del Nord”, per la diplomazia Orientale la crisi riguarda “la Penisola coreana” nell’insieme.

Cioè Cina e Russia mettono sullo stesso piano le aspirazioni nucleari del regime di Pyongyang e la storica presenza militare americana in Corea del Sud. Entrambe le Coree devono de-intensificarsi, in parole povere un doppio congelamento.

Sul secondo aspetto, scartata per ovvi motivi qualsiasi azione militare anche convenzionale, Trump e Halley si troveranno tra non molto senza valide carte da giocare, e a quel punto per continuare a tenere congelato l’attivismo di Kim dovranno cedere qualcosa alla controparte.

Si tratterà di sacrificare o meglio ridisegnare, e vedremo in che termini, l’alleanza con la Corea del Sud.

Certo gli Usa non perdono occasione per ricordare come, mentre le aspirazioni nucleari di Pyongyang sono illegali, le esercitazioni militari congiunte con Seul sono legali e non violano il diritto internazionale. Ma questo può essere un argomento valido sulla carta, che tuttavia cessa di essere tale nel mondo dei nuovi rapporti di forza post Muro di Berlino e, se vogliamo, post 9/11, dove l’equazione è mutata radicalmente.

Il voto del Consiglio di Sicurezza è quindi solo una vittoria parziale per Washington, perché permette a Pechino e Mosca di salvare le forme e contemporaneamente di aprire il varco diplomatico necessario al raggiungimento dello scopo strategico comune: il Double Freeze.

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